Generazione pA (post Amazon)

600-029042C’è in giro una popolazione variegata, con provenienze culturali molto diverse, esperienze professionali in apparenza distanti, età differenti, che si riunisce intorno a un bisogno antico e a una passione che quando ti prende non ti lascia: la lettura, con il libro, i suoi formati e i suoi mestieri.

Sono imprenditori editoriali, agenti, autori, ingegneri, sviluppatori che stanno dando vita in diverse parti del globo a tantissime iniziative che coniugano contenuti, tecnologia e dati. E’ la generazione post Amazon.

Sono tutti innovatori, a vario titolo e in diversa misura. Tutti aggiungono un pezzo, si specializzano in un aspetto particolare (la lettura, la condivisione di contenuti, la loro reperibilità e riconoscibilità, la produzione, l’acquisto) e lo ripensano alla luce delle nuove possibilità che il contesto digitale offre. L’innovazione è dunque il loro denominatore comune: sono pronto a scommettere qualsiasi cifra che tra loro ci sarà chi, in alcuni ambiti specifici, supererà Amazon, saprà essere più innovativo.

Mi fa riflettere la scarsa, scarsissima relazione che esiste tra gli editori tradizionali (mi si faccia passare la definizione) e questa generazione pA; in tutto il mondo. Vedo due tipi di reazione: ci sono quelli che ritengono che il compito di innovare semplicemente non spetti a loro, che il proprio ruolo sia di seguire l’innovazione e accodarvisi; e ci sono quelli (soprattutto i grandi) che guardano solo a Apple, Google, Amazon e, percependoli inevitabilmente come grandi minacce, attuano strategie difensive.

Il mio modesto parere è che l’innovazione spetti anche a tutti loro, che in tempi come questi giocare in difesa sia un grave errore e che una diversa e più attiva relazione con la generazione pA sia una grande opportunità. Mi sento anche di dire che questo fa parte dell’evoluzione di un settore industriale sconvolto da una forte discontinuità tecnologica. Dopo una fase iniziale riservata a pochi, si giunge ad un punto in cui le possibilità di innovare si diffondono, perchè le conoscenze e le competenze sono molto più diffuse e perchè i costi della tecnologia si sono ridotti. Siamo arrivati a quel punto.

Ne parleremo anche il 19 marzo al prossimo IfBookThen. Avremo con noi una quindicina di rappresentanti di questa generazione pA e con loro discuteremo di ciò che stanno facendo. Cercheremo di uscire dalla contrapposizione vecchio e nuovo, nella convinzione che tutto può essere nuovo quando si entra in una fase di cambiamento accessibile a molti.

Basta volerlo.

 

Scritto il: 20 January 2013 | da: | Categorie: Contributi, Conversazioni, Scenari | Tags: , , , , , , , , , | 0 Commenti »

Tirare le somme

Abbiamo cercato di sintetizzare sullo store le nostre classifiche con i titoli più venduti del 2012, dove avete trovato conferme e sorprese: l’avreste mai detto per esempio che il saggio di Giuseppe Civati avrebbe scalato le classifiche? O quanto le scelte dei lettori di Bookrepublic rispecchiano le classifiche di fine anno di Corriere e Repubblica, per esempio?
Se siete curiosi, vi riepiloghiamo qui la classifica dell’inserto del Corriere La Lettura:
1) Emmanuel Carrère, Limonov (Adelphi)
2) Paolo Giordano, Il corpo umano (Mondadori)
3) Walter Siti, Resistere non serve a niente (Rizzoli)
4) Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto (Ponte alle Grazie)
5) John Cheever, I racconti (Feltrinelli)
6) Alice Munro, Chi ti credi di essere? (Einaudi)
7) Alessandro Piperno, Inseparabili (Mondadori)
7) Neil MacGregor, La storia del mondo in 100 oggetti (Adelphi) [a pari merito]
9) Paul Auster, Diario d’inverno (Einaudi)
10) J. K. Rowling, Il seggio vacante (Salani)

Ed ecco invece i 10 selezionati e pubblicati sulla Repubblica a fine dicembre (tra cui Barnes e Busi, fuori di un soffio dalla Top Ten del Corriere):

1) Emmanuel Carrère, Limonov (Adelphi)
2) Julian Barnes, Il senso di una fine (Einaudi)
3) David Grossman, Caduto fuori dal tempo (Mondadori)
4) Tony Judt, Novecento – con Timothy Snyder (Laterza)
5) Julie Otsuka, Venivamo tutte per mare (Bollati Boringhieri)
6) Aldo Busi, El especialista de Barcelona, (Dalai editore)
7) J. K. Rowling, Il seggio vacante (Salani)
8) Rébecca Dautramer, Il piccolo teatro di Rébecca (Rizzoli)
9) Paolo Albani, I mattoidi italiani (Quodlibet)
10) Neil MacGregor, La storia del mondo in 100 oggetti (Adelphi)

In entrambe, il francese Carrère vince per distacco: e solo la pubblicazione nel secondo semestre gli ha probabilmente impedito di entrare di diritto anche nel cuore e nelle classifiche dei nostri lettori. Diamoci appuntamento con lui a fine anno, quando sarà lecito aspettarsi ritrovarlo in alto, un po’ come è stato per Open di Agassi, uscito nel 2011 ma che solo nel 2012 è diventato l’enorme successo che tutti conosciamo (nonostante l’assenza, ahinoi, di una versione digitale). Oppure come l’opera in due volumi di Murakami Haruki, 1Q84, che tra 2011 e 2012 ha stregato decine di migliaia di lettori.

Certo, le giurie dei due quotidiani non dicono tutto: il 2012 è stato senza dubbio alcuno l’anno delle Cinquanta sfumature, della definitiva consacrazione di Gramellini come narratore, delle inchieste vaticane di Nuzzi, della Dieta Dukan. E, a guardare le classifiche in controluce, persino del libro di Alessandro Del Piero.
E poi, ogni libro in classifica ne chiama altri all’appello: la riflessione di Auster sul corpo sembra rimare con il romanzo di Pennac, o la presenza di Alessandro Piperno, premiato allo Strega, ci ricorda di colpo il libro di Marcello Fois, in cinquina finale sia al Campiello sia allo Strega, fino poi a tutti gli altri, a chi magari ha vinto e chi no.
Per non dire dello strano fenomeno per cui i libri usciti nel primo semestre tendono a essere sempre i più trascurati: come ha fatto un libro come Stoner a essere dimenticato così facilmente? Se il libro di Williams è uscito troppo presto, viceversa quello di Paolo Cognetti, Sofia si veste sempre di nero, è forse uscito troppo tardi, per il maledetto giochino delle classifiche!

E citando Cognetti non possiamo dimenticare uno degli esperimenti più interessanti del suo editore, minimum fax: la versione ebook di Scatola nera, il racconto che Jennifer Egan ha scritto su Twitter, 140 caratteri alla volta.
O, per restare alla specificità della scrittura digitale, solo due esempi: il saggio breve Chiarelettere Original di Leonardo Tondelli, La scossa, sul terremoto in Emilia, e l’illuminante instant ebook de Linkiesta.it  che ha raccontato prima di tutti (tra i molti che facevano finta di non vedere) quanto sarebbe accaduto in modo dirompente a Parma e
dintorni.
Forme brevi, che anche grazie al digitale possono trovare i propri lettori meglio e più che in passato, fiction o non fiction: come ancora Cognetti sul suo blog ci ricorda, ”le storie di 10 pagine fanno accelerare il cuore”. Scrittori (ed editori) di racconti, fatevi sotto. I lettori ci sono.

E per il 2013, che cosa aspettarsi? Come ogni anno, si guarda spesso con curiosità alle stesse classifiche pubblicate all’estero, i cui titoli spesso arrivano l’anno successivo anche in Italia. E allora diamo un occhio a The Guardian, ai suggerimenti del New Yorker, o ai
100 migliori titoli del New York Times, puntualmente tradotti e raccontati dalla rivista Internazionale.

Infine, come ci ricordano anche gli amici di Finzioni, non sono solo tra quelli usciti nel 2012 i libri più belli che abbiamo letto nel 2012: quanti, magari proprio grazie al digitale, hanno (ri)scoperto Fitzgerald o Camus?

Del resto, voi lettori “veri”, sappiamo che vi organizzate per tempo e certo non aspettate la classifiche di fine anno: sul blog Gruppo di lettura il post che raccoglie nei commenti i consigli dei libri più belli dell’anno data addirittura febbraio 2012!

 

Scritto il: 15 January 2013 | da: | Categorie: Conversazioni, Store | 0 Commenti »

20 anni non sono tanti

Mi è capitato tra le mani “Dieci domande sui libri” pubblicato da Sellerio nel 1993. Riporta la lezione di Herbert Lottman (allora corrispondente di “Publisher weekly”) alla Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri del 31 gennaio 1992; un libriccino con alcune perle. Ne riprendo due.

Di solito è l’editore più vecchio, l’editore industriale, che avverte la crisi. Quando parlo con persone più giovani – o con persone anziane con idee giovani -, scopro che non sanno nemmeno di essere in recessione; fanno progetti. Forse sanno che oggi si vendono più libri e si fanno più soldi che mai. E’ qui, naturalmente, che nasce il problema: la prosperità attira ivestimenti, portando alla creazione di gruppi troppo grandi per il loro mercato e che cercano di aumentare le loro quote attraverso la sovrapproduzione, pagando prezzi altissimi per bestseller sicuri, dimenticando che il ruolo dell’editore è anche quello di investire in nuovi talenti per risultati a lungo termine. In questo caso, loro hanno creato la crisi in quello che sarebbe semplicemente un mercato maturo che riflette il clima generale.

Nella maggior parte dei Paesi, fortunatamente, editori piccoli e medi che non hanno voluto o potuto seguire i grandi gruppi in ciò che io ritengo l’inflazione del libro, stanno sopravvivendo, a volte anche in buona salute.

Siamo in un’epoca lontana anni luce, dove Amazon ancora non esisteva e mi vengono in mente due considerazioni. La prima è che, seppure semplicistica e perfino un po’ ingenua, questa analisi contiene molta verità utile a spiegare le difficoltà attuali dell’industria del libro; inoltre, e questo è più sorprendente, si vede chiaramente come queste difficoltà siano presenti ben prima dell’avvento del digitale. Un sistema già fragile (parliamo del modello di business che regge l’industria del libro), basato su equilibri instabili (“prezzi altissimi per bestseller sicuri” e “sovrapproduzione”), si capisce bene come stenti oggi a trovare un nuovo assetto; per dirla con un eufemismo, perchè lo stesso Lottman era decisamente catastrofico a questo riguardo: “l’editore industriale sparirà”. Non so se sparirà, ma di certo non sta bene, come le recenti mega fusioni stanno a dimostrare.

La seconda considerazione è che il passaggio al digitale incide proprio, e gravemente, su questi equilibri, per l’appunto già instabili 20 anni fa: gli anticipi faraonici a cui eravamo abituati si contano sulle dita di una mano e non esistono più le rese (in quanto non esiste più produzione fisica e dunque neppure sovrapproduzione). Pubblicare e vendere un libro ormai prescinde da ciò che Lottman indica come caratteristiche fondamentali degli editori industriali: la caccia a bestseller sicuri e l’occupazione di spazi fisici nei canali di vendita attraverso la sovrapproduzione (con conseguente investimento in resa).

E poi:

Il settore librario spagnolo ha imparato a caricare i libri dell’IVA, col rischio di compromettere un mercato in espansione, mentre altri Paesi, come Gran Bretagna e Irlanda, continuano a godere di un’IVA zero, almeno fino al 1993, quando anche loro saranno costretti ad aumentare il prezzo di almeno il 5%, e forse fino al 14%.

Suona familiare? Qui siamo ben prima dell’introduzione dell’Euro, nel frattempo è successo di tutto e ancora si parla di disarmonia fiscale dell’IVA tra paesi europei; l’ebook ha solo aggiunto un ulteriore piano di differenziazione. Che Amazon, Google e Apple (tutte aziende americane) si inseriscano tra le pieghe dell’insipienza europea e ne approfittino per godere di vantaggi assai consistenti (parliamo di margini in Euro) è incredibile. Si tratta solo di evitare possibili arbitraggi su percentuali diverse: IVA uguale in tutti i paesi della Comunità sia per libri di carta, che per ebook. E’ così difficile?

Sono passati 20 anni; queste pagine sono ancora leggibili. E come suoneranno le parole di oggi nel 2033?

Scritto il: 5 January 2013 | da: | Categorie: Contributi, Conversazioni | Tags: , , , | 0 Commenti »

L’editore come organizzatore di community

«Il secondo passo comporta l’utilizzo del contenuto come mezzo per costruire community con interessi condivisi. Internet aiuta gli editori a raggiungere mercati dispersivi, persino globali, in modo del tutto nuovo. Ma mettere online i contenuti non è abbastanza. C’è già una grande abbondanza di contenuto, e continuerà a crescere, riducendo le possibilità di venire scoperti e aumentando i costi del marketing. Gli editori dovrebbero pensare a se stessi come “organizzatori di community”, investire nello sviluppo, nella gestione e nella sostenibilità di gruppi creati sulla base di interessi e obiettivi condivisi.»

Leggi tutta l’intervista a Brian O’Leary: L’editore come organizzatore di community

Scritto il: 11 December 2012 | da: | Categorie: Conversazioni | 0 Commenti »

È un momento meraviglioso, per essere autori: correte a scrivere!

«Penso che si debba avere una mentalità da uomini d’affari per diventare self publisher, oggi, perché bisogna diventare manager del prodotto della propria creatività, così come se ne è gli autori. Si devono assumere editor professionisti e grafici per la copertina, si deve capire come funzionano l’editoria e il marketing e mettere tutto quello che si impara in pratica. Si possono assumere professionisti per coprire molti aspetti, ma si ha anche bisogno di investire tempo, energia e spesso denaro per arrivare al prodotto di qualità che le persone desiderano comprare.

Amo la possibilità di avere tanto controllo e la velocità di mercato a portata degli autori indipendenti, ma so anche che ci sono persone che non desiderano tutte queste responsabilità e preferirebbero che fosse qualcun altro a farsi carico delle decisioni.

Comunque, il rovescio della medaglia è che oggi editori e agenti cercano autori che hanno una fan base, che capiscano come fare marketing e che abbiano voglia di investire tempo e sforzi in questo. Così, anche quegli autori che fanno resistenza a questo tipo di attività, devono farci i conti.»

Leggi tutta l’intervista a Joanna Penn: È un momento meraviglioso, per essere autori: correte a scrivere!

Scritto il: 10 December 2012 | da: | Categorie: Conversazioni | 0 Commenti »

Editori, tentate qualcosa di diverso!

«Uno dei problemi maggiori che vedo negli editori tradizionali di qualunque settore, è il desiderio di mantenere il mercato com’è. È comprensibile, certo: tutta questa storia del digitale è così nuova, incerta… e in tutta franchezza, la carta funziona ancora così bene per la gran parte degli editori. Ma, come osservi, tutto si muove con sorprendente rapidità. Chi si ostina a pensare “ma questo è il modo in cui lo abbiamo sempre fatto!” è destinato a rimanere indietro.

Può suonare duro, ma l’editoria (per come l’abbiamo conosciuta) non controlla l’atto del pubblicare così come faceva un tempo. O forse non l’ha mai fatto, anche se avevamo quell’impressione. In ogni caso, ci sono innovatori brillanti, là fuori, pronti e capaci di riempire i vuoti lasciati da quegli editori troppo occupati a mantenere la posizione per cogliere le occasioni offerte da questo mercato che cambia ogni giorno.»

Leggi tutto: Editori, tentate qualcosa di diverso!

Scritto il: 6 December 2012 | da: | Categorie: Conversazioni | 0 Commenti »

Vuoi fare il self publisher? Ti serve un piano

«Il self publishing è una grandissima opportunità per gli autori, oggi, ma non per tutti potrebbe essere la scelta migliore. Quando pensi che un autore dovrebbe intraprendere questa via?

Ci sono degli scenari specifici in cui il self-publishing è probabilmente la migliore soluzione, e ogni autore deve esaminare gli obiettivi e le risorse che ha a disposizione per inserirsi nel mercato, così da capire quale sia la miglior strada per se stesso.»

Leggi tutto: Vuoi fare il self publisher? Ti serve un piano.

Scritto il: 5 December 2012 | da: | Categorie: Conversazioni | 0 Commenti »

Editoria, business da ingegneri

Interessante l’intervista a Victoria Barnsley, UK e International CEO di Harper Collins. “Non possiamo più continuare a pensare a noi stessi come editori di libri”, ma piuttosto come “producers di contenuti multimediali”. Passato e futuro: un futuro che dovrebbe essere già presente, vista la velocità del cambiamento.

Ma un futuro anche un po’ incerto, perchè le strade possibili sono molte e per niente confortevoli; il passaggio da editori a producers non è banale e magari non è neanche l’unica trasformazione necessaria. Penso, ad esempio, alle opportunità che gli editori avrebbero nel vendere direttamente ai loro clienti finali, oppure a un forte presidio dei canali distributivi globali esistenti.

Non so quale direzione gli editori debbano prendere, ma una certezza ce l’ho: la permanente distanza degli editori dalla tecnologia è un handicap che cresce. Eppure, in tempi in cui si discute di cosa dovrebbero fare gli editori per continuare ad essere indispensabili agli autori, la conoscenza delle tecnologie esistenti per l’industria editoriale, la loro evoluzione, le tendenze in atto sono oggi almeno importanti quanto saper scegliere un buon autore o fare, attraverso l’editing e il publishing, di un buon libro un libro di successo. Quest’ultimo mestiere, questa prerogativa assoluta degli editori (almeno fino a ieri) è di giorno in giorno un mestiere più tecnologico, che richiede conoscenze, competenze e network specifici.

Negli ultimi anni le società che nel mondo producono tecnologia per l’industria editoriale si sono moltiplicate a ritmo esponenziale e la crescita è ancora potentemente in atto. Non ho dati certi, ma penso proprio di non sbagliare se affermo che nascono molte più aziende di questo tipo che case editrici. Bolla? Durerà? L’ebook è ancora marginale e chissà quando smetterà di esserlo?

Oppure il crescente peso della tecnologia è parte (fondamentale) del cambio strutturale della nostra industria? E se è così che cosa devono fare gli editori? Probabilmente acquisizioni, partnership, aggiunta di competenze interne, adozione di tecnologie, formazione sul campo. In ogni caso, non credo che stare distanti dalla tecnologia (perchè è affare di altri, in alcuni casi molto più grandi e forti) sia una scelta vincente; che basare la propria strategia nell’affermazione della propria identità di produttori di contenuti sia il meglio che si possa fare. Eppure, soprattutto in Italia, è quanto ancora va per la maggiore.

Dopo l’ultimo IfBookThen, ho discusso animatamente questo tema con Peter Brantley. Nella West Coast americana (dove lui vive e lavora) l’industria editoriale è in espansione ed è a grandissima prevalenza di ingegneri e sviluppatori (tra l’altro, se qualcuno può e è interessato, a Books In Browsers 2012 verrà discussa nei dettagli questa prospettiva); e se diamo uno sguardo a Berlino la tendenza è quella.

“Publishing is no more content driven; it’s technology driven”. La solita affermazione da impallinati. O forse no.

Scritto il: 27 August 2012 | da: | Categorie: Contributi, Conversazioni, Scenari | Tags: , , , , , | 0 Commenti »

Classificare i libri in base alla copertina

Ci insegnano da sempre a non giudicare un libro dalla copertina e quando d’istinto ci capita di farlo, poi ci sentiamo in colpa. Ma chi i libri li fa, alla copertina dedica un sacco di cure che meritano la nostra attenzione:

“Le copertine devono somigliare a tre cose: al libro che racchiudono, all’editore che lo pubblica, al lettore che lo compra.” (Riccardo Falcinelli)

Ecco allora che vale la pena interrogarsi sulla responsabilità che attribuiamo alle immagini di copertina rispetto ai libri che sono chiamate a rappresentare, su come può cambiare la copertina dello stesso libro al variare delle edizioni, su come copertine quasi identiche si ritrovino su libri diversi e via dicendo.

Per chi ancora non lo avesse fatto, il suggerimento è di sfogliare qualche blog a tema, come Who’s the Reader? o quello dell’investigatrice di copertine di libri.

Se la cosa vi diverte e ci prendete gusto, abbiamo una proposta: non giudicare, ma catalogare i libri in base alla copertina.

Da quando il digitale ci ha liberati dai limiti di catalogazione imposti dalla realtà fisica, non è più necessariamente un compito del libraio catalogare i libri, e comunque tutti, dall’editore al lettore, possono sbizzarrirsi con “etichette” molto più personalizzabili delle classiche e rigide tassonomie (vedi alla voce Bisac).

Come ci ha ricordato Chris Anderson, non è colpa dei rivenditori in calce è mattoni, “è che sono destinati a vivere in un inflessibile mondo di scaffali e corsie, dove i prodotti devono obbedire all’intransigente fisica degli atomi, non dei bit”.

In libreria lo stesso libro non può essere collocato contemporaneamente su diversi scaffali, ma lo stesso ebook può essere catalogato contemporaneamente sotto diverse categorie o tag, il che aiuta il lettore a trovare più facilmente quello che cerca e a scoprire più felicemente quello che non cerca, o come si suol dire migliora la findability di un titolo.

“Un negozio fisico non può essere riconfigurato in quattro e quattr’otto per soddisfare ogni cliente sulla base dei suoi interessi personali. Le bottiglie di vino non possono essere magicamente risistemate per adattarsi ai risultati di una ricerca. Gli atomi sono ostinati, sotto questo profilo. (…) Uno dei problemi più seccanti dei beni fisici è che ci obbligano a crude categorizzazioni e statiche tassonomie. (…) Con l’evoluzione delle vendite online, però, si è scoperto che essere capaci di ricategorizzare e riposizionare i prodotti al volo ne svela il reale valore”. (Chris Anderson, La coda lunga)

Ecco allora che potete organizzare i vostri scaffali virtuali in base al mood di lettura grazie a Zazie. Ma ci si può divertire anche a creare nuove e più improbabili associazioni: allora perché non ci venite a trovare su Pinterest e non ci aiutate a classificare i libri in base alla copertina? Just for fun.

Ad esempio, raggruppiamo i libri la cui rappresentazione viene affidata a immagini di donne. Oppure, cerchiamo di capire insieme che cosa accomuna quelle copertine che nascono digitali per restare digitali, insomma come i bit cambiano la grafica dei libri… Le regole? Nessuna!

La sfida è anche per voi che non siete su Pinterest: segnalateci le vostre copertine preferite su Twitter o su Facebook, condividendo con un tweet che includa l’hashtag #BookrepCover o con un post sulla nostra timeline (la nuova bacheca di Facebook) il link di Bookrepublic all’ebook che vi ha colpito per la sua cover.

La repubblica dei libri è anche la repubblica delle copertine.

Scritto il: 17 March 2012 | da: | Categorie: Conversazioni, Marketing Jokes | 0 Commenti »

Ebook in prestito: ha senso restituirli?

Qualche settimana fa, Penguin ha annunciato di aver disdetto l’accordo con OverDrive, la piattaforma di distribuzione che consente alle biblioteche (americane e non) di gestire il prestito di ebook. OverDrive non avrebbe comunicato ai retailer (in particolare ad Amazon) la necessità di avere un autorizzazione specifica da parte di Penguin per il prestito: l’utente di una biblioteca in possesso di un Kindle (o di un altro device) che richiedeva un prestito, lo riceveva di fatto da Amazon senza che OverDrive riuscisse a tracciarlo e a trasferire le informazioni a Penguin. Oltre a Penguin, anche i bibliotecari, com’era ovvio aspettarsi, non l’hanno presa bene.

In realtà, la discussione sul prestito di ebook parte da molto più lontano e ci sono altre motivazioni che spingono gli editori a un’estrema prudenza. In particolare:

A key issue that arose in each meeting is the degree to which “friction” may decline in the ebook lending transaction as compared to lending print books. From the publisher viewpoint, this friction provides some measure of security. Borrowing a print book from a library involves a nontrivial amount of personal work that often involves two trips—one to pick up the book and one to return it. The online availability of e-books alters this friction calculation, and publishers are concerned that the ready download-ability of library ebooks could have an adverse effect on sales.

Questo è stato detto durante un recente incontro tra l’Associazione delle Biblioteche Americane e i grandi editori; personalmente, lo trovo imbarazzante.

Se non altro, per questa ragione: gli editori continuano a pensare che imporre una fatica ai lettori per avere accesso a un libro (letteralmente: “prendere in prestito un libro stampato da una biblioteca richiede un lavoro personale non banale che spesso implica due viaggi – uno per prendere il libro e l’altro per restituirlo”) rappresenti una forma di legittima protezione verso usi illegali o impropri del contenuto.

Non solo penso che questo atteggiamento da parte degli editori sia profondamente errato (anzi, suicida); credo piuttosto che il prestito degli ebook rappresenti una grande occasione che gli editori hanno per esplorare nuove strade di relazione con autori e lettori.

Un libro stampato deve essere reso alla biblioteca per consentire ad altri lettori di prenderlo e leggerlo; con un ebook questo non è necessario. E allora, perchè prevedere una forma di restituzione? Perchè fare in modo che Adobe DRM spenga il file dopo una certa data? I casi sono due: se chi prende a prestito l’ebook ha cattive intenzioni, saprà crackare (da solo o aiutato da un amico) qualsiasi DRM e 14 giorni sono un tempo decisamente comodo per farlo; se, invece, chi lo prende in prestito lo vuole semplicemente leggere continuerà a conservarlo nella propria libreria. L’importante è che la biblioteca acquisti il libro dall’editore e lo possa prestare  solo a un lettore alla volta; e che possa attivare un nuovo prestito solo decorso un termine stabilito.

Ripeto e sottolineo. Le biblioteche possono essere un partner molto prezioso per gli editori che vogliono sperimentare forme innovative di relazione diretta con il lettore.

Un editore con il quale ho discusso di questo argomento ha aggiunto un pezzo a questo ragionamento che mi sembra bellissimo. E perchè non chiediamo al lettore che prende in prestito un libro una cifra molto piccola (si parlava di 10, 20 centesimi) che diamo direttamente all’autore? L’autore vedrebbe riconosciuto e remunerato il suo diritto e il lettore sarebbe indotto a riconoscerlo.

Ci sono, in giro, editori rivoluzionari.

Scritto il: 19 February 2012 | da: | Categorie: Contributi, Conversazioni | Tags: , , , , , | 0 Commenti »