La notizia è di qualche tempo fa: Amazon (inizio Febbraio) e Apple (inizio marzo) hanno annunciato di aver brevettato un sistema per consentire ai propri clienti di rivendere ad altri utenti un ebook regolarmente acquistato dai rispettivi store. In pratica, poichè l’acquisto di un ebook è in realtà l’acquisto dell’accesso a un file, si tratta di vendere ad altri questo accesso; la tecnologia brevettata da Amazon e Apple consente questo trasferimento e impedisce a chi ha venduto di poter continuare ad accedere al medesimo file. Nasce un “secondo mercato”, il mercato dell’ “usato” dell’ebook (ma anche di file musicali e video).
Gli editori e gli autori dovrebbero continuare a incassare anche da queste transazioni; ma questo nuovo mercato sarebbe totalmente al di fuori del loro controllo e, sebbene non in tempi brevissimi, avrà un impatto rilevante sia sulla dimensione del “primo mercato”, soprattutto per quanto riguarda le backlist, sia sul prezzo, che mediamente avrebbe un ulteriore ribasso.
Se ne è parlato molto e Scott Turow, a nome dell’Authors Guild (l’associazione degli autori americani) di cui è presidente, ha parlato di “lenta morte dell’autore americano”. Non sono interessato a questa polemica; la ritengo l’ennesima battaglia di retroguardia, perdente e poco appassionante. Mi interessano, invece, altri tre aspetti della vicenda.
La concentrazione dei grandi gruppi editoriali è messa alla prova. Se la fusione tra Random House e Penguin porterà solo al tentativo di accrescere il peso commerciale verso Amazon, la montagna avrà partorito il topolino. Se, invece, porterà a una maggiore capacità e aggressività nell’innovazione avrà raggiunto l’obiettivo. Che modo è di stare sul mercato, se non ti accorgi che il tuo più grande partner commerciale al mondo ti sta confezionando l’ennesima fregatura?
I grandi gruppi editoriali sono ancora una volta nella condizione di chiedersi se potevano essere loro a depositare quei brevetti; molto probabilmente, sarebbe stato alla loro portata, sia dal punto di vista della tecnologia che delle risorse finanziarie necessarie, ma non è successo. Ora, forse, gli editori dovrebbero pensare comunque a modalità che gli consentano di avere qualche forma di controllo sul “secondo mercato”, almeno al di fuori dei sistemi chiusi di Amazon e Apple. In futuro, si spera siano loro a mettere sulla difensiva Amazon e Apple.
Chi deve proporre nuove regole per la protezione del diritto d’autore. Una sentenza del 30 marzo scorso ha giudicato come violazione del copyright l’attività di Redigi, un’operatore che negli USA consente agli utenti di rivendere file musicali regolarmente acquistati da iTunes. Il giudizio si basa sulla dottrina del “first use”, in base al quale un file non può essere rivenduto se nel trasferimento da un utente a un altro si crea una copia del file originale: copia che era prevista nel modello attivato da Redigi (non è ancora chiaro se i brevetti di Amazon e Apple aggirino questo ostacolo). La sentenza richiama in modo esplicito la competenza del Congresso quando emergono interessi tra loro concorrenti con l’introduzione di innovazioni tecnologiche.
Quindi: 1) siamo in tema di violazione o meno di copyright; 2) siamo di fronte a un cambiamento di tecnologia che scardina gli equilibri stabiliti in precedenza dal legislatore; 3) siamo di fronte all’esigenza di un nuovo intervento del legislatore per stabilire nuovi equilibri.
In altre parole, per quanto riguarda l’industria editoriale, è un ulteriore evidenza della necessità di mettere mano alla normativa sul diritto d’autore, che ormai fa acqua da tutte le parti; in primis, perchè protegge sempre meno proprio gli autori. Si cambierà, è certo; e il cambiamento sarà lungo e doloroso. La questione è un’altra: vogliamo che anche in quest’ambito siano i vari Amazon e Apple del caso a scrivere le nuove regole? Chi se non gli autori (e gli editori) devono mettersi alla testa del cambiamento, guidarlo, indirizzarlo attraverso proposte innovative? Qui gli autori (e gli editori) hanno la grande opportunità di essere gli innovatori; sarebbe bello che non la sprecassero facendosi anticipare (e la posizione di Turow non è incoraggiante da questo punto di vista).
I brevetti e l’antitrust internazionale. Ormai è arcinoto che Internet favorisce la costruzione di monopoli o quasi-monopoli globali. Quando una tecnologia è scalabile e il modello di business che supporta è globale, Internet accelera di parecchio la concentrazione su scala internazionale. Nella fattispecie, qual’è il bene comune da preservare nell’interesse dei lettori tra la riduzione del prezzo dei libri e la garanzia di concorrenza su scala globale?
La concessione dei brevetti a Amazon e Apple è giusta e legittima, perchè protegge un’idea che favorisce l’interesse collettivo; ma ripropone questa domanda e personalmente credo che una normativa internazionale che tenga conto del nuovo contesto e che eviti la possibilità che si creino posizioni dominanti su scala planetaria sia assolutamente necessaria.
Per concludere. Non c’è alcun dubbio che un “secondo mercato” degli ebook nascerà; è solo un ulteriore passo verso la legittimazione della copia digitale e della conseguente necessità di regole nuove che riguardano diversi aspetti; primo fra tutti il diritto d’autore. Non si tratta di essere “entusiasti a prescindere” o “difensori ad oltranza”: non siamo di fronte a una contesa su cui esprimere un personale giudizio di merito. Si tratta di essere dentro o fuori dalla realtà.
Scritto il: 12 April 2013 | da: marcof | Categorie: Contributi, Scenari | Tags: amazon, apple, autori, ebook, editori | 2 Commenti »
C’è in giro una popolazione variegata, con provenienze culturali molto diverse, esperienze professionali in apparenza distanti, età differenti, che si riunisce intorno a un bisogno antico e a una passione che quando ti prende non ti lascia: la lettura, con il libro, i suoi formati e i suoi mestieri.
Sono imprenditori editoriali, agenti, autori, ingegneri, sviluppatori che stanno dando vita in diverse parti del globo a tantissime iniziative che coniugano contenuti, tecnologia e dati. E’ la generazione post Amazon.
Sono tutti innovatori, a vario titolo e in diversa misura. Tutti aggiungono un pezzo, si specializzano in un aspetto particolare (la lettura, la condivisione di contenuti, la loro reperibilità e riconoscibilità, la produzione, l’acquisto) e lo ripensano alla luce delle nuove possibilità che il contesto digitale offre. L’innovazione è dunque il loro denominatore comune: sono pronto a scommettere qualsiasi cifra che tra loro ci sarà chi, in alcuni ambiti specifici, supererà Amazon, saprà essere più innovativo.
Mi fa riflettere la scarsa, scarsissima relazione che esiste tra gli editori tradizionali (mi si faccia passare la definizione) e questa generazione pA; in tutto il mondo. Vedo due tipi di reazione: ci sono quelli che ritengono che il compito di innovare semplicemente non spetti a loro, che il proprio ruolo sia di seguire l’innovazione e accodarvisi; e ci sono quelli (soprattutto i grandi) che guardano solo a Apple, Google, Amazon e, percependoli inevitabilmente come grandi minacce, attuano strategie difensive.
Il mio modesto parere è che l’innovazione spetti anche a tutti loro, che in tempi come questi giocare in difesa sia un grave errore e che una diversa e più attiva relazione con la generazione pA sia una grande opportunità. Mi sento anche di dire che questo fa parte dell’evoluzione di un settore industriale sconvolto da una forte discontinuità tecnologica. Dopo una fase iniziale riservata a pochi, si giunge ad un punto in cui le possibilità di innovare si diffondono, perchè le conoscenze e le competenze sono molto più diffuse e perchè i costi della tecnologia si sono ridotti. Siamo arrivati a quel punto.
Ne parleremo anche il 19 marzo al prossimo IfBookThen. Avremo con noi una quindicina di rappresentanti di questa generazione pA e con loro discuteremo di ciò che stanno facendo. Cercheremo di uscire dalla contrapposizione vecchio e nuovo, nella convinzione che tutto può essere nuovo quando si entra in una fase di cambiamento accessibile a molti.
Basta volerlo.
Scritto il: 20 January 2013 | da: marcof | Categorie: Contributi, Conversazioni, Scenari | Tags: agenti, amazon, autori, editori, generazione pA, ifbookthen, ingegneri, lettura, libro, sviluppatori | 0 Commenti »
Mi è capitato tra le mani “Dieci domande sui libri” pubblicato da Sellerio nel 1993. Riporta la lezione di Herbert Lottman (allora corrispondente di “Publisher weekly”) alla Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri del 31 gennaio 1992; un libriccino con alcune perle. Ne riprendo due.
Di solito è l’editore più vecchio, l’editore industriale, che avverte la crisi. Quando parlo con persone più giovani – o con persone anziane con idee giovani -, scopro che non sanno nemmeno di essere in recessione; fanno progetti. Forse sanno che oggi si vendono più libri e si fanno più soldi che mai. E’ qui, naturalmente, che nasce il problema: la prosperità attira ivestimenti, portando alla creazione di gruppi troppo grandi per il loro mercato e che cercano di aumentare le loro quote attraverso la sovrapproduzione, pagando prezzi altissimi per bestseller sicuri, dimenticando che il ruolo dell’editore è anche quello di investire in nuovi talenti per risultati a lungo termine. In questo caso, loro hanno creato la crisi in quello che sarebbe semplicemente un mercato maturo che riflette il clima generale.
Nella maggior parte dei Paesi, fortunatamente, editori piccoli e medi che non hanno voluto o potuto seguire i grandi gruppi in ciò che io ritengo l’inflazione del libro, stanno sopravvivendo, a volte anche in buona salute.
Siamo in un’epoca lontana anni luce, dove Amazon ancora non esisteva e mi vengono in mente due considerazioni. La prima è che, seppure semplicistica e perfino un po’ ingenua, questa analisi contiene molta verità utile a spiegare le difficoltà attuali dell’industria del libro; inoltre, e questo è più sorprendente, si vede chiaramente come queste difficoltà siano presenti ben prima dell’avvento del digitale. Un sistema già fragile (parliamo del modello di business che regge l’industria del libro), basato su equilibri instabili (“prezzi altissimi per bestseller sicuri” e “sovrapproduzione”), si capisce bene come stenti oggi a trovare un nuovo assetto; per dirla con un eufemismo, perchè lo stesso Lottman era decisamente catastrofico a questo riguardo: “l’editore industriale sparirà”. Non so se sparirà, ma di certo non sta bene, come le recenti mega fusioni stanno a dimostrare.
La seconda considerazione è che il passaggio al digitale incide proprio, e gravemente, su questi equilibri, per l’appunto già instabili 20 anni fa: gli anticipi faraonici a cui eravamo abituati si contano sulle dita di una mano e non esistono più le rese (in quanto non esiste più produzione fisica e dunque neppure sovrapproduzione). Pubblicare e vendere un libro ormai prescinde da ciò che Lottman indica come caratteristiche fondamentali degli editori industriali: la caccia a bestseller sicuri e l’occupazione di spazi fisici nei canali di vendita attraverso la sovrapproduzione (con conseguente investimento in resa).
E poi:
Il settore librario spagnolo ha imparato a caricare i libri dell’IVA, col rischio di compromettere un mercato in espansione, mentre altri Paesi, come Gran Bretagna e Irlanda, continuano a godere di un’IVA zero, almeno fino al 1993, quando anche loro saranno costretti ad aumentare il prezzo di almeno il 5%, e forse fino al 14%.
Suona familiare? Qui siamo ben prima dell’introduzione dell’Euro, nel frattempo è successo di tutto e ancora si parla di disarmonia fiscale dell’IVA tra paesi europei; l’ebook ha solo aggiunto un ulteriore piano di differenziazione. Che Amazon, Google e Apple (tutte aziende americane) si inseriscano tra le pieghe dell’insipienza europea e ne approfittino per godere di vantaggi assai consistenti (parliamo di margini in Euro) è incredibile. Si tratta solo di evitare possibili arbitraggi su percentuali diverse: IVA uguale in tutti i paesi della Comunità sia per libri di carta, che per ebook. E’ così difficile?
Sono passati 20 anni; queste pagine sono ancora leggibili. E come suoneranno le parole di oggi nel 2033?
Scritto il: 5 January 2013 | da: marcof | Categorie: Contributi, Conversazioni | Tags: editori, IVA, Lottman, modelli di business | 0 Commenti »
Interessante l’intervista a Victoria Barnsley, UK e International CEO di Harper Collins. “Non possiamo più continuare a pensare a noi stessi come editori di libri”, ma piuttosto come “producers di contenuti multimediali”. Passato e futuro: un futuro che dovrebbe essere già presente, vista la velocità del cambiamento.
Ma un futuro anche un po’ incerto, perchè le strade possibili sono molte e per niente confortevoli; il passaggio da editori a producers non è banale e magari non è neanche l’unica trasformazione necessaria. Penso, ad esempio, alle opportunità che gli editori avrebbero nel vendere direttamente ai loro clienti finali, oppure a un forte presidio dei canali distributivi globali esistenti.
Non so quale direzione gli editori debbano prendere, ma una certezza ce l’ho: la permanente distanza degli editori dalla tecnologia è un handicap che cresce. Eppure, in tempi in cui si discute di cosa dovrebbero fare gli editori per continuare ad essere indispensabili agli autori, la conoscenza delle tecnologie esistenti per l’industria editoriale, la loro evoluzione, le tendenze in atto sono oggi almeno importanti quanto saper scegliere un buon autore o fare, attraverso l’editing e il publishing, di un buon libro un libro di successo. Quest’ultimo mestiere, questa prerogativa assoluta degli editori (almeno fino a ieri) è di giorno in giorno un mestiere più tecnologico, che richiede conoscenze, competenze e network specifici.
Negli ultimi anni le società che nel mondo producono tecnologia per l’industria editoriale si sono moltiplicate a ritmo esponenziale e la crescita è ancora potentemente in atto. Non ho dati certi, ma penso proprio di non sbagliare se affermo che nascono molte più aziende di questo tipo che case editrici. Bolla? Durerà? L’ebook è ancora marginale e chissà quando smetterà di esserlo?
Oppure il crescente peso della tecnologia è parte (fondamentale) del cambio strutturale della nostra industria? E se è così che cosa devono fare gli editori? Probabilmente acquisizioni, partnership, aggiunta di competenze interne, adozione di tecnologie, formazione sul campo. In ogni caso, non credo che stare distanti dalla tecnologia (perchè è affare di altri, in alcuni casi molto più grandi e forti) sia una scelta vincente; che basare la propria strategia nell’affermazione della propria identità di produttori di contenuti sia il meglio che si possa fare. Eppure, soprattutto in Italia, è quanto ancora va per la maggiore.
Dopo l’ultimo IfBookThen, ho discusso animatamente questo tema con Peter Brantley. Nella West Coast americana (dove lui vive e lavora) l’industria editoriale è in espansione ed è a grandissima prevalenza di ingegneri e sviluppatori (tra l’altro, se qualcuno può e è interessato, a Books In Browsers 2012 verrà discussa nei dettagli questa prospettiva); e se diamo uno sguardo a Berlino la tendenza è quella.
“Publishing is no more content driven; it’s technology driven”. La solita affermazione da impallinati. O forse no.
Scritto il: 27 August 2012 | da: marcof | Categorie: Contributi, Conversazioni, Scenari | Tags: books in browsers, editori, harper collins, peter brantley, tecnologia, victoria barnsley | 0 Commenti »
Qualche settimana fa, Penguin ha annunciato di aver disdetto l’accordo con OverDrive, la piattaforma di distribuzione che consente alle biblioteche (americane e non) di gestire il prestito di ebook. OverDrive non avrebbe comunicato ai retailer (in particolare ad Amazon) la necessità di avere un autorizzazione specifica da parte di Penguin per il prestito: l’utente di una biblioteca in possesso di un Kindle (o di un altro device) che richiedeva un prestito, lo riceveva di fatto da Amazon senza che OverDrive riuscisse a tracciarlo e a trasferire le informazioni a Penguin. Oltre a Penguin, anche i bibliotecari, com’era ovvio aspettarsi, non l’hanno presa bene.
In realtà, la discussione sul prestito di ebook parte da molto più lontano e ci sono altre motivazioni che spingono gli editori a un’estrema prudenza. In particolare:
A key issue that arose in each meeting is the degree to which “friction” may decline in the ebook lending transaction as compared to lending print books. From the publisher viewpoint, this friction provides some measure of security. Borrowing a print book from a library involves a nontrivial amount of personal work that often involves two trips—one to pick up the book and one to return it. The online availability of e-books alters this friction calculation, and publishers are concerned that the ready download-ability of library ebooks could have an adverse effect on sales.
Questo è stato detto durante un recente incontro tra l’Associazione delle Biblioteche Americane e i grandi editori; personalmente, lo trovo imbarazzante.
Se non altro, per questa ragione: gli editori continuano a pensare che imporre una fatica ai lettori per avere accesso a un libro (letteralmente: “prendere in prestito un libro stampato da una biblioteca richiede un lavoro personale non banale che spesso implica due viaggi – uno per prendere il libro e l’altro per restituirlo”) rappresenti una forma di legittima protezione verso usi illegali o impropri del contenuto.
Non solo penso che questo atteggiamento da parte degli editori sia profondamente errato (anzi, suicida); credo piuttosto che il prestito degli ebook rappresenti una grande occasione che gli editori hanno per esplorare nuove strade di relazione con autori e lettori.
Un libro stampato deve essere reso alla biblioteca per consentire ad altri lettori di prenderlo e leggerlo; con un ebook questo non è necessario. E allora, perchè prevedere una forma di restituzione? Perchè fare in modo che Adobe DRM spenga il file dopo una certa data? I casi sono due: se chi prende a prestito l’ebook ha cattive intenzioni, saprà crackare (da solo o aiutato da un amico) qualsiasi DRM e 14 giorni sono un tempo decisamente comodo per farlo; se, invece, chi lo prende in prestito lo vuole semplicemente leggere continuerà a conservarlo nella propria libreria. L’importante è che la biblioteca acquisti il libro dall’editore e lo possa prestare solo a un lettore alla volta; e che possa attivare un nuovo prestito solo decorso un termine stabilito.
Ripeto e sottolineo. Le biblioteche possono essere un partner molto prezioso per gli editori che vogliono sperimentare forme innovative di relazione diretta con il lettore.
Un editore con il quale ho discusso di questo argomento ha aggiunto un pezzo a questo ragionamento che mi sembra bellissimo. E perchè non chiediamo al lettore che prende in prestito un libro una cifra molto piccola (si parlava di 10, 20 centesimi) che diamo direttamente all’autore? L’autore vedrebbe riconosciuto e remunerato il suo diritto e il lettore sarebbe indotto a riconoscerlo.
Ci sono, in giro, editori rivoluzionari.
Scritto il: 19 February 2012 | da: marcof | Categorie: Contributi, Conversazioni | Tags: amazon, biblioteche, lending, OverDrive, Penguin, prestito | 0 Commenti »
Traduzione dall’originale
The ereader incompetence checklist (for discerning consumers, editors, publishers and designers)
di Craig Mod, craigmod.com, Ottobre 2010
Non faccio che ripetere la stessa conversazione. Comincia con:
“Non ti piace l’app di Wired per iPad? Perché? È così [aggettivo positivo].”
“Be’, per dirne una: non è neppure testo…”
“Ma è proprio uguale alla rivista di carta!”
Arrivati a questo punto parto con il mio monologo sugli artefatti, il testo digitale e su cosa dovremmo aspettarci dalle nostre esperienze di lettura digitale.
La battuta finale è questa: la maggior parte delle nostre esperienze di lettura sono decisamente brutte. E molti di noi non se ne accorgono.
L’iPad è ancora un bambino – ha appena sei mesi! – per cui ci troviamo chiaramente ancora in una fase di sviluppo e sperimentazione. Ma ho la sensazione che molti lettori, autori, editor ed editori non siano pienamente in grado di valutare la loro esperienza di lettura digitale. Mi piace sempre dare un seguito online ai miei discorsi, quindi considerate questo come il seguito di quello che avrei fatto se ci fossimo incontrati di persona.
Per poter valutare qualcosa ci serve un titolo. Dei criteri. Degli standard. Dei parametri. Degli obiettivi. Vediamo di stabilirli insieme. (Vi prego, aggiungete i vostri nei commenti).
Dal mio punto di vista, la prima domanda che mi pongo provando un nuovo software di lettura è: l’esperienza è “migliore” di quella che avrei su un browser?
Con la frenesia dell’inventare nuovi “contenitori” per leggere sui tablet, sembra che abbiamo dimenticato che i browser sono maledettamente adatti per il testo. Grazie all’accessibilità e agli sforzi compiuti per la standardizzazione, sono diventati degli efficaci motori di rendering1. E la tipografia migliora ogni istante di più2. Leggere una pagina web su un tablet potrà non essere perfetto, ma converrete che risponde alla maggior parte dei nostri obiettivi sull’esperienza di lettura digitale e dei criteri di accessibilità.
Il che ci porta a una domanda scontata: se la maggior parte dei software di lettura non offre una migliore esperienza su del semplice HTML e CSS, perché così tanti editori stanno reinventando la ruota3?
La lista dei difetti:
Prendi il tuo iPad, apri la prima applicazione per leggere libri, riviste o contenuti in genere che ti capita sotto mano e rispondi alle seguenti domande:
- Sto leggendo del testo? Se il testo nel tuo ereader non è testo ma al contrario un’immagine (.jpeg, .png, etc) allora, per la miseria, il tuo ereader ha un difetto.
Tutto il resto si sviluppa a partire da qui.
- Il mio ereader rende il testo meno accessibile per chi ha problemi di vista? Se è così, mi dispiace amico, il tuo software ha un difetto (ed è una testa di cazzo).
- Puoi copiare il testo? Se non puoi, il tuo software ha un difetto.
- Puoi ridimensionare il testo? No? Difetto. (Vedi alla voce “accessibilità”).
- Hai una pubblicazione ricca di testo come “The New Yorker”? Ogni singolo numero della tua rivista è inutilmente pesante (500mb e oltre al mese)4? Difetto e sciatteria5.
- L’esportazione in PDF del tuo contenuto porta a un’esperienza di lettura sostanzialmente simile a quella del tuo ereader? Un PDF probabilmente sarebbe addirittura meglio (zoom, ricercabilità, vero testo)? Allora il tuo ereader è afflitto da confusione oltre che avere un difetto.
- E, ancora una volta, la lettura di quel contenuto in un browser, con dei buoni margini e dimensioni di carattere appropriate, sarebbe un’esperienza migliore, più accessibile, più dinamica? Se è così, perché quel contenuto non è distribuito in quel modo?
In più, penso che il parametro successivo diventerà progressivamente sempre più importante nella nostra esperienza di lettura:
- Esiste un modo in cui puoi fare facilmente riferimento al tuo contenuto all’interno del tuo ereader (URL, etc)?
Molti di questi parametri sono relativi all’accessibilità. Trovo terribile i più blasonati ereader (come le app di Wired / New Yorker / Time magazine) facciano a meno dell’accessibilità propria del testo digitale. Certo, questa è una fase di transizione, ma perché non partire subito con il piede giusto? Il testo digitale non è lo stesso artefatto del testo stampato. Non trattiamolo allo stesso modo.
Finché questi aspetti non miglioreranno, continuerò a leggere quei favolosi lunghi articoli del New Yorker via Instapaper6, grazie.
Cosa cercate voi in un ereader?
1 http://lostworldsfairs.com/
2 Typekit for iPad
3 Prima che mi facciate venire il mal di testa ricordate che sto semplicemente suggerendo che i sistemi di lettura potrebbero basarsi su piattaforme aperte come webkit. Che non è la stessa cosa di dire che tutte le esperienze di lettura si debbano svolgere su una pagina web. Anziché avviare il vostro esclusivo motore di rendering – che tenderà a somigliare a un visualizzatore per PDF monco o a qualcosa di fatto con Adobe Director – costruite qualcosa a partire da quanto di meglio è già in circolazione. Tutto quel lavoraccio è stato già fatto da qualcun altro! E a voi non resta che impacchettare e vendere i prodotti finiti. Enhanced Editions è un esempio perfetto di ereader che si comporta in questo modo.
4 Condé Nast’s iPad Apps Are Too Portly. Blame Adobe. — Peter Kafka, 28 Settembre 2010
5 Il testo digitale è *leggero*. Altamente comprimibile. In altre parole: trasferibile. Molto più di video, audio o immagini. La maggior parte dei consumatori preferirebbero avere supplementi video anche piuttosto pesanti in streaming dalla rete piuttosto che vedere lo spazio sui propri device divorato. (E per 5$ a numero, speriamo che quel costo riguardi qualcosa di più dello spazio di pochi video allegati.)
6 Instapaper è probabilmente la mia esperienza di lettura digitale preferita. Layout semplice, pulito. Basato su HTML, margini e corpo del testo adattabili. Tutto il contenuto basato su pagine web che puoi linkare! È fantastico e un grande obiettivo a cui gli altri ereader dovrebbero aspirare.
(Traduzione di Letizia Sechi)
Scritto il: 5 May 2011 | da: letizia | Categorie: Contributi, Robe da smanettoni | Tags: craig mod, ereader, reading experience | 2 Commenti »
Dall’originale A Bestiary of the Evolving Book, di Joseph Esposito su The Scholarly Kitchen (11 gennaio 2011).
Traduzione di Letizia Sechi.
“Bestiario del libro che evolve” è stato pubblicato ormai qualche mese fa. Anche se alcuni riferimenti sono oggi superati (difficile non considerare Nook simile a un tablet) rimane valida l’analisi dei diversi possibili contenitori per l’editoria digitale e delle diverse tipologie di libro che interessano.
Al giorno d’oggi ci piace pensare ai libri come qualcosa di distinto dai loro contenitori, nonostante la loro forma specifica sia data dal fatto di essere costruiti (letteralmente) all’interno di un piccolo blocco di carta stampata. Così il testo dell’ultimo libro di Jonathan Franzen o le Confessioni di Sant’Agostino possono essere trasferite dalle edizioni di Macmillan o Penguin o Oxford e riversati in nuovi contenitori: iPad, Android, l’ultima versione di Kindle. È come se il testo fosse puro spirito e il libro fisico le sue spoglie mortali. Mettendo da parte il libro fisico, liberiamo il testo, che può così determinare la propria forma e il proprio significato. Che capolavoro è il libro, come è simile a Dio nell’intendimento!
Questo non è esatto. Nonostante ci sia di più in un libro rispetto al mero contenitore (è più importante il contesto, come ha osservato Brian O’Leary nella sua eccellente analisi)1, la creazione di un testo è un dialogo tra le idee e le parole dell’autore e i limiti imposti dal suo contenitore. Alcune idee sono ottime per i libri, alcune per i giornali, altre per le riviste, altre per le performance teatrali: ci siamo concentrati talmente tanto a fare ipotesi sui contenitori che abbiamo dato per scontato le idee. Non c’è da meravigliarsi, quindi, se il compito di creare una nuova forma di pubblicazione adatta a un dispositivo mobile o a un ereader dedicato può sembrare scoraggiante. Quali sono le regole? O, parafrasando Robert Frost, come possiamo giocare a tennis senza la rete?
Le “regole” sono ciò che riconosciamo come “affordance”, le caratteristiche funzionali che una determinata forma rende possibili. (Usare il termine “affordance” contravviene alla mia regola personale di non scrivere mai una parola che non riesco a pronunciare.) Così, i film di Hollywood si prestano all’essere visti su schermi giganteschi e ora anche in 3D; i film indipendenti a basso budget si vedono bene anche nel piccolo schermo di un televisore, per gentile concessione di Netflix. (Per un’ulteriore analisi del medium di carta stesso, vedete “The Myth of the Paperless Office” di Sellen e Harper.) Pensate alla vostra esperienza. Vorreste stipare il vostro gruppo rock, amplificatori e tutto, nel vostro dormitorio? O preferireste una spaziosa sala da concerto o uno stadio? Se i giorni in cui suonavate la chitarra sono ormai lontani, immaginate la sfida di inserire tutte le informazioni associate al genoma umano in un Mac. Il problema di mettere i libri fuori dai loro contenitori è che i libri sono i loro contenitori. Passare da un contenitore all’altro può essere scomodo; provate a leggere un PDF di un articolo accademico su un iPhone o pensate agli adattamenti dei vostri romanzi preferiti sul grande schermo. Povera, povera Jane Eyre.
Oggi, con l’enorme crescita degli ebook, dovremmo pensare all’affordance dei vari contenitori. Ho detto “cominciare” perché le categorie che sto per elencare sono certamente incomplete, e si potrebbe ben argomentare che alcune di queste dovrebbero essere fuse assieme.
Il libro istituzionale. Comincio da qui, nonostante il libro istituzionale fosse con noi anche prima dell’esplosione degli ebook con Kindle. Si tratta di un facsimile (o giù di lì) di un libro stampato. Di solito è un PDF e lo si visualizza su dispositivo Read the rest of this entry »
Scritto il: 28 April 2011 | da: letizia | Categorie: Contributi | Tags: ipad, iPhone, Joseph Esposito, kindle, nook, reading experience, scholarlykitchen | 0 Commenti »
Traduzione dall’originale
Rethinking the Publishing Company
di Kassia Krozser, Booksquare, 14 Settembre 2010
Traduzione di Letizia Sechi.
Sono convinta che noi tutti abbiamo un’idea chiara di come appaiano gli editori oggi. La gerarchia e le posizioni sono diventate comode, prefissate. Una specie di confortevole pigiama di flanella. Questo non significa che non cambi mai niente; voglio dire, chi indossa lo stesso pigiama per sempre? E, se parlaste con le persone del mondo dell’editoria, verreste a sapere che quei comodi pigiami sono consumati in alcuni punti, hanno qualche buco, ma nonostante questo sono troppo familiari per essere messi da parte.
Ora l’analogia viene meno, soprattutto perché nonostante io sia sicuramente capace di parlare di pigiami con grande autorità, dovrei parlare piuttosto di nuove professioni e nuove competenze per le case editrici del 21esimo secolo (e oltre!). È un mix di temi di cui ho discusso altre volte (così come altri), cose su cui ho rimuginato e cose su cui sto ancora ragionando.
Nota: ci sono già editori là fuori che stanno mettendo in pratica nuove cose, assumendo nuove risorse e ripensando il proprio mestiere. Li adoro. Li adoro. Li adoro.
Seconda nota: queste non sono posizioni di una singola persona. Sono competenze. Sono intessute nel lavoro stesso.
Sviluppo del progetto
Non c’è niente da fare, il cambiamento più coinvolgente interesserà le redazioni. Saranno loro a continuare ad acquisire, sviluppare, redazionare e portare al successo progetti grandiosi. Non ci sono dubbi su questo. Non pensate di salvarvi così facilmente dagli incontri per l’acquisizione dei diritti.
Comunque, anche gli editor dovranno cambiare il modo in cui pensano ai – e non c’è altra parola per dirlo – progetti. Ci saranno libri a forma di libro. Ci saranno stravaganze multimediali. La tipologia di progetto influirà sul prodotto finale. Proprio come gli autori e gli agenti stanno cominciando ad allargare la propria prospettiva per i lavori che stanno vendendo, allo stesso modo, e sempre di più, questo accadrà per gli editor. Si tratta di testo, di una community web, di un’applicazione, di un’esperienza interattiva, viva? O una combinazione di più elementi tra questi?
La differenza chiave tra un libro enhanced/transmediale/mettete-qui-la-vostra-parola-alla-moda e un libro con giusto un pizzico di marketing in più è il modo in cui vengono approcciati sin dal primo giorno all’interno della casa editrice. Gli elementi aggiuntivi devono essere pianificati e logici. Questo richiede una precisa visione già in fase di strutturazione del contenuto. L’editor del futuro considererà cosa è necessario per l’opera piuttosto che cosa è necessario per il formato, e quell’editor avrà bisogno di considerare gli elementi aggiuntivi per ogni libro pubblicato, decidendo se saranno effettivamente rivoluzionari o un mero espediente di marketing, caso per caso.
Il nostro editor veramente moderno andrà talvolta sotto il nome di project developer. Esattamente. Già oggi i libri sono progetti. Acquisizione, editing, illustrazioni e copertina, produzione, marketing… tutti questi aspetti sono parte del prodotto finale che chiamiamo libro. Questo progetto deve guidare l’intero processo, come una visione forte. Un’idea incompleta o parziale è la garanzia per il fallimento.
C’è bisogno che qualcuno sia responsabile per tutti gli aspetti che riguardano il libro – qualunque forma assuma – dal principio alla fine. Questo è vero in modo particolare se il libro sta prendendo la direzione di un progetto transmediale. Nessuno – nessuno! – ha una visuale complessiva migliore sul progetto dell’editor che l’ha ideato. È un lavoro differente. È un lavoro di visione.
Nota: il materiale del marketing, tutte quelle interviste con l’autore, ricettine e contenuti recuperati alla bell’e meglio, sono solo questo, materiale del marketing. Non confondetelo con altro, perché i vostri lettori non lo faranno. Read the rest of this entry »
Scritto il: 27 April 2011 | da: letizia | Categorie: Contributi | Tags: booksquare, casa editrice, editor, editoria, enhanced book, kassia krozser, lettori, marketing, produzione, progetto editoriale, redazione | 0 Commenti »
Dall’originale The Business Rusch: Modern Writer Survival Skills (Changing Times Part Eighteen), 16 Febbraio 2010, di Kristine Kathryn Rusch.
Traduzione di Letizia Sechi.
Stavo per intitolare questa puntata “Scrittori principianti Parte Terza”, ma ho pensato che quel titolo sarebbe stato troppo esclusivo. Perché tutti gli scrittori avranno bisogno dell’insieme di competenze che vado a descrivere di seguito per percorrere i cambiamenti nell’editoria.
La mia sfera di cristallo si rifiuta di dirmi se sia meglio o no per gli scrittori principianti continuare a bussare alle porte della Grande Editoria o andare per conto proprio. Come molti commentatori hanno osservato nelle scorse settimane, non si tratta di una scelta esclusiva, per nessun genere di scrittore. In questo momento sto percorrendo entrambi i sentieri: lavoro a delle novità per grandi e piccoli editori con cui collaboro. Sto anche ristampando tutto il mio catalogo, il che aiuta i nuovi titoli, e viceversa.
Sospetto che sia questo il modo in cui funziona. Ma eventi come il fallimento di Borders di questa settimana mi rendono nervosa. Borders ha presentato richiesta di amministrazione controllata attraverso un piano di riorganizzazione. In altre parole, Borders spera di sopravvivere al cambiamento. Ma se guardate a Borders più nello specifico, realizzerete quanta “speranza” ci sia in questo. Leggete questo articolo prima di commentare qui sotto sui problemi di Borders, perché The Wall Street Journal ha fatto un buon lavoro sabato (prima che la notizia fosse ufficiale) nel delineare tutti i problemi che Borders ha avuto, e la maggior parte di questi non hanno niente a che fare con gli e-readers e tutto invece con una gravissima cattiva amministrazione per più di dieci anni.
Molti editori hanno continuato a spedire titoli a Borders durante tutto il periodo dei problemi finanziari e stanno adesso reclamando centinaia di migliaia di dollari che Borders non è in grado di pagare e potrebbe non esserlo mai. Senza nemmeno pensare a che cosa accadrà ai distributori, verso cui Borders ha debiti ancora più alti.
L’implosione di Borders avrà un effetto a catena nei confronti della Grande Editoria: qualunque azienda che stesse lavorando su margini stretti avrà bisogno o di un’iniezione di contante o dell’aiuto delle sue aziende satelliti (che potrebbero tagliare le perdite) oppure non riuscirà a mantenere gli affari. Vedrete gli effetti nei prossimi sei mesi, indipendentemente da ciò che succederà a Borders.
Gli editori con cui ho parlato e che fanno parte della Grande Editoria dicono che stanno lottando per sostituire le entrate provenienti dalle librerie fisiche con quelle provenienti dagli ebook. Non è un rapporto paritario, ma la crescita degli ebook a fronte del declino delle librerie fisiche aiuterà moltissimo a sopravvivere quelle aziende satelliti di cui parlavo poco sopra.
Perché mi preoccupo dello spostamento da un modello all’altro dal momento in cui dico che la Grande Editoria sopravviverà a questi cambiamenti? Perché quando dico questo, sto parlando della Grande Editoria come di una singola entità. In realtà non lo è affatto. È composta di molte case editrici, con modelli di business molto diversi. Nell’affrontare il cambiamento, alcuni gruppi editoriali che sono parte della Grande Editoria perderanno. Altri avranno dei vantaggi. È così che funziona, che ha sempre funzionato e che funzionerà.
Se non capite questo o se siete uno di quei profeti di sventura che ancora pensano che la Grande Editoria collasserà, allora per piacere tornate a leggere i miei precedenti post a riguardo, tanto per avere un ordine di grandezza per quanto sto dicendo. Ho già usato l’analogia con la TV, prima d’ora: ho detto che i network non avrebbero chiuso per via dell’ascesa della TV via cavo, nonostante il loro audience si sia notevolmente ridotto.
Ma in un commento, la scorsa settimana, credo di aver usato un’analogia migliore. L’industria del cinema e della televisione non sono implose per l’avvento di YouTube. Adesso quelle stesse industrie usano YouTube a loro vantaggio. Provate a pensarla in questi termini.
Quindi, se non credo che la Grande Editoria (l’entità) collasserà, allora perché mi preoccupo delle ripercussioni finanziarie causate da Borders e dall’inevitabile perdita di alcuni distributori? Perché i libri di alcuni scrittori saranno schiacciati dalle bancarotte degli editori, e questo, amici miei, sarà orribile. (E no, quelle clausole sulla bancarotta nei vostri contratti probabilmente non vi proteggeranno anche se i giudici decidessero di onorarle, cosa che probabilmente non faranno.) Prevedere quali editori declineranno è pressoché impossibile, ma se siete preoccupati dal rimanere intrappolati in questo meccanismo, allora rivolgetevi solo alle aziende davvero grandi, quelle che hanno alle spalle una struttura internazionale. Quella struttura chiuderà o venderà le parti che non portano più soldi, anzi che dichiarare bancarotta. Saranno le aziende di medie dimensioni che potrebbero avere dei problemi nella Grande Editoria.
Oppure no.
Dipende tutto da quanto velocemente le case editrici saranno in grado di muoversi nel mondo digitale e – ancora più importante – quanto sono e sono state distribuite bene le loro risorse economiche interne. E questa è roba che voi, scrittori, non sarete in grado di capire finché non saranno fatti degli annunci. (Per altri problemi che verranno fuori durante la bancarotta di Borders, vedete sul blog di C.E. Petit.)
Certo, questi stessi argomenti potrebbero essere utilizzati per le start-up che lavorano nell’editoria digitale, anche se i siti di accesso per arrivare a Kindle o Pubit vi permettono di non fare tutto il lavoro. Quei siti sono persino più incerti perché nuovi, e spesso proprietà di una sola persona o poche, che potrebbero essere in grado come non esserlo di dirigere gli affari.
Quindi… credo che ciò che voglio dire a questo punto sia: l’Incertezza comanda, in questo momento. E l’incertezza favorisce un certo tipo di figura, quella che è in grado di fare la lista di cose che sto per elencare. Read the rest of this entry »
Scritto il: 20 April 2011 | da: letizia | Categorie: Contributi | Tags: 40k, autori, editoria digitale, ifbookthen, Kristine Kathryn Rusch, scrittura | 8 Commenti »
Dagli originali T’es pas codeur, t’es pas auteur (4 marzo 2011) e T’es pas codeur, t’es pas éditeur (13 marzo 2011) di Thierry Crouzet
Il post “Non sei un programmatore, non sei un editore” risponde ai commenti su “Se non sei un programmatore non sei un autore”: per seguire il ragionamento in modo più completo vi proponiamo la traduzione di entrambi gli articoli.
Da cinque anni a questa parte difendo l’idea di blog come atelier. Affermo anche che il mio blog è il mio libro più riuscito. Ma quando si può dire che il blog ci porta su nuovi sentieri letterari?
Anche se ciò che scriviamo sui nostri blog può essere messo su carta, o anche in un epub, seguendo la logica dell’omotetia, non abbiamo esplorato realmente le nuove possibilità formali che ci si offrono.
Mettiamo in pratica forse La strategia del cyborg e l’ipertestualità, ma siamo lontani dall’entrare nel campo di ciò che chiamo “codex”: testo+link+codice.
Per scrivere un codex l’autore deve produrre non soltanto un testo e dei collegamenti, ma anche del codice informatico, codice che è parte integrante dell’opera. La doppia competenza, scrivere/programmare, è piuttosto rara, questione generazionale, pochi autori si sono avventurati verso l’ignoto. Per fortuna, questo non può che cambiare. Per esempio, Alexandre Astier ci spiega che programma quando non lavora alle sue sceneggiature. Stiamo andando incontro a un mondo dove questo tipo di doppia competenza sarà comune.
Al giorno d’oggi la maggior parte degli autori che si interessano agli ebook lo fanno per cercare un pubblico che non riescono a raggiungere attraverso la carta, che non riescono ad avere per via del disinteresse da parte degli editori o, molto spesso, della maggior parte dei lettori. Il digitale appare come uno spazio di libertà, ma in assenza di qualcosa di meglio in un mondo vecchio. Il digitale in sé, allora, diventa pura aneddotica, un mero mezzo.
Neanche io sfuggo a questa trappola, visto che ciò che pubblico in digitale spesso parla del digitale stesso. Ho praticato la cyborghizzazione, ma poco il codex, nonostante Croisade abbia avuto bisogno di parecchio codice. Da molto tempo ho l’idea di andare oltre e ho cominciato a sperimentare riprendendo da zero il mio vecchio progetto su Ératosthène.
Sto cercando di creare un testo non lineare, la cui topologia si rimodelli in funzione dell’esperienza di lettura.

Che cos’è un testo lineare? Un libro in cui le pagine si susseguono secondo un ordine immutabile. Ma anche un libro in cui voi siete l’eroe che procede attraverso percorsi più o meno stabiliti.
Un documento ipertestuale non può essere lineare, necessariamente. Per esempio, l’ultima pagina di un documento può rimandare alla prima, introducendo una certa circolarità. Per contrasto, all’interno di un ipertesto, i link sono fissi, scritti una volta per tutte. Si potrebbe stendere una mappa del documento. Si sfugge alla linearità, ma non al determinismo proprio del libro.
Con il mio nuovo Ératosthène, sperimento tutt’altra cosa. Read the rest of this entry »
Scritto il: 23 March 2011 | da: letizia | Categorie: Contributi | Tags: 40k, cyborg, esperienza di lettura, ipertesto, linearità, narrazione, programmazione, scrittura, thierry crouzet | 2 Commenti »