Una notizia che forse oggi fa gola solo a veri smanettoni, ma domani potrebbe fare la gioia di molti lettori è l’annuncio del NISO (National Information Standard Organization) di aver iniziato i lavori su uno standard per la condivisione di segnalibri e annotazioni sulle pubblicazioni digitali.
La possibilità di fare riferimento preciso a un punto specifico all’interno di un testo digitale è fondamentale per l’uso di segnalibri e annotazioni in ambiente digitale. Sia per semplici lettori sia per ricercatori e professionisti, simili riferimenti devono essere utilizzabili attraverso diversi sistemi di lettura, così da permettere un uso condiviso di libri, articoli ed editoria grigia, spaziando da appunti personali a citazioni e analisi critiche, così come collegamenti avanzati.
Non esiste ancora niente di così evoluto, ma in qualche modo la sensibilità sul problema di riferimenti precisi al testo digitale è già emersa da tempo: in febbraio Amazon ha proposto la sua soluzione, per esempio, e anche su altri sistemi di lettura sono presenti metodi per trovare punti di riferimento all’interno di un testo fluido, in cui tutto scorre.
Il proposito del NISO è di ben più ampia portata. Non stupisce che la proposta dell’apertura dei lavori su uno standard simile venga da Peter Brantley (Internet Archive): “È la combinazione preziosa di portabilità e traducibilità che rende possibile la condivisione delle annotazioni all’interno di circoli di lettura, aule scolastiche o associazioni.”
Nel tempo alcuni aspetti che adesso ci si propone di riunire sotto uno standard erano stati affrontati separatamente: un anno fa Keith Fahlgren metteva sul tavolo alcune idee per una specifica che permettesse di costruire link tra un ePub e un altro. Nelle specifiche dell’ePub3 compare il Linking Scheme Registry, che l’IDPF si riserva di modificare indipendentemente dagli sviluppi dell’ePub stesso, suggerendo di fare riferimento alle specifiche principali del formato per il supporto effettivo da parte dei sistemi di lettura.
Questa specifica, EPUB Canonical Fragment Identifier (epubcfi), definisce un metodo standard per la referenziazione di contenuti all’interno di una pubblicazione EPUB® attraverso l’uso di fragment identifier.
Il Web ha dimostrato come il concetto di hyperlink sia straordinariamente potente, ma le pubblicazioni in EPUB hanno negato parecchi dei benefici resi possibili dagli hyperlink a causa dell’assenza di un sistema standardizzato per collegamenti che puntino al loro interno. Nonostante siano stati sviluppati sistemi proprietari implementati in singoli sistemi di lettura, senza una sintassi condivisa non c’è modo di ottenere un’interoperabilità vera e propria. Le funzionalità che potrebbero ottenere benefici significativi dall’abbattimento di questo limite sono svariate: dalla conservazione dell’ultimo punto di lettura alle annotazioni collegate al testo alla navigazione, la possibilità di puntare all’interno di qualunque pubblicazione apre una nuova dimensione impossibile finora sia per gli sviluppatori sia per gli autori.
È curioso notare che si parli di sviluppatori e autori (“developers and Authors”) e non di editori, così come è interessante leggere la lista degli editor di questa specifica: le aziende coinvolte sono Adobe, Google, Apple e il DAISY Consortium (che non è un’azienda ma un consorzio internazionale che si occupa di standard per l’accessibilità), se vogliamo farci un’idea del possibile futuro supporto di queste innovazioni.
Per seguire i lavori del NISO è possibile iscriversi a una mailing list, segnalata nell’annuncio di apertura dei lavori. Per tutto il resto, come al solito, bisogna stare all’erta.
Scritto il: 12 October 2011 | da: letizia | Categorie: Robe da smanettoni | Tags: epub3, idpf, keith fahlgren, locations, NISO, peter brantley, specifiche, threepress | 0 Commenti »
Diciamo che nella scorsa settimana siete stati presi da altre cose e non ve ne siete accorti. Se così fosse…
BREAKING NEWS!
Amazon ha lanciato Kindle Fire: venerdì scorso (il 28 settembre) la rete era un florilegio di live streaming e – almeno sul mio monitor – di finestrelle di gtalk di amici, colleghi e simpatizzanti che commentavano in diretta l’evento di New York, quasi fosse la versione nerd della finale dei mondiali.
Diciamo anche che siete stati davvero indaffarati e non avete proprio avuto tempo di leggere nessuno degli innumerevoli post che vi ha raccontato in lungo e in largo tutti i segreti tecnici più piccanti e maliziosi sull’hardware di Bezos… non starò a raccontarveli di nuovo anche qui, confido nelle vostre capacità da detective. I commenti più interessanti sono quelli che si interrogano sulla portata dell’innovazione (senza sconfinare nel vaticinio). Per esempio.
Su The Guardian, John Naughton dice che sì, sul mercato c’erano altri tablet, ma Kindle Fire è l’unico che sembra in grado di intaccare la supremazia di Apple (letteralmente “until Wednesday, nothing had appeared that looked like being able to make a dent in Apple’s licence to print money.”). Il titolo del suo articolo è già un programma, Kindle Fire: the tablet that knows your next move, con buona pace di chi si chiede se sia un bene che Amazon sappia tante cose di noi. Jenny Webb, su O’Reilly Radar, mette l’accento sul prezzo: a $199 si abbassa la barriera di ingresso – per non parlare dei reader e-ink, che partono da $79. Anche questo titolo è interessante: Amazon vs barrier to entry, tanto per non sentire la solita musica di Amazon vs. Apple.
Amazon’s grip tightens on the entire book-publishing chain, tra tutti, centra il punto in pieno.
Librai ed editori si disperano, dicendo che un Golia aggressivo li sta tagliando fuori dal mercato. Ma alcuni autori che hanno firmato di recente accordi con Amazon Publishing dicono che l’azienda offre loro, semplicemente, un migliore e più onesto accordo rispetto all’editoria tradizionale.
e più avanti
“Amazon tratta i suoi autori come partner, non come mali necessari”, dice Konrath, “Con il mio precedente editore non avevo alcuna voce in capitolo sulle decisioni importanti. Amazon rispetta le mie decisioni [creative], [e] il suo potere di marketing è ineguagliabile.”
Eccolo, il punto. Amazon soddisfa i bisogni degli anelli più insoddisfatti e dimenticati della filiera: autori e lettori. Il sistema dell’editoria piange, accusa e si difende, ma in questo modo rischia di perdere di vista l’aspetto fondamentale del cambiamento in cui si trova immerso. Il digitale mette proprio nelle mani di autori e lettori potere e controllo: l’editore – e con lui gli altri attori del sistema – non può contare sull’indispensabilità della sua figura dal momento che le criticità che lo rendevano tale (costi di produzione e di distribuzione) diventano prossime allo zero. Autori e lettori possono saltare tutti i passaggi intermedi, oggi (vedi alla voce self publishing). E lo scuotere la testa, il parlare di decadimento culturale e gli sconfortati “dove stiamo portando la nostra cultura?” hanno il sapore di un luogo comune, di un “che roba, contessa“.
Usiamo la stessa domanda, allora – dove stiamo portando la nostra cultura? – per sfruttare le spinte positive e propulsive del cambiamento e provare a interpretarle come possibilità, anzi che come problemi. Proviamo – da editori – a considerare i lettori e gli autori come partner e a costruire un nuovo modo di fare editoria dando loro valore, anzi che cercare di incastrarli in un meccanismo che non può più funzionare agli stessi vecchi patti.
Ma l’innovazione non impatta solo sull’editoria. Riguarda il mondo dei media in generale, delle abitudini d’acquisto, dello studio del comportamento del cliente per costruire intorno a lui una rete di servizi e prodotti sempre più su misura.
Guardate Silk, per esempio: il browser Amazon che estenderà le capacità dell’algoritmo dello store online alla navigazione in rete. E se c’è chi si fa prendere dalle perplessità pensando “e la privacy? nessuno pensa alla privacy?”, mi sembra sensato ricordare che non ci sono ancora articoli della costituzione che impongono l’utilizzo di questi sistemi. Il tema della convenienza non passa in secondo piano né davanti alle esigenze di un’industria che non impara a cambiare né davanti allo spauracchio dei dati intrappolati da aziende senza scrupoli.
Certo, alla luce del fuoco non mancano zone d’ombra. Eoin Purcel ne evidenzia una interessante, a proposito dell’impatto sui media del tablet di Amazon. Come evolverà l’editoria in termini di prodotto se l’attenzione si sposta sui media in generale anzi che sul libro digitale tout court? Kindle era il dispositivo dedicato alla lettura quasi per eccellenza. Con un tablet tutto cambia. Di nuovo.
BONUS
- Altri articoli sul lancio di Kindle Fire su 40kbooks.com
- Avete notato che il sito dedicato a silk è sfacciatamente un wordpress.com? Meraviglioso!
Scritto il: 5 October 2011 | da: letizia | Categorie: Robe da smanettoni | Tags: amazon, kindle | 1 Commento »
Parlando della difficoltà di trovare un metodo per fare riferimento a una porzione specifica del testo abbiamo ricordato una caratteristica dei formati fluidi per gli ebook (come epub e mobi, per esempio): la pagina fissa scompare e il contenuto è in grado di adattarsi allo schermo su cui stiamo leggendo, a seconda delle dimensioni del carattere che abbiamo selezionato.
Torniamo sul tema delle pagine per ragionare sulle diverse possibilità per andare avanti nella lettura: sfogliare o scorrere? L’alternativa tra questi due metodi influenza l’esperienza di lettura e la percezione di entrambe varia a seconda del modo in cui il lettore si relaziona alle convenzioni.
Sfogliare: v. tr. [io sfòglio ecc]
1 voltare le pagine di una pubblicazione scorrendole in fretta; per estens., leggere qua e là, saltando le pagine: sfogliare un album; l’ho appena sfogliato, ma non mi pare un libro interessante
Dizionario Garzanti
Sfogliare è un’azione legata alle consuetudini della lettura su carta, la definizione appena citata mette l’accento sulla velocità con cui la si compie: sfogliare un libro non equivale certo a leggerlo. Ma quello che ci interessa considerare è il tipo di azione che facciamo sul testo, legata al supporto in cui si trova: voltiamo un foglio di carta che contiene una quantità di testo determinata dalle caratteristiche fisiche del libro per poter proseguire nella lettura.
Scorrere un testo è un’azione legata alle consuetudini del Web, almeno per ciò che riguarda le nostre generazioni. In inglese, scroll è il nome del rotolo di papiro, ma indica anche l’azione di spostare dall’alto verso il basso e viceversa il contenuto di una finestra su un monitor (testuale o no).
Queste diverse consuetudini legate al supporto su cui leggiamo si incontrano nell’esperienza di lettura in digitale. Alcuni software giocano sulle metafore del libro di carta, con un forte impatto sull’esperienza di lettura in digitale: è il caso di iBooks di Apple. Taglio delle pagine, animazione dello sfogliamento, piega del libro: tutto ci riporta alla confortevole abitudine del libro di carta.

In altri casi invece il lettore può scegliere il metodo che preferisce per avanzare nella lettura: tra i software che permettono di usare lo scroll c’è eReader, per esempio, ma non sono molti a proporre questa modalità. In genere è anche possibile far scorrere il testo automaticamente, impostando la velocità preferita.

Per il lettore la possibilità di scegliere l’una o l’altra esperienza di lettura è senz’altro un vantaggio, uno dei tanti offerti dalla lettura digitale. Esistono sostenitori dell’uno o dell’altro metodo ed è interessante vederne le opinoni per farsi un’idea più precisa.
Su designdare ne troviamo una raccolta a partire proprio dalla metafora del libro usata da iBooks: il flip, lo sfogliamento, ha una migliore usabilità, specie quando si tratta di orientarsi in un testo lungo e ricordare il punto in cui si era arrivati. In effetti anche nel Web, per la lettura di testi lunghi, la suddivisione in pagine è una soluzione molto diffusa: guardate il New Yorker o il New York Times.
Le consuetudini della lettura digitale, ancora molto giovane, sono probabilmente tutte da inventare e dipendono molto dal modo in cui è pensato il contenuto. Per letture in cui la linearità è dominante la questione non è tanto sfogliare o scorrere quanto ottenere un’usabilità ideale per le due alternative e lasciare al lettore la scelta.
BONUS
Books in the age of the iPad – Craig Mod
Take something as fundamental as pages, for example. The metaphor of flipping pages already feels boring and forced on the iPhone. I suspect it will feel even more so on the iPad. The flow of content no longer has to be chunked into ‘page’ sized bites. One simplistic reimagining of book layout would be to place chapters on the horizontal plane with content on a fluid vertical plane.
Scritto il: 21 September 2011 | da: letizia | Categorie: Robe da smanettoni | Tags: ebook, ipad, reading experience | 2 Commenti »
A partire dal febbraio 2011 Apple ha iniziato a cambiare le regole del gioco per le applicazioni con all’interno link che puntavano a siti esterni per l’acquisto di contenuti: le transazioni devono passare per l’In-App Purchase pagando ad Apple, che in questo modo le gestisce, il 30%.
Giornali e librerie sono tra i primi a dover modificare le loro applicazioni: Kobo annuncia in luglio – dopo aver eliminato il link alla libreria all’interno della sua app – di lavorare a una Web app in HTML5, così da aggirare la restrizione di Apple. Amazon informa i lettori attraverso i suoi forum, e rilascia Kindle Cloud Reader: ancora una Web app.
Che sia calcolato oppure no, la decisione di Apple ha spinto i distributori di contenuti a trovare nella tecnologia delle Web app soluzioni alternative, normalmente affidate alle applicazioni native. Di cosa si tratta? In due parole, le Web app sono applicazioni accessibili attraverso un browser e richiedono una connessione a Internet per la maggior parte delle loro funzioni. Le applicazioni native si acquistano (o si scaricano gratuitamente) attraverso uno store e si installano sul dispositivo: la connessione è necessaria al momento del download ma il funzionamento offline è più semplice.
Si dibatte molto intorno alla scelta tra applicazioni native e Web app. L’osservazione sarà banale ma repetita iuvant: la decisione non va presa a priori pensando che una tecnologia sia migliore dell’altra, ma in base alle effettive esigenze e funzionalità che si stanno cercando.
Le Web app aprono scenari interessanti, per esempio, proprio per l’eCommerce sui dispositivi mobili: su Mashable possiamo leggere Native App vs. Web App: Which Is Better for Mobile Commerce (ma vi consiglio di osservare l’intera Mobile App Trend Series, per ampliare le prospettive sull’argomento).
Come commento alla decisione del Financial Times di sostituire l’applicazione nativa per iPad con una Web app Matt Legend Gemmel spiega in un post i pro e i contro delle due tecnologie (App vs. the Web). Un articolo non altrettanto recente ma utile per completare il quadro lo leggete su A List Apart: App vs. the Web, di Craig Hockenberry, autore di iPhone App Developement, per O’Reilly (qui la traduzione italiana).
BONUS
Scritto il: 14 September 2011 | da: letizia | Categorie: Robe da smanettoni | Tags: app, apple, ipad, iPhone, web app | 0 Commenti »
Ciao [nome di amico a piacere]! Ma sai che ti pensavo giusto l’altro giorno? Stavo leggendo [nome di libro a piacere] e c’è un [personaggio/luogo/situazione]… be’, insomma: era impossibile non pensare proprio a te! Devi leggerlo anche tu!
Conversazione a caso, colta in un momento qualunque.
Non c’è niente di meglio che il consiglio di un buon libro da parte di un amico. O di un libraio. O di qualcuno con sufficienti doti empatiche da capire cosa può farci piacere leggere in un certo momento della nostra vita. Consigli, suggerimenti, proposte; se vi sentite esotici chiamatele suggestions. Quello che conta è che un discreto numero di varie entità (persone, librerie, servizi) fanno a gara per orientarvi nello sterminato universo dei libri. Ma attenzione: siete incappati nella categoria “Roba da smanettoni” di questo blog. E quindi no, non mi aggiungerò alla folta schiera di suggeritori di letture.
Trasferite sul Web le dinamiche del passaparola sul libro. Pensate a Goodreads, Amazon; Anobii, se pensate in italiano… (come? Qualcuno ha detto Zazie?). Le decisioni di acquisto si prendono molto più in base ai consigli di altri lettori con gusti simili – di loro ci fidiamo, mica vogliono venderci niente – che alle proposte generiche che cercano di accontentare il palato di tutti, mentre per il nostro manca sempre quel pizzico di sale. Ci piace ricevere un consiglio fatto apposta per noi, non per noi e il numero più ampio possibile di persone.
E quindi, su siti come quelli, curiamo con amore le nostre biblioteche, gironzoliamo in quelle dei nostri vicini, facciamo tendere a infinito le liste dei desideri. Bellissimi sistemi, quelli basati sulle social recommendations, sui consigli altrui. Mettono, come si dice, “l’intelligenza degli utenti nell’interfaccia”, e permettono di creare servizi molto più efficaci partendo dal basso – gli utenti – anzi che gestire l’informazione dall’alto. Aggiungiamo a questo il potere degli algoritmi, mescoliamo bene e otterremo suggerimenti calibrati a puntino su di noi, in base al nostro comportamento da lettori.
La tecnologia fa buona parte del lavoro, e senz’altro servono menti sveglie per impiegarla in modo che semplifichi la vita al lettore. Ma è sempre una parte: uno sforzo condiviso con gli utenti che sfamano l’algoritmo goloso di informazioni perché le restituisca in forma di suggerimenti mirati. E se ci fosse un sistema per lasciar fare tutto alla tecnologia?
Ci prova BookLamp. Se n’è parlato parecchio lo scorso periodo: si tratta di cercare di definire il DNA del libro per aiutare i lettori a scoprire nuovi titoli. Se volete capire meglio come funzioni potete andare a vedere le loro Faq oppure leggere l’approfondimento su Mashable.
BookLamp.org è la faccia pubblica del Book Genome Project, fondato dagli studenti dell’Università dell’Idaho nel 2003 e ha come obiettivo identificare, tracciare, misurare e studiare le caratteristiche che compongono un libro attraverso dei calcoli. Esistono altri siti che consigliano libri, ma tendono a essere legati a dati inseriti dagli utenti o a meccanismi social. BookLamp è differente, perché analizza realmente il testo del libro.
Vi consiglio di leggerlo tutto, l’articolo di Laura Hazard Howen. Poche righe dopo, Aaron Stenton, CEO di BookLamp, aggiunge che se ci è piaciuta una torta al cioccolato e vogliamo trovarne un’altra con lo stesso sapore avremo bisogno non solo di conoscere gli ingredienti, ma anche le dosi e il procedimento per prepararla. Altrimenti detto: mi piacciono i libri con il 10% d’azione, il 30% di romanticismo, il 30% di battute argute e il 40% di personaggi femminili (ehi, ehi, un momento: qualcosa non torna.). Aritmetica a parte spero sia chiaro il punto: quanto più precisa può essere la tecnologia nel suggerirci il libro giusto? Certo, il patto è uno solo: che funzioni maledettamente bene.
Il vantaggio di suggerimenti derivati da una ricerca nel libro è che non sono influenzati dalla popolarità: Amazon, per esempio, inserisce tra i suggerimenti i libri più popolari, selezionandoli prima tra quelli più venduti poi tra quelli che riscuotono più attenzione da parte degli utenti (stelline attribuite, recensioni, like, discussioni nei forum…). Per ovviare all’inefficienza di questo sistema ha lanciato dei progetti editoriali (AmazonEncore, per esempio), in cui seleziona i titoli con alto gradimento degli utenti ma con scarso riscontro di vendite.
In un sistema come quello elaborato da BookLamp il suggerimento è dettato da una profonda analisi del contenuto: è il libro a parlare, non ciò che gli succede intorno. Il punto critico è già stato messo in evidenza: può un sistema essere sufficientemente profondo da mettere in luce tutta la complessità di un libro? Pandora per la musica è un servizio eccellente, ma una traccia audio e un testo sono così simili da poter portare agli stessi risultati?
Su BookLamp ci sono ancora pochi editori per capire davvero la portata del sistema. Ma vi consiglierei di non distrarvi troppo, nel frattempo che aspettiamo che ne arrivino altri.
BONUS TRACKS
No, se sono stata abbastanza chiara a questo punto non direte Last.fm.
Scritto il: 6 September 2011 | da: letizia | Categorie: Robe da smanettoni | 0 Commenti »
Traduzione dall’originale
The ereader incompetence checklist (for discerning consumers, editors, publishers and designers)
di Craig Mod, craigmod.com, Ottobre 2010
Non faccio che ripetere la stessa conversazione. Comincia con:
“Non ti piace l’app di Wired per iPad? Perché? È così [aggettivo positivo].”
“Be’, per dirne una: non è neppure testo…”
“Ma è proprio uguale alla rivista di carta!”
Arrivati a questo punto parto con il mio monologo sugli artefatti, il testo digitale e su cosa dovremmo aspettarci dalle nostre esperienze di lettura digitale.
La battuta finale è questa: la maggior parte delle nostre esperienze di lettura sono decisamente brutte. E molti di noi non se ne accorgono.
L’iPad è ancora un bambino – ha appena sei mesi! – per cui ci troviamo chiaramente ancora in una fase di sviluppo e sperimentazione. Ma ho la sensazione che molti lettori, autori, editor ed editori non siano pienamente in grado di valutare la loro esperienza di lettura digitale. Mi piace sempre dare un seguito online ai miei discorsi, quindi considerate questo come il seguito di quello che avrei fatto se ci fossimo incontrati di persona.
Per poter valutare qualcosa ci serve un titolo. Dei criteri. Degli standard. Dei parametri. Degli obiettivi. Vediamo di stabilirli insieme. (Vi prego, aggiungete i vostri nei commenti).
Dal mio punto di vista, la prima domanda che mi pongo provando un nuovo software di lettura è: l’esperienza è “migliore” di quella che avrei su un browser?
Con la frenesia dell’inventare nuovi “contenitori” per leggere sui tablet, sembra che abbiamo dimenticato che i browser sono maledettamente adatti per il testo. Grazie all’accessibilità e agli sforzi compiuti per la standardizzazione, sono diventati degli efficaci motori di rendering1. E la tipografia migliora ogni istante di più2. Leggere una pagina web su un tablet potrà non essere perfetto, ma converrete che risponde alla maggior parte dei nostri obiettivi sull’esperienza di lettura digitale e dei criteri di accessibilità.
Il che ci porta a una domanda scontata: se la maggior parte dei software di lettura non offre una migliore esperienza su del semplice HTML e CSS, perché così tanti editori stanno reinventando la ruota3?
La lista dei difetti:
Prendi il tuo iPad, apri la prima applicazione per leggere libri, riviste o contenuti in genere che ti capita sotto mano e rispondi alle seguenti domande:
- Sto leggendo del testo? Se il testo nel tuo ereader non è testo ma al contrario un’immagine (.jpeg, .png, etc) allora, per la miseria, il tuo ereader ha un difetto.
Tutto il resto si sviluppa a partire da qui.
- Il mio ereader rende il testo meno accessibile per chi ha problemi di vista? Se è così, mi dispiace amico, il tuo software ha un difetto (ed è una testa di cazzo).
- Puoi copiare il testo? Se non puoi, il tuo software ha un difetto.
- Puoi ridimensionare il testo? No? Difetto. (Vedi alla voce “accessibilità”).
- Hai una pubblicazione ricca di testo come “The New Yorker”? Ogni singolo numero della tua rivista è inutilmente pesante (500mb e oltre al mese)4? Difetto e sciatteria5.
- L’esportazione in PDF del tuo contenuto porta a un’esperienza di lettura sostanzialmente simile a quella del tuo ereader? Un PDF probabilmente sarebbe addirittura meglio (zoom, ricercabilità, vero testo)? Allora il tuo ereader è afflitto da confusione oltre che avere un difetto.
- E, ancora una volta, la lettura di quel contenuto in un browser, con dei buoni margini e dimensioni di carattere appropriate, sarebbe un’esperienza migliore, più accessibile, più dinamica? Se è così, perché quel contenuto non è distribuito in quel modo?
In più, penso che il parametro successivo diventerà progressivamente sempre più importante nella nostra esperienza di lettura:
- Esiste un modo in cui puoi fare facilmente riferimento al tuo contenuto all’interno del tuo ereader (URL, etc)?
Molti di questi parametri sono relativi all’accessibilità. Trovo terribile i più blasonati ereader (come le app di Wired / New Yorker / Time magazine) facciano a meno dell’accessibilità propria del testo digitale. Certo, questa è una fase di transizione, ma perché non partire subito con il piede giusto? Il testo digitale non è lo stesso artefatto del testo stampato. Non trattiamolo allo stesso modo.
Finché questi aspetti non miglioreranno, continuerò a leggere quei favolosi lunghi articoli del New Yorker via Instapaper6, grazie.
Cosa cercate voi in un ereader?
1 http://lostworldsfairs.com/
2 Typekit for iPad
3 Prima che mi facciate venire il mal di testa ricordate che sto semplicemente suggerendo che i sistemi di lettura potrebbero basarsi su piattaforme aperte come webkit. Che non è la stessa cosa di dire che tutte le esperienze di lettura si debbano svolgere su una pagina web. Anziché avviare il vostro esclusivo motore di rendering – che tenderà a somigliare a un visualizzatore per PDF monco o a qualcosa di fatto con Adobe Director – costruite qualcosa a partire da quanto di meglio è già in circolazione. Tutto quel lavoraccio è stato già fatto da qualcun altro! E a voi non resta che impacchettare e vendere i prodotti finiti. Enhanced Editions è un esempio perfetto di ereader che si comporta in questo modo.
4 Condé Nast’s iPad Apps Are Too Portly. Blame Adobe. — Peter Kafka, 28 Settembre 2010
5 Il testo digitale è *leggero*. Altamente comprimibile. In altre parole: trasferibile. Molto più di video, audio o immagini. La maggior parte dei consumatori preferirebbero avere supplementi video anche piuttosto pesanti in streaming dalla rete piuttosto che vedere lo spazio sui propri device divorato. (E per 5$ a numero, speriamo che quel costo riguardi qualcosa di più dello spazio di pochi video allegati.)
6 Instapaper è probabilmente la mia esperienza di lettura digitale preferita. Layout semplice, pulito. Basato su HTML, margini e corpo del testo adattabili. Tutto il contenuto basato su pagine web che puoi linkare! È fantastico e un grande obiettivo a cui gli altri ereader dovrebbero aspirare.
(Traduzione di Letizia Sechi)
Scritto il: 5 May 2011 | da: letizia | Categorie: Contributi, Robe da smanettoni | Tags: craig mod, ereader, reading experience | 2 Commenti »
Ibis Reader (sviluppata da Threepress Consulting) è un’applicazione gratuita per leggere ebook in formato ePub disponibile per smartphone, netbook e computer. Registrandosi al servizio permette di salvare la propria biblioteca online e accedervi in ogni momento. Permette di leggere anche offline e funziona senza bisogno di scaricare o installare niente. Attenzione però: potete leggere solo ePub non protetti con Adobe DRM.
Per aggiungerla tra le applicazioni del vostro iPhone, per esempio, dovete semplicemente andare sulla homepage del sito e seguire il link per la versione iPhone / Android. Da lì occorre toccare la voce “Aggiungi a Home” per avere Ibis Reader pronto sul vostro smartphone.

Toccando l’icona comparsa sulla Home (ricordatevi che potete anche deciderne il nome) avvierete l’applicazione: fatto il login avrete accesso ai titoli che avete caricato nella vostra biblioteca. Potete personalizzare la vostra esperienza di lettura scegliendo tra i diversi font a disposizione, modificando la dimensione del carattere o il contrasto dello schermo. Ibis Reader ricorda la pagina in cui vi siete fermati nella lettura e vi permette di aggiungere segnalibri (basta un tocco in alto a destra sulla schermata che state leggendo). Il supporto di VoiceOver per iOS è già attivo e in continuo miglioramento: l’attenzione all’accessibilità e la scelta di HTML5 come base tecnologica del reader ne fanno uno dei migliori esempi in circolazione per la lettura digitale.
Scritto il: 14 April 2011 | da: letizia | Categorie: Robe da smanettoni | Tags: drm, ebook, epub, ibis reader, reader, software, threepress | 1 Commento »
Una delle prime cose che ci viene ricordata appena abbiamo a che fare con certi formati per gli ebook (ePub e mobi, per esempio) è che le pagine non esistono più. Questo perché la loro prima caratteristica è la riadattabilità allo schermo del dispositivo su cui leggiamo, che mostra tanto testo quanto può contenerne la finestra del software di lettura, a seconda – per esempio – della dimensione del carattere che abbiamo scelto per leggere. La pagina fissa scompare permettendo al testo di adattarsi alle nostre preferenze: per questa ragione sono detti formati fluidi.
Vi sarà capitato di notare l’indicazione di un numero di pagina accanto o sotto il testo dell’ebook. Ma come, non abbiamo appena detto che la pagina non esiste più?


Nelle immagini vedete rispettivamente una schermata catturata da Bluefire (per iPhone) e da Adobe Digital Edition: entrambe riportano un’indicazione di numero di pagina relativa alla porzione di testo mostrato. Nel primo caso si tratta di un calcolo fatto sulla base della quantità di testo contenuto nella schermata secondo le preferenze impostate (dimensione del carattere, interlinea, rientri e spaziature del testo…): se cambiamo le preferenze la proporzione si adatterà di conseguenza. Nel secondo invece abbiamo la sensazione di un numero di pagina “fisso”, in qualche modo ancorato al testo: la definizione di questa “ancora” non dipende dall’ePub ma dal sistema su cui lo stiamo leggendo. In entrambi i casi questo avviene sfruttando il metodo proprietario di Adobe e non secondo alcune possibilità previste (ma scarsamente supportate) dall’attuale standard ePub [1].
Torniamo alla contraddizione: se la pagina non esiste perché ostinarsi a cercare di indicarla? Ci sono diverse buone ragioni, a seconda del libro di cui si tratta. Passatemi l’inglese e lasciatemi parlare di “non-fiction”: in questi casi sembra evidente che il numero di pagina è fondamentale per poter citare con precisione il testo, in ambito accademico, per esempio. Ma anche per la narrativa c’è più di un buon motivo che rende utile il numero di pagina: a seconda del punto in cui mi trovo rispetto al numero complessivo di pagine posso capire il modo in cui si sviluppa la narrazione, mi aspetto più o meno a breve degli sviluppi nella trama o la soluzione di un mistero. Per non parlare della semplicità con cui posso condividere il punto in cui si trova il mio passaggio preferito con un amico. [2]
All’inizio di febbraio, Amazon ha rilasciato un aggiornamento del software per Kindle che prevede, tra le altre novità, l’indicazione nell’ebook del numero di pagina della rispettiva edizione cartacea, per trovare una soluzione al problema dei riferimenti alle versioni digitali dei libri. Questa scelta ha fatto molto discutere (se non li avete letti ecco il post di David Pogue sul suo blog per il New York Times e un articolo di Charlie Sorrel su Wired; qui invece il post ufficiale sul Kindle Daily Post), ma prima di snocciolare le perplessità ricordiamo esattamente come funziona il sistema: Kindle mostra il numero di pagina dell’edizione cartacea premendo il tasto “menu”, quindi solo su richiesta, e identificando le prime parole della schermata, dando un’indicazione abbastanza accurata della corrispondenza con la versione fisica del libro. Per sapere con quale versione è stata stabilita la relazione si può controllare la voce “Page Numbers Source ISBN” nella descrizione dell’ebook.

E ora i dubbi. Come comportarsi nei casi in cui l’ebook è venuto prima del libro stampato? O se la versione cartacea non esiste affatto? Ma più in generale: potrebbe essere rischioso continuare a stabilire una così stretta relazione tra carta ed ebook? Continuare a riferirsi alle consuetudini della carta non potrebbe inibire la ricerca di soluzioni differenti e più vicine agli strumenti per la lettura in digitale, come per esempio dei sistemi che permettano di collegare un ebook a un altro, anzi che continuare a trattarli come sistemi chiusi? [3] Il progetto “Real Page Number” non oscura il vero problema, ossia la ricerca di un metodo nuovo per referenziare i testi fluidi? [4]
Ho detto che avrei parlato di dubbi, non di risposte. Di queste ne discutiamo insieme nei commenti?
[1] Nella versione 3.0 dello standard la possibilità di indicare riferimenti precisi all’interno dell’ePub sarà meglio definita, come si può leggere nella bozza delle specifiche.
[2] Vi ho sentiti! “È un ebook, il mio passaggio preferito lo posso twittare e il mio amico lo sa in tempo reale!” È senz’altro una possibilità. Ma non avete solo amici che vivono connessi come voi, credo, no? È davvero un caso così inverosimile?
[3] Se vi sentite abbastanza smanettoni vi suggerisco la lettura di un vecchio post di Keith Fahlgren “Developing an EPUB Linking specification“, su questo punto.
[4] Pare che non ci fossero punti di riferimento fissi nei rotoli manoscritti. Si faceva riferimento al testo citando le prime poche parole del passaggio in questione. Il che, a pensarci bene, suona molto vicino al twittarne i primi 140 caratteri. Guardate qui (ma c’è il trucco: hanno numerato le colonne).
Scritto il: 6 April 2011 | da: letizia | Categorie: Robe da smanettoni | Tags: Bluefire, david pogue, digital editions, ebook, epub, kindle, mobi, reading experience, wired | 7 Commenti »
Di cosa si tratta l’hanno spiegato già in molti:
metadata (data about data) “a library catalog is metadata because it describes publications”
WordNet Search – 3.0, metadata
Metadata (metacontent) is defined as data providing information about one or more aspects of the data
Wikipedia, metadata
Structured data about data. Increasingly this term refers to any data used to aid the identification, description and location of networked electronic resources.
Statewide Database, metadata
Ma bando ai discorsi generali, parliamo di metadati riguardo i libri, e in particolar modo relativamente a quelli digitali. A cosa servono? Come gestirli? Perché usarli? Quali scegliere?
Ragioniamo da lettori. Possiamo portarci dietro centinaia di libri digitali, è un evidente vantaggio dell’ebook. Ma se in una biblioteca di queste dimensioni non possiamo ordinare i libri almeno per titolo e autore dalla A alla Z ecco che questo punto di forza si trasforma in un fastidioso inconveniente: siamo privi di criteri per rintracciare velocemente il libro che cerchiamo.
Ragioniamo da editori. Una maggiore ricchezza di informazioni che descrivono i nostri titoli è una carta vincente per convincere il lettore a interessarsene. Ma la ricchezza non basta: bisogna proporre informazioni accurate e puntuali perché siano anche efficaci.
Naturalmente tutto questo presuppone che esistano sistemi in grado di valorizzare l’insieme di informazioni che stiamo costruendo intorno al libro. Vediamo qual è il modo migliore per gestire un buon set di metadati, in grado di soddisfare almeno le minime esigenze di una buona biblioteca digitale.

Ecco cosa compare facendo clic su "Book information" su ibisreader.com
In un epub la sezione su cui intervenire per modificare i metadati si trova nel file .opf, all’interno dell’elemento <metadata>. Il set di metadati a cui si fa riferimento è quello del Dublin Core: questo ci permette di “parlare la stessa lingua”. Ogni sistema sarà in grado di individuare titolo, autore, editore, e così via.
In <metadata> troviamo elencate le informazioni che abbiamo scelto per descrivere il nostro libro. Ecco una lista di quelle più utili e frequenti:
- titolo (dc:title);
- autore (dc:creator);
- editore (dc:publisher);
- data di pubblicazione dell’edizione digitale (dc:date);
- descrizione (dc:description);
- lingua (dc:language);
- ISBN (dc:identifier);
- argomenti (dc:subject).
Per lo standard epub alcuni metadati sono obbligatori (titolo, lingua, almeno un identificatore univoco); tutte le altre informazioni permettono una migliore reperibilità del file, ma non sono gestite sempre allo stesso modo dai software di lettura. Non tutti i sistemi di lettura offrono la possibilità di visualizzare tutte le informazioni mostrate nell’immagine precedente[1], quando anche presenti nell’ebook. Tuttavia è sicuramente una buona norma prevedere un set più ampio e accurato possibile, in modo da offrire informazioni puntuali e ragionate in grado di aggiungere valore al libro.
Come intervenire sui metadati?
Abbiamo a disposizione diverse alternative:
- in fase di lavorazione del libro digitale:
- partendo da Adobe InDesign, attraverso il menu File > Info file è possibile inserire una parte delle informazioni necessarie;
- su Pages, dal menu Archivio > Esporta e facendo clic sul pulsante Epub nella finestra così richiamata;
- intervenire direttamente sul codice del file opf all’interno dell’epub;
- da interfaccia grafica, direttamente sull’epub:
- via Sigil, attraverso la voce Meta Editor del menu Tools;
- via Calibre, facendo clic sul pulsante Modifica metadati.
Per approfondire:
[1] Ibis reader è un reader epub gratuito e online. Per iniziare a usarlo è sufficiente registrarsi al servizio.
Scritto il: 2 March 2011 | da: letizia | Categorie: Robe da smanettoni | Tags: ebook, epub, epub3, metadati, opf | 0 Commenti »
A una settimana dalla pubblicazione della bozza delle specifiche dell’epub3 iniziano a sentirsi i primi commenti – anche critici – sulle novità e le modifiche apportate allo standard.
Sta facendo discutere un post comparso domenica su Making epub happen, il blog della squadra di sviluppo di Sigil1, Analysis of epub3 (and, uh, bit more), in cui si mettono in evidenza attraverso un’analisi molto dettagliata alcuni aspetti ritenuti critici perché difficili da tenere sotto controllo. Il primo punto riguarda la possibilità di utilizzare script all’interno dell’epub. Per quanto le specifiche raccomandino un uso ristretto a ciò che è essenziale per l’esperienza di lettura e che non impatti sull’accessibilità del contenuto, il timore è che questo suggerimento rimanga inascoltato, con una conseguente produzione di epub carichi di “effetti speciali” in grado di funzionare al meglio solo sui sistemi di lettura più evoluti, senza alcun criterio di progressive enhancement da parte di chi li realizza. Lo scetticismo è dato dalla considerazione che gli editori, ça va sans dire, non sono degli sviluppatori web e non hanno facilmente a disposizione le competenze per compiere scelte appropriate. Marković è piuttosto critico – fondamentalmente – sull’idea che un’epub debba essere considerato «a “website in a box”», concetto che ha acquisito maggior rilievo nella revisione dello standard, e a questo proposito dice:
Now it’s not “we’re using web tech to make e-books”, it’s “we’re using e-books to package web tech”. It’s not about making books anymore, it’s about using web tech offline.
Anche per ciò che riguarda gli altri aspetti presi in esame, la convinzione di fondo è che sia piuttosto rischiosa la scelta di rendere opzionale il supporto di molte novità, specie – per esempio – in tema di accessibilità: molto spesso il termine “opzionale” si traduce in un mancato supporto da parte dei sistemi di lettura, che non essendo obbligati da requisiti di conformità semplicemente non si occupano di farlo.
A seguito dell’articolo si è sviluppata una fitta conversazione su Twitter tra @abdelazer (Keith Fahlgren, Threepress) e @josephpearson (Joseph Pearson, Inventive Labs): difficile proporvi un link, dato che non si usava un hashtag. Le considerazioni di Pearson sono però riassunte nel post EPUB 3.0 and Scripted Content Documents. Dopo aver analizzato la parte delle specifiche relativa all’utilizzo degli script, Pearson arriva a esprimere una preoccupazione simile a quella di Marković:
I don’t think it’s the role of the IDPF to encourage the preconditions that result in only one reading system being targeted by ebook creators. The role of the EPUB Working Group must be to ensure, as far as possible, that any compliant reading system will successfully display the book as intended by the ebook creator.
Ci si chiede quale sia lo scopo di includere in un formato standard degli elementi (come gli script) che se utilizzati senza la necessaria accortezza rischiano di allontanare dal concetto stesso di standard, dal momento che l’esperienza di lettura non è la stessa a prescindere dal dispositivo su cui si legge. Spesso si ha la sensazione che si faccia un’equazione sbagliata (editoria digitale = epub), quando in realtà si avrebbe bisogno di una diversa realizzazione per quello specifico contenuto. Se l’epub non è abbastanza per valorizzare quella pubblicazione in digitale forse è il caso di pensarne una differente: magari un’applicazione, una web app o, perché no, un pdf. Se scrivere righe su righe di javascript non è (ancora?) il mestiere dell’editore, scegliere la forma migliore per valorizzare i contenuti certamente lo è.
Fahlgren, dal canto suo, sostiene che l’assenza di competenze da parte di chi produce epub non può essere un motivo valido per immaginare e pianificare una tecnologia “monca”. Il mestiere dell’editore dovrà più probabilmente tener conto della necessità di acquisire nuove competenze per gestirne al meglio le potenzialità.
1 Sigil è un editor gratuito e open source che permette di modificare gli epub anche attraverso un’interfaccia grafica. Ecco il progetto su Google Code.
Scritto il: 22 February 2011 | da: letizia | Categorie: Robe da smanettoni | Tags: ebook, epub, epub3, specifiche, standard | 2 Commenti »