Supersantos
(Questa è la terza puntata di una rubrica – un tentativo di rubrica – che doveva essere un po’ meno carsica, in teoria, ma tant’è. Abbiate pazienza.)
Ogni tanto le schede dei libri, le sinossi, non danno ragione del libro che descrivono. Succede.
(Io ricordo ancora la delusione provata per la bandella svogliata di Denti Bianchi, che non mi pareva corrispondere per nulla al libro che stavo leggendo.)
Nel caso di Cuore di cuoio, la scheda che circola fa difetto solo perché tronca, per motivi di brevità, l’aletta della prima edizione del 2004, scritta da Giulio Mozzi per l’uscita del libro nella collana Indicativo presente di Sironi Editore.
Gli faccio giustizia, e la riporto qui per intero:
La prima cosa bella di questo libro sono i ragazzini. Sono assurdi, sfegatati, monomaniaci, duri, grandiosi: sono come si è, davvero, a quattordici anni, se si è nati e cresciuti (ma non ci si vuole vivere e morire) nel quartiere popolare di una città incastrata tra il mare e la fabbrica.La seconda cosa bella di questo libro è la lingua. Sì, perché questi ragazzini sono tutti fatti di lingua, i loro corpi, i loro gesti, i loro silenzi, le loro liti, i loro sguardi, il loro sesso: tutto, in questo libro, diventa lingua. Cosimo Argentina è magistrale nel pitturare il racconto e i dialoghi con il dialetto di tutti, il gergo dei ragazzini, lo scolastichese dei professori, il mutismo degli adulti.La terza cosa bella di questo libro è la storia. Che è la storia di una favola, se volete, di una favola che è lì lì per diventare vera, ma non può diventare vera, perché se hai quattordici anni e giochi a calcio e il presidente della società ti dice che la Juve è “interessata”: be’, lo sai, dentro nel corpo, che tutta la faccenda è una favola, e che non è per te che diventerà vera.La quarta cosa bella di questo libro sono i balconi con le mamme affacciate; la quinta cosa bella sono i piazzali anonimi dove si gioca a calcio segnando le righe in terra con il tufo; la sesta cosa bella sono le ragazze che ti amano “di brutto” ma tu non puoi, perché a quattordici anni tra il calcio e le ragazze bisogna scegliere; la settima cosa bella…Ma se leggete il libro, vi rendete conto.
La settima cosa bella è che è tutto vero, e il libro è lettura obbligatissima per tutti quelli che, almeno una volta nella vita, hanno preferito una partita al parco con i compagni all’uscire con una ragazza – per farci poi che cosa, in fondo? – ed essere, come direbbe il mister Cavallo, “al bivio che può decidere una stagione”.
(Le femmine, ricordiamolo, a quell’età son buone per essere chiamate coi nomi delle squadre di calcio straniere – Twente, Stella Rossa di Belgrado, Arsenal, Slavia Praga, Fortuna D. e così via.)
Ha quattordici anni, Camillo detto Krol, gioca in difesa sulla fascia, gli osservatori della Juve lo stanno seguendo. Così parla di sé:
Io sono uno che gioca d’anticipo; spesso entro in spaccata e a volte prendo caviglie e tibie. In qualche caso l’attaccante si fa male, ma fa parte della faccenda. Il pallone è uno sport dove ci si stroppia; se non ce la si sente di giocare in avanti bisogna darsi alla pallavolo o al tennis dove non c’è contatto fisico. Se giochi contro di me però devi sapere che hai al massimo un metro di vantaggio, poi ti piombo alle spalle e sei fottuto. Di solito li prendo.
Cuore di cuoio scivola leggero come un Supersantos sul pelo dell’acqua, in un pomeriggio d’estate, quando il mare è una tavola e il sole è basso; e, più che una canzone di De Gregori, attende la sua occasione per diventare un film di Paolo Virzì, o un spettacolo di Davide Enìa, o comunque per diventare nel tempo un piccolo libro di culto. Ne ha la forza trascinante, il divertimento, l’incanto.
E smentisce il luogo comune che manchino bei libri italiani sul calcio, e che il “mestiere” vada lasciato solo a spagnoli e sudamericani, capaci di raccontare il “sogno del calciatore adolescente” o i miti dello sport.
Cosimo Argentina ha poi scritto altro, di calcio, di scuola, di Taranto, ma non solo. Questo, al momento, è il suo solo libro disponibile come ebook, ed è un peccato.
