Quale arma contro Amazon?

Amazon ha bisogno degli editori
più di quanto gli editori abbiano bisogno di Amazon.”

(An American Editor)

Amazon insegna ai lettori che non hanno bisogno delle librerie e agli autori che non hanno bisogno degli editori. Lo avrete sentito dire (New York Times).
Risale almeno alla scorsa primavera la notizia che Amazon avesse cominciato ad assumere editor e agenti letterari. In particolare, l’ingaggio del veterano dell’editoria americana Laurence J. Kirshbaum ha segnato una svolta.

Larry ha infatti subito portato a casa Timothy Ferriss: Self-Promoter del 2008 secondo Wired, oltre 280.000 followers su Twitter, star del self-help – uno tra i generi più venduti in America – grazie a The 4-Hour Workweek, per 84 settimane nella classifica del New York Times. Dicesi platform.

Jeff Belle, executive di Amazon, lo aveva preannunciato chiaramente:

Larry metterà insieme un team editoriale a New York, e andrà a caccia di nuovi marchi da aggregare sotto l’ombrello di Amazon Publishing, concentrandosi sull’acquisizione di libri di alta qualità che spazino dalla letteratura alla narrativa commerciale, dai temi legati al business fino alla non fiction in generale.

Con l’arrivo di Amazon in Italia, che avrà presto il suo Kindle Store italiano, e la recente accelerazione del suo programma editoriale, i passi di un tale gigante continuano a far tremare la terra.

Da un lato Amazon è visto come il GGG che salva l’editoria da una distorsione creata dagli abusi della grande distribuzione tradizionale, proprio a scapito di quelli che finora erano gli anelli deboli della filiera (autori e lettori). D’altro lato è visto come un Big Brother che, ancora più totalitario di quello orwelliano, impone non solo tre bensì addirittura un’unica linea editoriale al mondo intero.
Possiamo farci un’idea di quanto contrastanti siano le posizioni in merito dando un’occhiata alla dibattito sul tema Amazon farà fuori gli editori?

Una cosa è certa: gli agenti odiano Amazon, e mettono in guardia gli autori che stanno stringendo un “patto con il diavolo” proprio dopo che il diavolo li ha convinti a liberarsi dei loro avvocati:

Oggi a criticare Amazon è persino uno come Andrew Wylie, l’agente più potente d’America, accusato di essere stato il primo a «scendere a patti con il diavolo» quando, l’anno scorso, aggirò gli editori per pubblicare su Amazon gli ebook di autori famosi quali Philip Roth, Norman Mailer e Saul Bellow. Proprio quell’accordo, secondo alcuni, avrebbe creato un precedente pericoloso, che ha spianato la strada all’attuale boom incontrollato di Amazon. (Corriere della Sera)

Gli editori odiano Amazon, e se la prendono con gli autori che “vanno a letto con il nemico”. La Penguin ha reciso il contratto con Kiana Davenport e ha ritirato il suo The Chinese Soldier Daughter dopo che l’autrice ha affidato ad Amazon una raccolta ebook di racconti brevi, Cannibal Nights: «Vogliono dare il buon esempio, se pubblichi con Amazon lo fai a tuo rischio e pericolo».

Le librerie odiano Amazon. Alcune librerie indipendenti americane hanno già dichiarato che non hanno alcuna intenzione di cedere i loro ebook al retailer, che “nessuno di loro darà un dollaro a un’azienda che li sta tagliando fuori dal mercato.” (New York Times)

Addirittura non mancano gli autori che odiano Amazon, come Leora Tanenbaum, la quale sostiene che Amazon sarà un disastro per i lettori (anche se la vera domanda che un autore dovrebbe porsi è: «se la politica di Amazon di abbassare i prezzi continua, ce la faranno gli autori a guadganarsi da vivere?»)

L’odio, si sa, nasce dalla paura. Ma da tutto questo odio si può ricavare qualcosa di buono? Assolutamente sì. La lotta contro Amazon sta insegnando qualcosa. Tre dei maggiori editori americani (Simon & Schuster, Random House e The Hachette Book Group) hanno recentemente affermato che consentiranno ai loro autori di accedere ai dati sulle vendite che li riguardano direttamente online.
L’assenza di una buona comunicazione tra autori ed editori, quindi la scarsità di informazioni in possesso di un autore sotto un contratto tradizionale, è infatti una delle cause che spingono gli autori ad affidarsi ad Amazon.

Abbiamo capito che possiamo dare loro la conoscenza che abbiamo noi.
(Ms. Reidy, chief executive di Simon & Schuster)

Di certo questa mossa non è decisiva per far fronte al gigante, ma non è nemmeno l’unica possibile.
Gli editori hanno a disposizione un’ultima arma, ma non devono avere paura di usarla. È più o meno questo che si legge su An American Editor:

È chiaro che il futuro è degli ebook. Le vendite di ebook sono in crescita, quelle dei tascabili sono in calo e quelle degli hardcover sono stabili. Secondo me gli editori dovrebbero iniziare a togliere ossigeno ai tascabili, ma forse per questo è troppo presto. Se c’è una cosa da fare per cui non è troppo presto, è porre fine alla guerra del formato degli ebook.

In questo caso, con “la guerra del formato degli ebook” si intende sia la questione del formato di base (l’estensione del file) sia il problema dell’applicazione del DRM.

È innegabile che, tra i fattori di freno dello sviluppo degli ebook in Italia, la diversità di sistemi di protezione e la molteplicità dei dispositivi di lettura degli stessi hanno un’importanza preoccupante: disorientano il lettore e gli precludono determinate scelte di acquisto.
Una via per battere il gigante sarebbe quella di uniformare a un unico formato e a un unico sistema di protezione tutti gli ebook disponibili in commercio, a cui tutti gli store (e tutti i dispositivi di lettura) dovrebbero adeguarsi.

A nessuno importa che tipo di DRM viene utilizzato se tutti ne usano uno solo, proprio come a nessuno importa il sistema di protezione dei DVD, perché ne esiste uno unico. (…) Amazon ha bisogno di contenuti per sopravvivere e ha dato inizio al processo di sviluppo di contenuti propri. Proprio perché questo processo è stato appena avviato, è adesso il momento di colpire.

Se esistesse un unico sistema di protezione dei diritti, non esisterebbero problemi di compatibilità quindi quel sistema non sarebbe una limitazione per nessuno. Se gli editori si presentassero uniti di fronte al gigante affamato di contenuti, avrebbero più forza per imporre le loro condizioni e un maggior controllo sui loro libri. Utopia?

Amazon ha bisogno degli editori più di quanto gli editori abbiano bisogno di Amazon. Certo, Amazon ha la più grande fetta di mercato, ma le cose possono cambiare. Gli editori devono solo dimostrare di avere spina dorsale.

Scritto il: 25 ottobre 2011 | da: daria | Categorie: Conversazioni, Marketing Jokes, Scenari | Tags: , , | 1 Commento »

Supersantos

(Questa è la terza puntata di una rubrica – un tentativo di rubrica – che doveva essere un po’ meno carsica, in teoria, ma tant’è. Abbiate pazienza.)
Ogni tanto le schede dei libri, le sinossi, non danno ragione del libro che descrivono. Succede.
(Io ricordo ancora la delusione provata per la bandella svogliata di Denti Bianchi, che non mi pareva corrispondere per nulla al libro che stavo leggendo.)
Nel caso di Cuore di cuoio, la scheda che circola fa difetto solo perché tronca, per motivi di brevità, l’aletta della prima edizione del 2004, scritta da Giulio Mozzi per l’uscita del libro nella collana Indicativo presente di Sironi Editore.
Gli faccio giustizia, e la riporto qui per intero:
La prima cosa bella di questo libro sono i ragazzini. Sono assurdi, sfegatati, monomaniaci, duri, grandiosi: sono come si è, davvero, a quattordici anni, se si è nati e cresciuti (ma non ci si vuole vivere e morire) nel quartiere popolare di una città incastrata tra il mare e la fabbrica.
La seconda cosa bella di questo libro è la lingua. Sì, perché questi ragazzini sono tutti fatti di lingua, i loro corpi, i loro gesti, i loro silenzi, le loro liti, i loro sguardi, il loro sesso: tutto, in questo libro, diventa lingua. Cosimo Argentina è magistrale nel pitturare il racconto e i dialoghi con il dialetto di tutti, il gergo dei ragazzini, lo scolastichese dei professori, il mutismo degli adulti.
La terza cosa bella di questo libro è la storia. Che è la storia di una favola, se volete, di una favola che è lì lì per diventare vera, ma non può diventare vera, perché se hai quattordici anni e giochi a calcio e il presidente della società ti dice che la Juve è “interessata”: be’, lo sai, dentro nel corpo, che tutta la faccenda è una favola, e che non è per te che diventerà vera.
La quarta cosa bella di questo libro sono i balconi con le mamme affacciate; la quinta cosa bella sono i piazzali anonimi dove si gioca a calcio segnando le righe in terra con il tufo; la sesta cosa bella sono le ragazze che ti amano “di brutto” ma tu non puoi, perché a quattordici anni tra il calcio e le ragazze bisogna scegliere; la settima cosa bella…
Ma se leggete il libro, vi rendete conto.


La settima cosa bella è che è tutto vero, e il libro è lettura obbligatissima per tutti quelli che, almeno una volta nella vita, hanno preferito una partita al parco con i compagni all’uscire con una ragazza – per farci poi che cosa, in fondo? – ed essere, come direbbe il mister Cavallo, “al bivio che può decidere una stagione”.
(Le femmine, ricordiamolo, a quell’età son buone per essere chiamate coi nomi delle squadre di calcio straniere – Twente, Stella Rossa di Belgrado, Arsenal, Slavia Praga, Fortuna D. e così via.)
Ha quattordici anni, Camillo detto Krol, gioca in difesa sulla fascia, gli osservatori della Juve lo stanno seguendo. Così parla di sé:
Io sono uno che gioca d’anticipo; spesso entro in spaccata e a volte prendo caviglie e tibie. In qualche caso l’attaccante si fa male, ma fa parte della faccenda. Il pallone è uno sport dove ci si stroppia; se non ce la si sente di giocare in avanti bisogna darsi alla pallavolo o al tennis dove non c’è contatto fisico. Se giochi contro di me però devi sapere che hai al massimo un metro di vantaggio, poi ti piombo alle spalle e sei fottuto. Di solito li prendo.


Cuore di cuoio scivola leggero come un Supersantos sul pelo dell’acqua, in un pomeriggio d’estate, quando il mare è una tavola e il sole è basso; e, più che una canzone di De Gregori, attende la sua occasione per diventare un film di Paolo Virzì, o un spettacolo di Davide Enìa, o comunque per diventare nel tempo un piccolo libro di culto. Ne ha la forza trascinante, il divertimento, l’incanto.
E smentisce il luogo comune che manchino bei libri italiani sul calcio, e che il “mestiere” vada lasciato solo a spagnoli e sudamericani, capaci di raccontare il “sogno del calciatore adolescente” o i miti dello sport.
Cosimo Argentina ha poi scritto altro, di calcio, di scuola, di Taranto, ma non solo. Questo, al momento, è il suo solo libro disponibile come ebook, ed è un peccato.
Scritto il: 21 ottobre 2011 | da: matteob | Categorie: Conversazioni, Store | Tags: , , , , , , , , , , , | 0 Commenti »

Art Spiegelman e il futuro del libro

Le riflessioni di Art Spiegelman sul futuro del libro pubblicate in un’intervista per Publishers Weekly sono davvero di grande interesse. Artista, vincitore del Pulitzer con la grafic novel Maus, Spiegelman spiega il suo rapporto con il libro di carta e ciò che pensa del libro digitale.

Immaginando la scoperta di un libro di carta nell’umanità del 2300, immersa da qualche centinaio di anni in una cultura completamente digitale, suppone che la reazione potrebbe essere di stupore di fronte alle differenze sostanziali che passano tra l’oggetto fisico del libro per l’organizzazione dei contenuti e qualunque sua versione digitale. “Non sono un luddista, affatto”, dice, “ma ci sono differenze concrete, e penso che quelle siano sostanziali.” Tra queste si sofferma sulla capacità di concentrazione permessa dalla lettura su carta:

Se un libro sarà letto e riletto, ha più senso che sia un libro vero, per via della possibilità di concentrarsi e per quella particolare relazione che stabilisci con le pagine, contrapposta a quella stabilita con lo schermo, basate su una diversa ricompensa. Sull’iPad o sul Kindle ti senti ricompensato dal premere un bottone, è quasi un riflesso pavloviano. È una piccola azione, e c’è sempre un piccolo sbalzo di adrenalina che la sottende. Ma quel sobbalzo è diverso quando sfogli le pagine, è come un sipario che si apre per mostrarti nuove cose.

Ne parlavamo qualche settimana fa, a proposito delle metafore usate per l’avanzamento della lettura digitale. L’esperienza di lettura è così in divenire, ancora, che le opinioni a riguardo sono davvero le più varie.

Per un fumettista l’importanza del formato è altissima:

Non ho mai incontrato un fumettista che non sapesse su che carta stesse per essere stampato il suo libro, o di che dimensioni. È strettamente parte della tua opera. Certo, può essere rimaneggiata e sistemata, se necessario, ma dev’essere fatto per una ragione molto precisa. È parte della narrazione stessa.

“Direi che in futuro il libro si userà per ciò che funziona al meglio in forma di libro”, continua Spiegelman e quest’osservazione, per quanto semplice, è fondamentale. Ci sono diversi tipi di idee che trovano una parte imprescindibile della loro realizzazione nella forma che assumono e il fumetto, la graphic novel, se preferite, è uno di quelli. La creatività degli artisti nell’interazione con le nuove tecnologie per il libro è cruciale per lo sviluppo di nuovi sistemi in grado di riscrivere l’esperienza di lettura e il processo creativo stesso. Per uscire dall’adattamento in digitale del libro di carta ci sarà bisogno di avere a disposizione strumenti soddisfacenti per creare usando nuove forme.

Spiegelman ha pubblicato i suoi schizzi con McSweeney, un editore americano da osservare se si cercano esempi di interpretazione originale delle potenzialità dei diversi formati per l’editoria. Potete scaricare l’applicazione – su dispositivi Apple – e accedere a una serie di contenuti gratuiti. Tra quelli che potete acquistare non ci sono solo libri ma anche storie, come Touch Sensitive di Chris Ware, ideate esplicitamente per iPad, come lo stesso Spiegelman ci racconta nell’intervista.

Scritto il: 19 ottobre 2011 | da: letizia | Categorie: Conversazioni, Scenari | Tags: , , , , , , | 0 Commenti »

La posta del cuore

[...] Un tale viene assunto con il compito di dare consigli ai lettori di un giornale. La rubrica è solo un trucco per aumentare la tiratura e l’intera redazione la considera uno scherzo. Ma per quel tale il lavoro è una manna, perché prima o poi potrebbe farlo passare a una rubrica mondana, e in ogni caso è stufo di fare il galoppino. Anche lui si rende conto che la rubrica è una cosa da ridere, ma dopo qualche mese la faccenda comincia a sembrargli meno buffa. Si accorge che le lettere sono quasi sempre suppliche umili e accorate di gente che ha bisogno di una guida morale e spirituale, che si tratta di espressioni inarticolate di autentica sofferenza. E scopre anche che i suoi interlocutori lo prendono su serio. Per la prima volta si trova costretto a esaminare i valori su cui si fonda la sua vita. E questo esame gli dimostra che lui è la vittima e non l’autore dello scherzo.


Nella traduzione di Marina Morpurgo, et al./Edizioni ha riportato in libreria Signorina Cuorinfranti, il piccolo (e disperato) classico di Nathanael West: la storia di un giornalista che si ritrova schiacciato sotto al peso crescente di oltre trenta lettere al giorno, lettere che “si somigliavano tutte, biscotti di sofferenza ritagliati con uno stampino a forma di cuore.”
E ci prova, a sfilarsi, a tirarsi indietro, a “scagliar pietre” ai propri lettori, alle lettrici che si firmano come Disperata, Stufa-marcia-di-tutto, Delusa-con-marito-tisico, con il risultato che, di pietre, “gliene era rimasta una sola: quella che gli si era formata nelle viscere.”
Una volta ci aveva anche provato, a farsi licenziare, raccomandando il suicidio dalle colonne della sua rubrica. Shrike però si era limitato a dirgli: Cerca di tenere a mente, per favore, che il tuo compito è quello di aumentare la diffusione del giornale. È ragionevole pensare che il suicidio sia un ostacolo a questo scopo.


Un romanzo breve e nerissimo che ti piomba sul cuore con tutta l’attualità  - “straordinaria e quasi incresciosa”, ne ha scritto Mario Fortunato sull’Espresso – di una Crisi che sembra la nostra.
Sì, beh, ma noi?
Noi purtroppo abbiamo Carlo Rossella sull’ultima pagina di Chi.
Scritto il: 30 settembre 2011 | da: matteob | Categorie: Conversazioni, Store | Tags: , , , , , , , | 0 Commenti »

Si parva licet

(Senza pretese di aggiornamento eccessivo, qui s’inaugura una rubrica per segnalare libri che ci siamo persi o che ci stiamo perdendo, perlopiù da editori che varrebbe la pena non perdere di vista. In sostanza: alcuni editori fanno degli ebook, per alcuni libri di carta esce magari dopo qualche tempo la versione digitale – e per alcuni, il commento potrebbe anche essere: finalmente! Tutto qui.)

Della vita di Alfredo è stato finalista al Premio Calvino 2009, l’anno che vinse Ivan Guerrierio con Splendido splendente (che in ebook ancora non c’è, ma che qui ce ne si può fare un’idea).
Un libro ambientato a Veduggio, Brianzashire, non poteva sfuggire all’editore Bellavite, che lo ha pubblicato a fine 2009.
Ma va detto che è un bel libro solo in parte su una “terra di bulloni, maniglie e cerniere per mobili”, che si fa leggere anche da chi non conosce il dialetto locale, non ha idea di cosa sia crescere circondati dalle fabbrichette, a Natale non frequenta presepi o processioni.
Di Paola Cereda, psicologa con la passione del teatro che lavora nel sociale, non si sa molto altro, se non il poco che si legge in qualche intervista pubblicata all’epoca dell’uscita del libro.

***

Su La fine di Salvatore Scibona moltissimo è già stato scritto, e posso solo invitare a sfogliare l’infinita rassegna stampa che anche in Italia ha accompagnato l’uscita dell’esordio di uno dei migliori “20 under 40″ scelti dalla rivista New Yorker.
Un esordio importante, che ha forse spaventato qualche marchio di solito più attento alle cose americane, una sfida invece subito raccolta dall’editore 66th&2nd, che con questo titolo inaugura il suo catalogo in ebook.
L’italoamericano Scibona torna in Italia in occasione del Festivaletteratura di Mantova, dove sarà protagonista di due incontri domenica 11 settembre. Il tour continua poi tra Roma e la Sicilia: se vi capita, non mancatelo.

(In un accostamento un po’ acrobatico, mi rendo conto, due voci che raccontano il respiro collettivo di una comunità.)

Scritto il: 9 settembre 2011 | da: matteob | Categorie: Conversazioni, Store | Tags: , , , , , , , , , , | 0 Commenti »

Compiti delle vacanze.

1.
Leggere almeno un libro. Leggere almeno un ebook. Leggere magari un terzo libro per metà su carta e metà in digitale, e vedere l’effetto che mi fa.
E finire comunque di spiluccare questo agile ebook, già con tutti i suoi pro e i suoi contro. E già qualche piccola perla:
Publishing is based at some level on delusion.
2.
Seguire l’hashtag sulla Legge Levi, per vedere se dura.
Il che si incrocia con la decrescita felice degli editori italiani, su cui tra gli altri l’han detta piuttosto secca Jacopo De Michelis di Marsilio (“Combattere con la testa rivolta all’indietro invece che in avanti”), o piuttosto tranchante Gian Arturo Ferrari su Repubblica (“Produrre un libro costa meno di una indagine di mercato sul suo possibile esito. La pubblicazione è insieme indagine di mercato: la produzione ingloba la ricerca e lo sviluppo. Molti libri sono ipotesi di libri, tentativi di libri.”).
Il che si incrociava ancor prima con i manifesti della Generazione TQ, su cui l’idea migliore (la congiura!) l’ha finora avuta Giulio Mozzi.
Sul tutto, farsene un’idea, senza dimenticare le considerazioni di Mario Guaraldi (“Ciao a tutti, eh, tanto Amazon con BuyVip – 6 milioni di registrati e oltre 100mila “Mi piace” per la pagina FB italiana – ha già messo in giro il coupon con il 50% di sconto su tutto”), e ripassando ogni tanto da Luisa Capelli, che ha promesso di raccogliere i link sul tema, o dalla sfliza di luoghi dove la gente sta iniziando a commentare.
Mescolare piano il tutto, passeggiando.
3.
Guardarsi in giro e trovare altri autori digitali come questo, un IO Scrittore che sembra aver chiare le regole del gioco e le dimensioni del campo. Buona fortuna.
4.
Escogitare l’antidoto definitivo alle ancora troppo ricorrenti frasi di qualche editore per cui “Sul digitale per ora stiamo un po’ alla finestra”, “Non convertiremo i nostri titoli di punta”, “Faremo esperimenti in futuro”.
Al momento, mi mancano le parole. L’esperimento ti sta già sorpassando, vorrei dirgli, e per eccesso di cautele stai rischiando che questa provocazione prima o poi si avveri, nel tuo caso.
5.
E immaginare invece felicissimi incontri autunnali con editori che si pongano le domande giuste (“Come saranno le mie copertine?”, o ”Il digitale come sta impattando il mio consueto trantran?”) e che – storici o appena nati, grandi o piccoli, legati alla carta o maniaci del digitale – abbiano voglia di raccontarsi e comunicare il proprio lavoro con passione come fa Penguin per i suoi Mini Modern Classics, che mette insieme Jaron Lanier e i porcellini d’india.
6.
Infine, smetterla di collezionare link su una storia, questa: un produttore di Bibbie olandese modifica la sua linea di brossura e crea un prodotto che could kill the Kindle (beh, secondo Doctorow, “the silliest Guardian headline of the year to date“).
Per usare le parole degli inventori: un po’ pomposamente, “The best idea since 1450″… oppure “A solution to a problem that doesn’t exist”, come qualcuno dice nei commenti a questo post che ne criticava le copertine inglesi? E prima che nel Regno Unito, aveva già fatto rotta verso la Spagna e la Francia.
Il fatto è che, dati i tempi, c’è quasi da aspettarsi uno sbarco del prodotto anche da noi. E inizio anch’io come altri a chiedermi come potrebbe chiamarsi.
***
“Credi davvero che siamo all’inizio di qualcosa di nuovo?” chiese tranquillamente Kate.
“O questo o il precipizio. Scegli.”
“Multimedia ed e-book. Parlano bene, quelli del mestiere, ma qualcuno di noi ha la più pallida idea di come dovremmo agire per essere credibili?”
Connie rise. “Voglio sperare di sì.”
“E questo futuro, sei certa che vada bene per l’editoria?”
Tom Engelhardt, Gli ultimi giorni dell’editoria, Edizioni Sylvestre Bonnard, Milano 2004, pagina 19.
Scritto il: 29 luglio 2011 | da: matteob | Categorie: Conversazioni | 2 Commenti »

L’avevamo già sentita, in effetti

È tornato il ricorrente gemito sulla morte dell’industria editoriale as we know it, con tutta l’inevitabile coda di commenti.

***

Niccolò Perotti, erudito umanista italiano, scrive a Francesco Guarnerio. Siamo nel 1471, meno di vent’anni dopo l’invenzione di Gutenberg.

Cornucopiae

Negli ultimi anni, mio caro Francesco, mi sono spesso congratulato con l’età nostra, quasi avessimo ottenuto proprio ora un dono grande, invero divino, con il nuovo tipo di scrittura di recente giuntoci dalla Germania. Vedevo infatti che un uomo solo poteva stampare in un mese ciò che parecchi amanuensi a stento avrebbero potuto portare a termine in un anno … Questo mi induceva a sperare che entro breve tempo avremmo avuto una tale quantità di libri, che non sarebbe rimasta una sola opera che non ci si potesse procurare per scarsità o mancanza di mezzi … Ora tuttavia – o fallacia dei pensieri umani! – vedo che le cose sono andate ben diversamente da come speravo. Infatti, adesso che chiunque è libero di stampare ciò che gli aggrada, sovente gli uomini trascurano l’eccellenza, per scrivere, a puro fine di divertimento, ciò che meglio sarebbe dimenticare, anzi cancellare da tutti i libri. E anche quando scrivono cose degne, le stravolgono e corrompono al punto che sarebbe di gran lunga preferibile fare a meno di tali libri, anziché spedirli in migliaia di copie in tutte le provincie del mondo, col rischio, ahimè, di diffondere un così gran numero di menzogne.

Niccolò Perotti, Cornucopiae, seu Latinae linguae commentarii, V.Curio, Basileae, 1526, col. 1033 citato da Robert Darnton, Il futuro del libro, Adelphi, Milano 2011. Traduzione di Adriana Bottini.

Scritto il: 22 luglio 2011 | da: matteob | Categorie: Conversazioni | 7 Commenti »

Un reading digitale

La prima volta che ho incontrato Alessandro Zaccuri stava scaricando degli scatoloni pieni di libri dal baule della sua macchina, libri destinati alle Biblioteche della Casa Circondariale San Vittore di Milano: “Il deposito è un racconto autobiografico – mi ha detto – i libri stanno prendendo il sopravvento”.

Chi c’era, giovedì 14 Luglio 2011 in via Adige 20, sa di che cosa sto parlando. Per festeggiare il compleanno di Bookrepublic, Alessandro ha letto un estratto del suo Il deposito, un racconto che paradossalmente non avrebbe trovato spazio sulla carta per via delle sue dimensioni ridotte, e che affronta proprio il problema dello spazio dove metterla, la carta.

Così, l’insostenibile leggerezza dei bit ha acquistato una nuova matericità nella voce di un autore digitale, che altro non è se non un autore, uguale e diverso da tutti gli altri, come tutti gli altri.

“Continuate pure a parlare tra di voi, a sorseggiare i vostri drink, non credo che ci sia bisogno di un silenzio assoluto. Vorrei che la mia lettura del testo ad alta voce fosse come il jazz che i musicisti stavano suonando poco fa: lasciate che vi accompagni e gustatevela come volete”.

Che cos’è quindi che rende straordinario il reading di un ebook? L’autore, il testo, l’auditorium. Nient’altro. Il contenuto è sempre lo stesso, che sia in cartaceo o in digitale. Lasciate che vi accompagni e gustatevelo come volete.

Scritto il: 18 luglio 2011 | da: daria | Categorie: Conversazioni | Tags: | 0 Commenti »

Harry Potter, il selfpublishing e la Dieta Zona

J.K. Rowling ha dunque annunciato Pottemore. Annuncio che non poteva non lasciare dietro di sè commenti provenienti da ogni parte del globo; altrove, ne abbiamo fatto anche noi una piccola, significativa rassegna.

Due sono gli aspetti che qui vogliamo mettere in risalto: l’assenza di Amazon tra i partner dell’accordo, annunciata come clamorosa e la replicabilità del modello Pottermore.

Sulla prima. In molti hanno evidenziato come sia finalmente apparso all’orizzonte chi possa fare a meno di Amazon; la Rowling è un “brand”, potremmo dire un’azienda, che ha più potere del più grande degli editori al mondo (prendetene uno a caso, Random House, Hachette, Harper Collins, Penguin o chi volete); che, infatti, su diverse questioni ha dovuto venire a patti con il colosso di Seattle. E in effetti è così, almeno per ora.

Ma come è spiegato bene, ad esempio, qui, è difficile pensare che Amazon voglia restare esclusa dalle vendite di Harry Potter su Kindle; lo stesso è molto probabile che valga per la Rowling, visto che Kindle vale circa i 2/3 del mercato US e UK degli ebook.

Tutto ciò per dire che non crediamo che a Seattle si stiano strappando i capelli: c’è qualche mese di tempo per fare un buon accordo partendo da posizioni pari. Quindi, brava la Rowling a mettersi nelle condizioni di poter negoziare al meglio, ma aspetterei a dire che Amazon è fuori dalla partnership. Ne riparliamo ad ottobre.

La seconda questione è un po’ più complessa. La stragrande maggioranza dei commenti a Pottermore ha evidenziato come non esistano altri autori, personaggi o “imprint” al mondo che possano permettersi iniziative analoghe. Secondo noi, è tutto relativo.

E’ questione di nicchie; e la nicchia di Harry Potter (se così si può dire) è il mondo. Ma ciò che rende possibile la replica del modello Pottermore è la relazione tra qualsiasi autore, personaggio o “imprint” e la sua nicchia; a condizione che la nicchia abbia almeno una certa dimensione.

Per capirci, ci viene in aiuto la dieta zona (su cui abbiamo sviluppato l’anno scorso un’app per iPhone, che aggiorneremo a settembre). Barry Sears sta alla dieta zona come la Rowling sta a Harry Potter; fatte le debite proporzioni, che stabiliscono le diverse dimensioni potenziali dei due business, è molto probabile che il modello sia replicabile. E crediamo che lo stesso valga per molte altre “nicchie” all’interno delle quali esista un “padrone”.

Perchè si possa parlare di Pottermore come di nuova frontiera del selfpublishing è necessario che il modello sia replicabile. Noi crediamo che lo sia.

Scritto il: 27 giugno 2011 | da: marcof | Categorie: Conversazioni | Tags: , , , , , , , | 0 Commenti »

What’s the buzz? We’ll tell you what’s happening

All publishers are global now. All book retailers are global now. The publishers and retailers who embrace that reality soonest will have the best chance to be around the longest.

All publishers and book retailers are global now – Mike Shatzkin

L’editoria diventa globale: i primi ad adattarsi a questa realtà saranno in grado di affrontare il futuro. Ce lo ricordava Mike Shatzkin durante IfBookThen, lo scorso febbraio, e come raccontava nel post appena citato si tratta di un tema con il quale ha iniziato a fare i conti fin dal 2008.

L’attenzione a quanto succede nell’ambito dell’editoria internazionale è per noi un punto di fondamentale importanza. Alla base di IfBookThen c’era l’idea di portare in Italia gran parte del dibattito e delle esperienze americane e di creare allo stesso tempo un punto di incontro per condividere e confrontare con le diverse realtà europee sull’editoria digitale.

Nei giorni precedenti la conferenza abbiamo pubblicato le traduzioni di alcuni articoli che ci sembravano utili per ampliare l’orizzonte dei temi previsti dall’agenda della giornata, con l’obiettivo di creare una sorta di digest sempre aggiornato delle voci del panorama internazionale che riteniamo imperdibili per chiunque voglia tenersi informato sui cambiamenti in atto.

Abbiamo pensato di non interrompere questo progetto: le traduzioni continuano e si arricchiscono di nuovi autori e spunti di riflessione. Trasferiremo nei prossimi giorni le traduzioni pubblicate sul sito di IfBookThen sul blog di Bookrepublic; quelle nuove le troverete direttamente qui, due volte al mese.

Abbiamo già pubblicato, nell’ordine:

Con lo stesso spirito, sul sito di 40k potete leggere le tag-interview: “delle non-proprio-risposte a delle non-proprio-domande” sul cambiamento dell’editoria. Per esempio quella fatta a Kassia Krozser: “Tomorrow’s publisher must be able to react immediatly to market shifts“.

Scritto il: 18 marzo 2011 | da: letizia | Categorie: Contributi, Conversazioni, Scenari, Su di noi | Tags: , , , , , , | 0 Commenti »