La notizia è di qualche tempo fa: Amazon (inizio Febbraio) e Apple (inizio marzo) hanno annunciato di aver brevettato un sistema per consentire ai propri clienti di rivendere ad altri utenti un ebook regolarmente acquistato dai rispettivi store. In pratica, poichè l’acquisto di un ebook è in realtà l’acquisto dell’accesso a un file, si tratta di vendere ad altri questo accesso; la tecnologia brevettata da Amazon e Apple consente questo trasferimento e impedisce a chi ha venduto di poter continuare ad accedere al medesimo file. Nasce un “secondo mercato”, il mercato dell’ “usato” dell’ebook (ma anche di file musicali e video).
Gli editori e gli autori dovrebbero continuare a incassare anche da queste transazioni; ma questo nuovo mercato sarebbe totalmente al di fuori del loro controllo e, sebbene non in tempi brevissimi, avrà un impatto rilevante sia sulla dimensione del “primo mercato”, soprattutto per quanto riguarda le backlist, sia sul prezzo, che mediamente avrebbe un ulteriore ribasso.
Se ne è parlato molto e Scott Turow, a nome dell’Authors Guild (l’associazione degli autori americani) di cui è presidente, ha parlato di “lenta morte dell’autore americano”. Non sono interessato a questa polemica; la ritengo l’ennesima battaglia di retroguardia, perdente e poco appassionante. Mi interessano, invece, altri tre aspetti della vicenda.
La concentrazione dei grandi gruppi editoriali è messa alla prova. Se la fusione tra Random House e Penguin porterà solo al tentativo di accrescere il peso commerciale verso Amazon, la montagna avrà partorito il topolino. Se, invece, porterà a una maggiore capacità e aggressività nell’innovazione avrà raggiunto l’obiettivo. Che modo è di stare sul mercato, se non ti accorgi che il tuo più grande partner commerciale al mondo ti sta confezionando l’ennesima fregatura?
I grandi gruppi editoriali sono ancora una volta nella condizione di chiedersi se potevano essere loro a depositare quei brevetti; molto probabilmente, sarebbe stato alla loro portata, sia dal punto di vista della tecnologia che delle risorse finanziarie necessarie, ma non è successo. Ora, forse, gli editori dovrebbero pensare comunque a modalità che gli consentano di avere qualche forma di controllo sul “secondo mercato”, almeno al di fuori dei sistemi chiusi di Amazon e Apple. In futuro, si spera siano loro a mettere sulla difensiva Amazon e Apple.
Chi deve proporre nuove regole per la protezione del diritto d’autore. Una sentenza del 30 marzo scorso ha giudicato come violazione del copyright l’attività di Redigi, un’operatore che negli USA consente agli utenti di rivendere file musicali regolarmente acquistati da iTunes. Il giudizio si basa sulla dottrina del “first use”, in base al quale un file non può essere rivenduto se nel trasferimento da un utente a un altro si crea una copia del file originale: copia che era prevista nel modello attivato da Redigi (non è ancora chiaro se i brevetti di Amazon e Apple aggirino questo ostacolo). La sentenza richiama in modo esplicito la competenza del Congresso quando emergono interessi tra loro concorrenti con l’introduzione di innovazioni tecnologiche.
Quindi: 1) siamo in tema di violazione o meno di copyright; 2) siamo di fronte a un cambiamento di tecnologia che scardina gli equilibri stabiliti in precedenza dal legislatore; 3) siamo di fronte all’esigenza di un nuovo intervento del legislatore per stabilire nuovi equilibri.
In altre parole, per quanto riguarda l’industria editoriale, è un ulteriore evidenza della necessità di mettere mano alla normativa sul diritto d’autore, che ormai fa acqua da tutte le parti; in primis, perchè protegge sempre meno proprio gli autori. Si cambierà, è certo; e il cambiamento sarà lungo e doloroso. La questione è un’altra: vogliamo che anche in quest’ambito siano i vari Amazon e Apple del caso a scrivere le nuove regole? Chi se non gli autori (e gli editori) devono mettersi alla testa del cambiamento, guidarlo, indirizzarlo attraverso proposte innovative? Qui gli autori (e gli editori) hanno la grande opportunità di essere gli innovatori; sarebbe bello che non la sprecassero facendosi anticipare (e la posizione di Turow non è incoraggiante da questo punto di vista).
I brevetti e l’antitrust internazionale. Ormai è arcinoto che Internet favorisce la costruzione di monopoli o quasi-monopoli globali. Quando una tecnologia è scalabile e il modello di business che supporta è globale, Internet accelera di parecchio la concentrazione su scala internazionale. Nella fattispecie, qual’è il bene comune da preservare nell’interesse dei lettori tra la riduzione del prezzo dei libri e la garanzia di concorrenza su scala globale?
La concessione dei brevetti a Amazon e Apple è giusta e legittima, perchè protegge un’idea che favorisce l’interesse collettivo; ma ripropone questa domanda e personalmente credo che una normativa internazionale che tenga conto del nuovo contesto e che eviti la possibilità che si creino posizioni dominanti su scala planetaria sia assolutamente necessaria.
Per concludere. Non c’è alcun dubbio che un “secondo mercato” degli ebook nascerà; è solo un ulteriore passo verso la legittimazione della copia digitale e della conseguente necessità di regole nuove che riguardano diversi aspetti; primo fra tutti il diritto d’autore. Non si tratta di essere “entusiasti a prescindere” o “difensori ad oltranza”: non siamo di fronte a una contesa su cui esprimere un personale giudizio di merito. Si tratta di essere dentro o fuori dalla realtà.
Scritto il: 12 April 2013 | da: marcof | Categorie: Contributi, Scenari | Tags: amazon, apple, autori, ebook, editori | 2 Commenti »
“È da quando Gutenberg ha inventato la stampa, rendendo libri e tomi scientifici facilmente disponibili ai lettori,
che un’invenzione non trasforma la potenzialità delle persone e il loro accesso alle informazioni come ha fatto Google.”
(David A. Vise, The Google Story, Bantam Dell, New York 2005)
Google oggi è molto più di un motore di ricerca. La sua importanza non si limita al fatto che circa il 75% degli utenti che visitano un sito per la prima volta proviene dai motori e più del 60% di loro sceglie Google.
Google è, oggi, un aggregatore di servizi molto diversi tra loro: Gmail, Google Maps, Google Talk, Chrome, Android, Google Health, Google Books, Google Analytics, Picasa, Blogger, Google Wave, YouTube e Google+ solo per citarne alcuni.
Tutti questi servizi hanno almeno una elemento in comune: sono gratuiti. Potremmo facilmente stupirci di tanta generosità, spinti anche dal motto dell’azienda: Don’t Be Evil. La verità è che nel modello di business di Google, noi utenti non siamo i clienti, bensì i prodotti.
Qual è il modello di business di Google? Una microeconomia complessa (detta Googlenomics), basata sulla macroeconomia del consumo di Internet nel suo insieme, che verte interamente attorno alla pubblicità e funziona grazie ai miliardi di dollari versati da migliaia di aziende in tutto il mondo a Google Adwords, strumento fondamentale del search engine marketing.
Vendere pubblicità non genera soltanto profitto, ma produce anche fiumi di informazioni sugli utenti, sui loro gusti e le loro abitudini, dati che Google incamera e processa per predire il comportamento dei consumatori, trovare modi di migliorare i propri prodotti e vendere ancora più pubblicità.
(Steve Levy, Secret of Googlenomics: Data-Fueled Recipe Brews Profitability)
Che impatto può avere sull’editoria libraria un gigante come Google, che fa i soldi garantendo agli utenti di internet l’accesso gratuito ai contenuti? Quanto può essere disruptive un business in cui gli ebook sono un mezzo per attirare utenti, ottenendo da un lato informazioni su di loro e dall’altro nuovi spazi pubblicitari da integrare in un servizio da vendere agli inserzionisti?
Eppure Google ha deciso di non limitarsi a offrire ai suoi utenti la versione digitale (gratuita e in inglese) di oltre due milioni di libri fuori diritti e si è voluto confrontare con il settore editoriale vero e proprio, inaugurando quello che credo sia il primo servizio a pagamento per gli utenti del colosso di Silicon Valley, in aperta sfida nei confronti di Amazon: Google eBookstore, disponibile per ora soltanto in lingua anglofona sul web e su dispositivi iOS e Android.
Come se non bastasse, in questi giorni è stata lanciata Subtext, l’applicazione gratuita che permette di discutere di un libro con altri lettori all’interno del libro stesso, che dovrebbe essere compatibile con la biblioteca digitale di Google Books, gli ebook di Kobo e gli epub con o senza Adobe DRM (non leggerebbe invece i mobi del Kindle Store di Amazon e i libri di iBooks di Apple).
Chiunque può aggiungere link, immagini, video e aprire vere e proprie discussioni, ma oltre allo svago, l’applicazione potrebbe avere risvolti utili anche in ambito scolastico, grazie alla creazione di gruppi di condivisione composti dagli studenti di una classe, che potranno ora lavorare contemporaneamente a uno stesso testo. Addirittura ogni lettore disposto a dare il suo contributo alla comunità di lettura guadagnerebbe un punteggio.
E indovinate un po’ chi cì dietro Subtext? Tra gli investitori, Google Ventures, Mayfield Fund, New Enterprise Associates (NEA) e Omidyar Network.
Vista l’importanza che sempre di più, anche per Google, hanno i social network nella raccolta di informazioni sugli utenti, non stupisce che l’app che permette l’accesso gratuito a Google Books sia di fatto un’app di social reading. Ma sarà sufficiente per ritagliarsi una fetta di mercato a scapito di Amazon e di Apple?
Scritto il: 26 October 2011 | da: daria | Categorie: Marketing Jokes, Scenari | Tags: amazon, app, apple, google, social reading | 0 Commenti »
Ieri mattina, come tutti noi, mi sono svegliata e ho letto la notizia della morte di Steve Jobs. Non un fulmine a ciel sereno, ma comunque una di quelle cose che ti stringono un po’ lo stomaco. Ho letto svariati articoli e naturalmente ho riguardato il video della conferenza di Stanford.
Non lo trovo un discorso particolarmente originale: la morte che spazza via il vecchio, la paura della morte come motore del cambiamento, il “romanticismo” di chi ti sprona a seguire i tuoi sogni non sono certo originali perle di saggezza (anche se sicuramente sono perle di saggezza).
Ma dette da Steve ti arrivano. E ti accorgi di quanto sei fortunato se fai un lavoro che ami e sei circondato da persone che stimi. Al punto da volere condividere la consapevolezza di questa fortuna, anche se in un momento diverso giudicheresti stucchevoli le stesse considerazioni e non ti basterebbero per consolarti.
La prima volta che ho desiderato un prodotto Apple è stato al primo anno di università. Non volevo perdermi una parola delle lezioni di Emanuele Severino e il mio registratore analogico non riusciva a isolare i rumori di fondo, rendendomi quasi impossibile trascrivere quelle lezioni. E dire che mia mamma lo aveva pagato caro, regalandomelo per inaugurare il percorso universitario.
Sulla cattedra, accanto al mio registratore, c’erano diversi iPod con microfono annesso. Frequentando i miei compagni mi è capitato di ascoltare le registrazioni delle lezioni da iPod: una rivoluzione. Non solo la qualità della registrazione era altissima, ma mi ritrovavo con file che potevo condividere facilmente, che non rischiavo di perdere, che potevo archiviare… Facilità dell’operazione e qualità del risultato.
Ho passato mesi su eBay (ma siamo sicuri che anche i prodotti Apple sottostiano alla legge di Moore?) aspettando l’occasione giusta per comprare il mio primo iPod di quarta generazione e il suo microfono.
Il mio ultimo prodotto Apple è un iPad. Prima che Steve Jobs si inventasse l’iPad, io non sapevo che cosa fosse un ebook. Ma me lo sarei inventata volentieri io, dopo un’operazione agli occhi andata male che mi ha reso inaffrontabili gli adorati libri di carta su cui passavo dodici ore al giorno. Su quelli non potete personalizzare la dimensione del carattere, ricordate?
Succedeva spesso così, con lui. Più che creare bisogni, riusciva a soddisfare le esigenze del consumatore prima che lo stesso consumatore fosse in grado di formularle.
Steve era un genio, un genio creativo e imprenditoriale. Certo, c’è anche chi lo considera un controverso capitalista (vedi hashtag #steveworkers), ma nessuno quanto e come lui è riuscito a dare una connotazione emotiva al nostro rapporto con la tecnologia. Gli utenti Apple sono letteralmente innamorati dei loro prodotti, tanto che spesso sono definiti “adepti” e considerati “una setta”.
Non è un caso.
Claudio Cerasa, in occasione del passaggio di testimone da Steve a Tim (Tim chi? Tim Cook), ha scritto su Il Foglio un interessante articolo dal titolo Se ne va il Cristo dei computer. Parla – non è il primo, certo - della costruzione simbolica della Apple come religione implicita.
Neanche tanto implicita, in realtà:
Una religione in cui i prodotti naturalmente diventano “oggetti di culto”, in cui i negozi diventano “cattedrali del consumo”, in cui le battaglie commerciali diventano pacifiche “guerre sante”, in cui la clientela diventa una “comunità di fedeli” e in cui lo stesso capo azienda si ritrova a essere paragonato ora a “un messia”, ora a “un profeta”, ora a “un salvatore”, ora a un “redentore”.
Il successo di questa straordinaria strategia di marketing è un’altra delle ragioni per cui molti di noi nutrono profonda stima nei confronto del genio di Steve Jobs.
You can’t just ask customers what they want and then try to give that to them. By the time you get it built, they’ll want something new.
(Interview with Inc. Magazine for its “The Entrepreneur of the Decade Award” – April 1, 1989)
Certo, oggi con l’abbattimento dei tempi e dei costi di produzione dell’editoria digitale, “the time to get it built” vuole dire un’altra cosa e non è del tutto impossibile pensare di poter soddisfare una domanda di mercato in tempo reale. Ma, almeno in parte, anche per questo dobbiamo dire grazie a lui.
Scritto il: 7 October 2011 | da: daria | Categorie: Marketing Jokes | Tags: apple, ipad, ipod, steve jobs | 3 Commenti »
A partire dal febbraio 2011 Apple ha iniziato a cambiare le regole del gioco per le applicazioni con all’interno link che puntavano a siti esterni per l’acquisto di contenuti: le transazioni devono passare per l’In-App Purchase pagando ad Apple, che in questo modo le gestisce, il 30%.
Giornali e librerie sono tra i primi a dover modificare le loro applicazioni: Kobo annuncia in luglio – dopo aver eliminato il link alla libreria all’interno della sua app – di lavorare a una Web app in HTML5, così da aggirare la restrizione di Apple. Amazon informa i lettori attraverso i suoi forum, e rilascia Kindle Cloud Reader: ancora una Web app.
Che sia calcolato oppure no, la decisione di Apple ha spinto i distributori di contenuti a trovare nella tecnologia delle Web app soluzioni alternative, normalmente affidate alle applicazioni native. Di cosa si tratta? In due parole, le Web app sono applicazioni accessibili attraverso un browser e richiedono una connessione a Internet per la maggior parte delle loro funzioni. Le applicazioni native si acquistano (o si scaricano gratuitamente) attraverso uno store e si installano sul dispositivo: la connessione è necessaria al momento del download ma il funzionamento offline è più semplice.
Si dibatte molto intorno alla scelta tra applicazioni native e Web app. L’osservazione sarà banale ma repetita iuvant: la decisione non va presa a priori pensando che una tecnologia sia migliore dell’altra, ma in base alle effettive esigenze e funzionalità che si stanno cercando.
Le Web app aprono scenari interessanti, per esempio, proprio per l’eCommerce sui dispositivi mobili: su Mashable possiamo leggere Native App vs. Web App: Which Is Better for Mobile Commerce (ma vi consiglio di osservare l’intera Mobile App Trend Series, per ampliare le prospettive sull’argomento).
Come commento alla decisione del Financial Times di sostituire l’applicazione nativa per iPad con una Web app Matt Legend Gemmel spiega in un post i pro e i contro delle due tecnologie (App vs. the Web). Un articolo non altrettanto recente ma utile per completare il quadro lo leggete su A List Apart: App vs. the Web, di Craig Hockenberry, autore di iPhone App Developement, per O’Reilly (qui la traduzione italiana).
BONUS
Scritto il: 14 September 2011 | da: letizia | Categorie: Robe da smanettoni | Tags: app, apple, ipad, iPhone, web app | 0 Commenti »