Ebook in prestito: ha senso restituirli?

Qualche settimana fa, Penguin ha annunciato di aver disdetto l’accordo con OverDrive, la piattaforma di distribuzione che consente alle biblioteche (americane e non) di gestire il prestito di ebook. OverDrive non avrebbe comunicato ai retailer (in particolare ad Amazon) la necessità di avere un autorizzazione specifica da parte di Penguin per il prestito: l’utente di una biblioteca in possesso di un Kindle (o di un altro device) che richiedeva un prestito, lo riceveva di fatto da Amazon senza che OverDrive riuscisse a tracciarlo e a trasferire le informazioni a Penguin. Oltre a Penguin, anche i bibliotecari, com’era ovvio aspettarsi, non l’hanno presa bene.

In realtà, la discussione sul prestito di ebook parte da molto più lontano e ci sono altre motivazioni che spingono gli editori a un’estrema prudenza. In particolare:

A key issue that arose in each meeting is the degree to which “friction” may decline in the ebook lending transaction as compared to lending print books. From the publisher viewpoint, this friction provides some measure of security. Borrowing a print book from a library involves a nontrivial amount of personal work that often involves two trips—one to pick up the book and one to return it. The online availability of e-books alters this friction calculation, and publishers are concerned that the ready download-ability of library ebooks could have an adverse effect on sales.

Questo è stato detto durante un recente incontro tra l’Associazione delle Biblioteche Americane e i grandi editori; personalmente, lo trovo imbarazzante.

Se non altro, per questa ragione: gli editori continuano a pensare che imporre una fatica ai lettori per avere accesso a un libro (letteralmente: “prendere in prestito un libro stampato da una biblioteca richiede un lavoro personale non banale che spesso implica due viaggi – uno per prendere il libro e l’altro per restituirlo”) rappresenti una forma di legittima protezione verso usi illegali o impropri del contenuto.

Non solo penso che questo atteggiamento da parte degli editori sia profondamente errato (anzi, suicida); credo piuttosto che il prestito degli ebook rappresenti una grande occasione che gli editori hanno per esplorare nuove strade di relazione con autori e lettori.

Un libro stampato deve essere reso alla biblioteca per consentire ad altri lettori di prenderlo e leggerlo; con un ebook questo non è necessario. E allora, perchè prevedere una forma di restituzione? Perchè fare in modo che Adobe DRM spenga il file dopo una certa data? I casi sono due: se chi prende a prestito l’ebook ha cattive intenzioni, saprà crackare (da solo o aiutato da un amico) qualsiasi DRM e 14 giorni sono un tempo decisamente comodo per farlo; se, invece, chi lo prende in prestito lo vuole semplicemente leggere continuerà a conservarlo nella propria libreria. L’importante è che la biblioteca acquisti il libro dall’editore e lo possa prestare  solo a un lettore alla volta; e che possa attivare un nuovo prestito solo decorso un termine stabilito.

Ripeto e sottolineo. Le biblioteche possono essere un partner molto prezioso per gli editori che vogliono sperimentare forme innovative di relazione diretta con il lettore.

Un editore con il quale ho discusso di questo argomento ha aggiunto un pezzo a questo ragionamento che mi sembra bellissimo. E perchè non chiediamo al lettore che prende in prestito un libro una cifra molto piccola (si parlava di 10, 20 centesimi) che diamo direttamente all’autore? L’autore vedrebbe riconosciuto e remunerato il suo diritto e il lettore sarebbe indotto a riconoscerlo.

Ci sono, in giro, editori rivoluzionari.

Scritto il: 19 February 2012 | da: | Categorie: Contributi, Conversazioni | Tags: , , , , , | 0 Commenti »

Lista dei difetti degli ereader (per consumatori, editor, editori e designer perspicaci)

Traduzione dall’originale

The ereader incompetence checklist (for discerning consumers, editors, publishers and designers)

di Craig Mod, craigmod.com, Ottobre 2010

Non faccio che ripetere la stessa conversazione. Comincia con:

“Non ti piace l’app di Wired per iPad? Perché? È così [aggettivo positivo].”
“Be’, per dirne una: non è neppure testo…”
“Ma è proprio uguale alla rivista di carta!”

Arrivati a questo punto parto con il mio monologo sugli artefatti, il testo digitale e su cosa dovremmo aspettarci dalle nostre esperienze di lettura digitale.

La battuta finale è questa: la maggior parte delle nostre esperienze di lettura sono decisamente brutte. E molti di noi non se ne accorgono.

L’iPad è ancora un bambino – ha appena sei mesi! – per cui ci troviamo chiaramente ancora in una fase di sviluppo e sperimentazione. Ma ho la sensazione che molti lettori, autori, editor ed editori non siano pienamente in grado di valutare la loro esperienza di lettura digitale. Mi piace sempre dare un seguito online ai miei discorsi, quindi considerate questo come il seguito di quello che avrei fatto se ci fossimo incontrati di persona.

Per poter valutare qualcosa ci serve un titolo. Dei criteri. Degli standard. Dei parametri. Degli obiettivi. Vediamo di stabilirli insieme. (Vi prego, aggiungete i vostri nei commenti).

Dal mio punto di vista, la prima domanda che mi pongo provando un nuovo software di lettura è: l’esperienza è “migliore” di quella che avrei su un browser?

Con la frenesia dell’inventare nuovi “contenitori” per leggere sui tablet, sembra che abbiamo dimenticato che i browser sono maledettamente adatti per il testo. Grazie all’accessibilità e agli sforzi compiuti per la standardizzazione, sono diventati degli efficaci motori di rendering1.⁠ E la tipografia migliora ogni istante di più2.⁠ Leggere una pagina web su un tablet potrà non essere perfetto, ma converrete che risponde alla maggior parte dei nostri obiettivi sull’esperienza di lettura digitale e dei criteri di accessibilità.

Il che ci porta a una domanda scontata: se la maggior parte dei software di lettura non offre una migliore esperienza su del semplice HTML e CSS, perché così tanti editori stanno reinventando la ruota3?⁠

La lista dei difetti:

Prendi il tuo iPad, apri la prima applicazione per leggere libri, riviste o contenuti in genere che ti capita sotto mano e rispondi alle seguenti domande:

  • Sto leggendo del testo? Se il testo nel tuo ereader non è testo ma al contrario un’immagine (.jpeg, .png, etc) allora, per la miseria, il tuo ereader ha un difetto.

Tutto il resto si sviluppa a partire da qui.

  • Il mio ereader rende il testo meno accessibile per chi ha problemi di vista? Se è così, mi dispiace amico, il tuo software ha un difetto (ed è una testa di cazzo).
  • Puoi copiare il testo? Se non puoi, il tuo software ha un difetto.
  • Puoi ridimensionare il testo? No? Difetto. (Vedi alla voce “accessibilità”).
  • Hai una pubblicazione ricca di testo come “The New Yorker”? Ogni singolo numero della tua rivista è inutilmente pesante (500mb e oltre al mese)4?⁠ Difetto e sciatteria5.⁠
  • L’esportazione in PDF del tuo contenuto porta a un’esperienza di lettura sostanzialmente simile a quella del tuo ereader? Un PDF probabilmente sarebbe addirittura meglio (zoom, ricercabilità, vero testo)? Allora il tuo ereader è afflitto da confusione oltre che avere un difetto.
  • E, ancora una volta, la lettura di quel contenuto in un browser, con dei buoni margini e dimensioni di carattere appropriate, sarebbe un’esperienza migliore, più accessibile, più dinamica? Se è così, perché quel contenuto non è distribuito in quel modo?

In più, penso che il parametro successivo diventerà progressivamente sempre più importante nella nostra esperienza di lettura:

  • Esiste un modo in cui puoi fare facilmente riferimento al tuo contenuto all’interno del tuo ereader (URL, etc)?

Molti di questi parametri sono relativi all’accessibilità. Trovo terribile i più blasonati ereader (come le app di Wired / New Yorker / Time magazine) facciano a meno dell’accessibilità propria del testo digitale. Certo, questa è una fase di transizione, ma perché non partire subito con il piede giusto? Il testo digitale non è lo stesso artefatto del testo stampato. Non trattiamolo allo stesso modo.

Finché questi aspetti non miglioreranno, continuerò a leggere quei favolosi lunghi articoli del New Yorker via Instapaper⁠6, grazie.

Cosa cercate voi in un ereader?

1 http://lostworldsfairs.com/

2 Typekit for iPad

3 Prima che mi facciate venire il mal di testa ricordate che sto semplicemente suggerendo che i sistemi di lettura potrebbero basarsi su piattaforme aperte come webkit. Che non è la stessa cosa di dire che tutte le esperienze di lettura si debbano svolgere su una pagina web. Anziché avviare il vostro esclusivo motore di rendering – che tenderà a somigliare a un visualizzatore per PDF monco o a qualcosa di fatto con Adobe Director – costruite qualcosa a partire da quanto di meglio è già in circolazione. Tutto quel lavoraccio è stato già fatto da qualcun altro! E a voi non resta che impacchettare e vendere i prodotti finiti. Enhanced Editions è un esempio perfetto di ereader che si comporta in questo modo.

4 Condé Nast’s iPad Apps Are Too Portly. Blame Adobe. — Peter Kafka, 28 Settembre 2010

5 Il testo digitale è *leggero*. Altamente comprimibile. In altre parole: trasferibile. Molto più di video, audio o immagini. La maggior parte dei consumatori preferirebbero avere supplementi video anche piuttosto pesanti in streaming dalla rete piuttosto che vedere lo spazio sui propri device divorato. (E per 5$ a numero, speriamo che quel costo riguardi qualcosa di più dello spazio di pochi video allegati.)

6 Instapaper è probabilmente la mia esperienza di lettura digitale preferita. Layout semplice, pulito. Basato su HTML, margini e corpo del testo adattabili. Tutto il contenuto basato su pagine web che puoi linkare! È fantastico e un grande obiettivo a cui gli altri ereader dovrebbero aspirare.

(Traduzione di Letizia Sechi)

Scritto il: 5 May 2011 | da: | Categorie: Contributi, Robe da smanettoni | Tags: , , | 2 Commenti »

Bestiario del libro che evolve

Dall’originale A Bestiary of the Evolving Book, di Joseph Esposito su The Scholarly Kitchen (11 gennaio 2011).

Traduzione di Letizia Sechi.

“Bestiario del libro che evolve” è stato pubblicato ormai qualche mese fa. Anche se alcuni riferimenti sono oggi superati (difficile non considerare Nook simile a un tablet) rimane valida l’analisi dei diversi possibili contenitori per l’editoria digitale e delle diverse tipologie di libro che interessano.

Al giorno d’oggi ci piace pensare ai libri come qualcosa di distinto dai loro contenitori, nonostante la loro forma specifica sia data dal fatto di essere costruiti (letteralmente) all’interno di un piccolo blocco di carta stampata. Così il testo dell’ultimo libro di Jonathan Franzen o le Confessioni di Sant’Agostino possono essere trasferite dalle edizioni di Macmillan o Penguin o Oxford e riversati in nuovi contenitori: iPad, Android, l’ultima versione di Kindle. È come se il testo fosse puro spirito e il libro fisico le sue spoglie mortali. Mettendo da parte il libro fisico, liberiamo il testo, che può così determinare la propria forma e il proprio significato. Che capolavoro è il libro, come è simile a Dio nell’intendimento!

Questo non è esatto. Nonostante ci sia di più in un libro rispetto al mero contenitore (è più importante il contesto, come ha osservato Brian O’Leary nella sua eccellente analisi)1, la creazione di un testo è  un dialogo tra le idee e le parole dell’autore e i limiti imposti dal suo contenitore. Alcune idee sono ottime per i libri, alcune per i giornali, altre per le riviste, altre per le performance teatrali: ci siamo concentrati talmente tanto a fare ipotesi sui contenitori che abbiamo dato per scontato le idee. Non c’è da meravigliarsi, quindi, se il compito di creare una nuova forma di pubblicazione adatta a un dispositivo mobile o a un ereader dedicato può sembrare scoraggiante. Quali sono le regole? O, parafrasando Robert Frost, come possiamo giocare a tennis senza la rete?

Le “regole” sono ciò che riconosciamo come “affordance”, le caratteristiche funzionali  che una determinata forma rende possibili. (Usare il termine “affordance” contravviene alla mia regola personale di non scrivere mai una parola che non riesco a pronunciare.) Così, i film di Hollywood si prestano all’essere visti su schermi giganteschi e ora anche in 3D; i film indipendenti a basso budget si vedono bene anche nel piccolo schermo di un televisore, per gentile concessione di Netflix. (Per un’ulteriore analisi del medium di carta stesso, vedete “The Myth of the Paperless Office” di Sellen e Harper.) Pensate alla vostra esperienza. Vorreste stipare il vostro gruppo rock, amplificatori e tutto, nel vostro dormitorio? O preferireste una spaziosa sala da concerto o uno stadio? Se i giorni in cui suonavate la chitarra sono ormai lontani, immaginate la sfida di inserire tutte le informazioni associate al genoma umano in un Mac. Il problema di mettere i libri fuori dai loro contenitori è che i libri sono i loro contenitori. Passare da un contenitore all’altro può essere scomodo; provate a leggere un PDF di un articolo accademico su un iPhone o pensate agli adattamenti dei vostri romanzi preferiti sul grande schermo. Povera, povera Jane Eyre.

Oggi, con l’enorme crescita degli ebook, dovremmo pensare all’affordance dei vari contenitori. Ho detto “cominciare” perché le categorie che sto per elencare sono certamente incomplete, e si potrebbe ben argomentare che alcune di queste dovrebbero essere fuse assieme.

Il libro istituzionale. Comincio da qui, nonostante il libro istituzionale fosse con noi anche prima dell’esplosione degli ebook con Kindle. Si tratta di un facsimile (o giù di lì) di un libro stampato. Di solito è un PDF e lo si visualizza su dispositivo Read the rest of this entry »

Scritto il: 28 April 2011 | da: | Categorie: Contributi | Tags: , , , , , , | 0 Commenti »

Ripensare la casa editrice

Traduzione dall’originale

Rethinking the Publishing Company

di Kassia Krozser, Booksquare, 14 Settembre 2010

Traduzione di Letizia Sechi.

Sono convinta che noi tutti abbiamo un’idea chiara di come appaiano gli editori oggi. La gerarchia e le posizioni sono diventate comode, prefissate. Una specie di confortevole pigiama di flanella. Questo non significa che non cambi mai niente; voglio dire, chi indossa lo stesso pigiama per sempre? E, se parlaste con le persone del mondo dell’editoria, verreste a sapere che quei comodi pigiami sono consumati in alcuni punti, hanno qualche buco, ma nonostante questo sono troppo familiari per essere messi da parte.

Ora l’analogia viene meno, soprattutto perché nonostante io sia sicuramente capace di parlare di pigiami con grande autorità, dovrei parlare piuttosto di nuove professioni e nuove competenze per le case editrici del 21esimo secolo (e oltre!). È un mix di temi di cui ho discusso altre volte (così come altri), cose su cui ho rimuginato e cose su cui sto ancora ragionando.

Nota: ci sono già editori là fuori che stanno mettendo in pratica nuove cose, assumendo nuove risorse e ripensando il proprio mestiere. Li adoro. Li adoro. Li adoro.

Seconda nota: queste non sono posizioni di una singola persona. Sono competenze. Sono intessute nel lavoro stesso.

Sviluppo del progetto

Non c’è niente da fare, il cambiamento più coinvolgente interesserà le redazioni. Saranno loro a continuare ad acquisire, sviluppare, redazionare e portare al successo progetti grandiosi. Non ci sono dubbi su questo. Non pensate di salvarvi così facilmente dagli incontri per l’acquisizione dei diritti.

Comunque, anche gli editor dovranno cambiare il modo in cui pensano ai – e non c’è altra parola per dirlo – progetti. Ci saranno libri a forma di libro. Ci saranno stravaganze multimediali. La tipologia di progetto influirà sul prodotto finale. Proprio come gli autori e gli agenti stanno cominciando ad allargare la propria prospettiva per i lavori che stanno vendendo, allo stesso modo, e sempre di più, questo accadrà per gli editor. Si tratta di testo, di una community web, di un’applicazione, di un’esperienza interattiva, viva? O una combinazione di più elementi tra questi?

La differenza chiave tra un libro enhanced/transmediale/mettete-qui-la-vostra-parola-alla-moda e un libro con giusto un pizzico di marketing in più è il modo in cui vengono approcciati sin dal primo giorno all’interno della casa editrice. Gli elementi aggiuntivi devono essere pianificati e logici. Questo richiede una precisa visione già in fase di strutturazione del contenuto. L’editor del futuro considererà cosa è necessario per l’opera piuttosto che cosa è necessario per il formato, e quell’editor avrà bisogno di considerare gli elementi aggiuntivi per ogni libro pubblicato, decidendo se saranno effettivamente rivoluzionari o un mero espediente di marketing, caso per caso.

Il nostro editor veramente moderno andrà talvolta sotto il nome di project developer. Esattamente. Già oggi i libri sono progetti. Acquisizione, editing, illustrazioni e copertina, produzione, marketing… tutti questi aspetti sono parte del prodotto finale che chiamiamo libro. Questo progetto deve guidare l’intero processo, come una visione forte. Un’idea incompleta o parziale è la garanzia per il fallimento.

C’è bisogno che qualcuno sia responsabile per tutti gli aspetti che riguardano il libro – qualunque forma assuma – dal principio alla fine. Questo è vero in modo particolare se il libro sta prendendo la direzione di un progetto transmediale. Nessuno – nessuno! – ha una visuale complessiva migliore sul progetto dell’editor che l’ha ideato. È un lavoro differente. È un lavoro di visione.

Nota: il materiale del marketing, tutte quelle interviste con l’autore, ricettine e contenuti recuperati alla bell’e meglio, sono solo questo, materiale del marketing. Non confondetelo con altro, perché i vostri lettori non lo faranno. Read the rest of this entry »

Scritto il: 27 April 2011 | da: | Categorie: Contributi | Tags: , , , , , , , , , , | 0 Commenti »

Competenze per lo scrittore moderno

Dall’originale The Business Rusch: Modern Writer Survival Skills (Changing Times Part Eighteen), 16 Febbraio 2010, di Kristine Kathryn Rusch.
Traduzione di Letizia Sechi.

Stavo per intitolare questa puntata “Scrittori principianti Parte Terza”, ma ho pensato che quel titolo sarebbe stato troppo esclusivo. Perché tutti gli scrittori avranno bisogno dell’insieme di competenze che vado a descrivere di seguito per percorrere i cambiamenti nell’editoria.

La mia sfera di cristallo si rifiuta di dirmi se sia meglio o no per gli scrittori principianti continuare a bussare alle porte della Grande Editoria o andare per conto proprio. Come molti commentatori hanno osservato nelle scorse settimane, non si tratta di una scelta esclusiva, per nessun genere di scrittore. In questo momento sto percorrendo entrambi i sentieri: lavoro a delle novità per grandi e piccoli editori con cui collaboro. Sto anche ristampando tutto il mio catalogo, il che aiuta i nuovi titoli, e viceversa.

Sospetto che sia questo il modo in cui funziona. Ma eventi come il fallimento di Borders di questa settimana mi rendono nervosa. Borders ha presentato richiesta di amministrazione controllata attraverso un piano di riorganizzazione. In altre parole, Borders spera di sopravvivere al cambiamento. Ma se guardate a Borders più nello specifico, realizzerete quanta “speranza” ci sia in questo. Leggete questo articolo prima di commentare qui sotto sui problemi di Borders, perché The Wall Street Journal ha fatto un buon lavoro sabato (prima che la notizia fosse ufficiale) nel delineare tutti i problemi che Borders ha avuto, e la maggior parte di questi non hanno niente a che fare con gli e-readers e tutto invece con una gravissima cattiva amministrazione per più di dieci anni.

Molti editori hanno continuato a spedire titoli a Borders durante tutto il periodo dei problemi finanziari e stanno adesso reclamando centinaia di migliaia di dollari che Borders non è in grado di pagare e potrebbe non esserlo mai. Senza nemmeno pensare a che cosa accadrà ai distributori, verso cui Borders ha debiti ancora più alti.

L’implosione di Borders avrà un effetto a catena nei confronti della Grande Editoria: qualunque azienda che stesse lavorando su margini stretti avrà bisogno o di un’iniezione di contante o dell’aiuto delle sue aziende satelliti (che potrebbero tagliare le perdite) oppure non riuscirà a mantenere gli affari. Vedrete gli effetti nei prossimi sei mesi, indipendentemente da ciò che succederà a Borders.

Gli editori con cui ho parlato e che fanno parte della Grande Editoria dicono che stanno lottando per sostituire le entrate provenienti dalle librerie fisiche con quelle provenienti dagli ebook. Non è un rapporto paritario, ma la crescita degli ebook a fronte del declino delle librerie fisiche aiuterà moltissimo a sopravvivere quelle aziende satelliti di cui parlavo poco sopra.

Perché mi preoccupo dello spostamento da un modello all’altro dal momento in cui dico che la Grande Editoria sopravviverà a questi cambiamenti? Perché quando dico questo, sto parlando della Grande Editoria come di una singola entità. In realtà non lo è affatto. È composta di molte case editrici,  con modelli di business molto diversi. Nell’affrontare il cambiamento, alcuni gruppi editoriali che sono parte della Grande Editoria perderanno. Altri avranno dei vantaggi. È così che funziona, che ha sempre funzionato e che funzionerà.

Se non capite questo o se siete uno di quei profeti di sventura che ancora pensano che la Grande Editoria collasserà, allora per piacere tornate a leggere i miei precedenti post a riguardo, tanto per avere un ordine di grandezza per quanto sto dicendo. Ho già usato l’analogia con la TV, prima d’ora: ho detto che i network non avrebbero chiuso per via dell’ascesa della TV via cavo, nonostante il loro audience si sia notevolmente ridotto.

Ma in un commento, la scorsa settimana, credo di aver usato un’analogia migliore. L’industria del cinema e della televisione non sono implose per l’avvento di YouTube. Adesso quelle stesse industrie usano YouTube a loro vantaggio. Provate a pensarla in questi termini.

Quindi, se non credo che la Grande Editoria (l’entità) collasserà, allora perché mi preoccupo delle ripercussioni finanziarie causate da Borders e dall’inevitabile perdita di alcuni distributori? Perché i libri di alcuni scrittori saranno schiacciati dalle bancarotte degli editori, e questo, amici miei, sarà orribile. (E no, quelle clausole sulla bancarotta nei vostri contratti probabilmente non vi proteggeranno anche se i giudici decidessero di onorarle, cosa che probabilmente non faranno.) Prevedere quali editori declineranno è pressoché impossibile, ma se siete preoccupati dal rimanere intrappolati in questo meccanismo, allora rivolgetevi solo alle aziende davvero grandi, quelle che hanno alle spalle una struttura internazionale. Quella struttura chiuderà o venderà le parti che non portano più soldi, anzi che dichiarare bancarotta. Saranno le aziende di medie dimensioni che potrebbero avere dei problemi nella Grande Editoria.

Oppure no.

Dipende tutto da quanto velocemente le case editrici saranno in grado di muoversi nel mondo digitale e – ancora più importante – quanto sono e sono state distribuite bene le loro risorse economiche interne. E questa è roba che voi, scrittori, non sarete in grado di capire finché non saranno fatti degli annunci. (Per altri problemi che verranno fuori durante la bancarotta di Borders, vedete sul blog di C.E. Petit.)

Certo, questi stessi argomenti potrebbero essere utilizzati per le start-up che lavorano nell’editoria digitale, anche se i siti di accesso per arrivare a Kindle o Pubit vi permettono di non fare tutto il lavoro. Quei siti sono persino più incerti perché nuovi, e spesso proprietà di una sola persona o poche, che potrebbero essere in grado come non esserlo di dirigere gli affari.

Quindi… credo che ciò che voglio dire a questo punto sia: l’Incertezza comanda, in questo momento. E l’incertezza favorisce un certo tipo di figura, quella che è in grado di fare la lista di cose che sto per elencare. Read the rest of this entry »

Scritto il: 20 April 2011 | da: | Categorie: Contributi | Tags: , , , , , | 6 Commenti »

Se non sei un programmatore non sei un autore

Dagli originali T’es pas codeur, t’es pas auteur (4 marzo 2011) e T’es pas codeur, t’es pas éditeur (13 marzo 2011) di Thierry Crouzet

Il post “Non sei un programmatore, non sei un editore” risponde ai commenti su “Se non sei un programmatore non sei un autore”: per seguire il ragionamento in modo più completo vi proponiamo la traduzione di entrambi gli articoli.

Da cinque anni a questa parte difendo l’idea di blog come atelier. Affermo anche che il mio blog è il mio libro più riuscito. Ma quando si può dire che il blog ci porta su nuovi sentieri letterari?

Anche se ciò che scriviamo sui nostri blog può essere messo su carta, o anche in un epub, seguendo la logica dell’omotetia, non abbiamo esplorato realmente le nuove possibilità formali che ci si offrono.

Mettiamo in pratica forse La strategia del cyborg e l’ipertestualità, ma siamo lontani dall’entrare nel campo di ciò che chiamo “codex”: testo+link+codice.

Per scrivere un codex l’autore deve produrre non soltanto un testo e dei collegamenti, ma anche del codice informatico, codice che è parte integrante dell’opera. La doppia competenza, scrivere/programmare, è piuttosto rara, questione generazionale, pochi autori si sono avventurati verso l’ignoto. Per fortuna, questo non può che cambiare. Per esempio, Alexandre Astier ci spiega che programma quando non lavora alle sue sceneggiature. Stiamo andando incontro a un mondo dove questo tipo di doppia competenza sarà comune.

Al giorno d’oggi la maggior parte degli autori che si interessano agli ebook lo fanno per cercare un pubblico che non riescono a raggiungere attraverso la carta, che non riescono ad avere per via del disinteresse da parte degli editori o, molto spesso, della maggior parte dei lettori. Il digitale appare come uno spazio di libertà, ma in assenza di qualcosa di meglio in un mondo vecchio. Il digitale in sé, allora, diventa pura aneddotica, un mero mezzo.

Neanche io sfuggo a questa trappola, visto che ciò che pubblico in digitale spesso parla del digitale stesso. Ho praticato la cyborghizzazione, ma poco il codex, nonostante Croisade abbia avuto bisogno di parecchio codice. Da molto tempo ho l’idea di andare oltre e ho cominciato a sperimentare riprendendo da zero il mio vecchio progetto su Ératosthène.

Sto cercando di creare un testo non lineare, la cui topologia si rimodelli in funzione dell’esperienza di lettura.

Che cos’è un testo lineare? Un libro in cui le pagine si susseguono secondo un ordine immutabile. Ma anche un libro in cui voi siete l’eroe che procede attraverso percorsi più o meno stabiliti.

Un documento ipertestuale non può essere lineare, necessariamente. Per esempio, l’ultima pagina di un documento può rimandare alla prima, introducendo una certa circolarità. Per contrasto, all’interno di un ipertesto, i link sono fissi, scritti una volta per tutte. Si potrebbe stendere una mappa del documento. Si sfugge alla linearità, ma non al determinismo proprio del libro.

Con il mio nuovo Ératosthène, sperimento tutt’altra cosa. Read the rest of this entry »

Scritto il: 23 March 2011 | da: | Categorie: Contributi | Tags: , , , , , , , , | 2 Commenti »

What’s the buzz? We’ll tell you what’s happening

All publishers are global now. All book retailers are global now. The publishers and retailers who embrace that reality soonest will have the best chance to be around the longest.

All publishers and book retailers are global now – Mike Shatzkin

L’editoria diventa globale: i primi ad adattarsi a questa realtà saranno in grado di affrontare il futuro. Ce lo ricordava Mike Shatzkin durante IfBookThen, lo scorso febbraio, e come raccontava nel post appena citato si tratta di un tema con il quale ha iniziato a fare i conti fin dal 2008.

L’attenzione a quanto succede nell’ambito dell’editoria internazionale è per noi un punto di fondamentale importanza. Alla base di IfBookThen c’era l’idea di portare in Italia gran parte del dibattito e delle esperienze americane e di creare allo stesso tempo un punto di incontro per condividere e confrontare con le diverse realtà europee sull’editoria digitale.

Nei giorni precedenti la conferenza abbiamo pubblicato le traduzioni di alcuni articoli che ci sembravano utili per ampliare l’orizzonte dei temi previsti dall’agenda della giornata, con l’obiettivo di creare una sorta di digest sempre aggiornato delle voci del panorama internazionale che riteniamo imperdibili per chiunque voglia tenersi informato sui cambiamenti in atto.

Abbiamo pensato di non interrompere questo progetto: le traduzioni continuano e si arricchiscono di nuovi autori e spunti di riflessione. Trasferiremo nei prossimi giorni le traduzioni pubblicate sul sito di IfBookThen sul blog di Bookrepublic; quelle nuove le troverete direttamente qui, due volte al mese.

Abbiamo già pubblicato, nell’ordine:

Con lo stesso spirito, sul sito di 40k potete leggere le tag-interview: “delle non-proprio-risposte a delle non-proprio-domande” sul cambiamento dell’editoria. Per esempio quella fatta a Kassia Krozser: “Tomorrow’s publisher must be able to react immediatly to market shifts“.

Scritto il: 18 March 2011 | da: | Categorie: Contributi, Conversazioni, Scenari, Su di noi | Tags: , , , , , , | 0 Commenti »

“Context first”, revisited

Dall’originale “Context first”, revisited di Brian O’Leary
Traduzione di Letizia Sechi

(Questo post propone il contenuto di una presentazione che ho recentemente tenuto al “Tools of Change in Publishing”, organizzato da O’Reilly Media. L’ho costruito sulla base di un discorso che ho tenuto lo scorso ottobre durante “Books in Browsers“, una conferenza tenutasi all’Internet Archive. Su Vimeo potete vedere il video dell’intervento. Dura all’incirca 23 minuti).

Negli ultimi due anni ho scritto riguardo a un insieme di argomenti sull’editoria – pirateria, innovazioni dirompenti, print on demand, strategie legate al contenuto e al processo di lavorazione, per fare degli esempi – che ho iniziato a ritenere connessi da un tema di fondo.

Inizialmente ho dato a questo tema il nome di “teoria del campo unificato dell’editoria”, una roba impronunciabile, ma penso che “context first”, prima il contesto, sia una descrizione migliore e più utile. Con questo spirito, il mio discorso di oggi si indirizza verso i danni fatti da ciò che chiamo “il modello-contenitore dell’editoria”.

La mia idea in estrema sintesi è questa: l’editoria, sia essa di libri, riviste o giornali, è oltre misura governata dai contenitori fisici che abbiamo utilizzato per secoli per trasmettere le informazioni. Quei contenitori definiscono il contenuto in due dimensioni, ignorando necessariamente tutto ciò che non può starci dentro o che ne rimane fuori.

Peggio, riempire il contenitore è un processo che smonta il contesto – la mescolanza critica di contenuti etichettati, ricerche, collegamenti a piè di pagina, fonti, audio e video in sottofondo, persino i buoni vecchi metadati delle intestazioni – il quale rappresenta un lusso nel mondo fisico, ma è un punto critico in quello digitale. Nel nostro mondo in evoluzione e connesso – il mondo dei “libri nei browser” – non stiamo più vendendo un contenuto, o almeno, non soltanto. Siamo in competizione col contesto.

Propongo oggi che l’attuale gerarchia del processo – prima il contenitore, che delimita il contenuto e il contesto – venga superata. Per competere nel digitale dobbiamo iniziare dal contesto e conservare i suoi legami con il contenuto.

Abbiamo bisogno di pensare i contenitori come opzioni, non come punti di partenza. Ancora, dobbiamo iniziare ad aprire l’accesso ai lettori, permettendo loro di scoprire e consumare i nostri contenuti all’interno e attraverso i reami digitali.

Senza un cambiamento di mentalità siamo esposti a una gamma concorrenti presenti e futuri in grado di cambiare le regole, ancora una volta. I contenitori limitano il modo in cui noi pensiamo il pubblico. Nel tagliar fuori il contesto limitano anche il modo in cui il pubblico può trovare il nostro contenuto.

In questo le dimensioni non ci sono amiche. Potrebbero anzi esserci nemiche. Come per primo sottolineò Clay Christensen nel 1997, le tecnologie dirompenti non hanno l’apparenza e le caratteristiche che siamo abituati a valutare. Molto spesso sono più economiche, più semplici, più piccole e più convenienti rispetto ai loro corrispettivi tradizionali.

Piccole e più agili realtà appena venute alla luce hanno già rovesciato il paradigma. Hanno iniziato dal contesto, essenziale per la reperibilità e la sperimentazione in un ambiente digitale, e lo usano per rafforzare il contenuto. Molte startup rinunciano ai contenitori, o li creano solo interpretando delle preferenze personali (del consumatore).

Pensate a Craiglist. Pensate a Monster. Pensate a Cookstr, un sito sul cibo che ha iniziato unicamente in digitale e continua a migliorare la sua tassonomia. Il contesto prima di tutto.

Dal momento che le barriere di ingresso sono cadute, ho iniziato a pensare di più al modo in cui l’editoria tradizionale di libri, riviste e quotidiani può sopravvivere nell’era digitale. Ci sono degli attori nuovi e non tradizionali che stanno entrando in diversi segmenti dell’editoria. Il loro successo ha spinto gli editori tradizionali a cercare delle vie per cambiare i loro modelli di business e a riorganizzarli intorno ai loro clienti.

È tempo di vedere i nostri fratelli dell’editoria – quotidiani e riviste – come parte di un continuum dirompente che ci influenza tutti. Il digitale rende la convergenza non solo possibile, ma inevitabile. Gente che vende diventa editore; gli editori diventano forze di vendita; i nuovi attori sono un po’ entrambe le cose. I clienti sono diventati alternativamente concorrenti, collaboratori e fornitori.

Mentre preparavo questo discorso, mi sono ricordato di un passaggio di un libro di Salman Rushdie, del 1990, Harun e il Mar delle storie.

Nel libro, Harun si mette in cammino per trovare delle storie per suo padre, che ha perso la capacità di raccontare. Lungo la strada, Harun incontra Iff, il Genio dell’Acqua, che inizialmente non lo tratta con gentilezza. Ma a un certo punto, il Genio dell’Acqua si calma e dice ad Harun…

“…a proposito dell’Oceano dei Flussi di Storia, sebbene egli fosse colmo di un senso di disperazione e fallimento, la magia dell’Oceano iniziò a esercitare un effetto su di Harun. Guardò l’acqua e vide che era composta di centinaia e centinaia di diverse correnti, ognuna di un colore diverso, che ondeggiavano una dentro l’altra come un arazzo liquido di una complessità mozzafiato…”

Mi fermerò qui. Ritorneremo su questa storia tra poco, ma per un momento vorrei usarla come un trampolino, un richiamo:

Immaginate un mondo nel quale gli strumenti per creare e fare editing sul contenuto siano economici o persino gratuiti.

Immaginate un mondo in cui la capacità di memorizzare sia abbondante, anche virtuale.

E immaginate un mondo in cui il contenuto può essere disseminato in una varietà di formati, grazie alla possibilità di schiacciare un bottone figurato o letterale.

Quel mondo esiste già oggi, con dozzine di strumenti e risorse attendibili e ampiamente accessibili. Questi strumenti e risorse per la creazione, conservazione e distribuzione rendono possibile per chiunque creare, amministrare e diffondere tanto contenuti digitali quanto fisici.

Il punto è che nonostante questo mondo sia già qui, è lontano dall’essere uniformemente diffuso.

Qualche anno fa, durante una discussione con Laura Dawson e Mike Shatzkin, ho abbozzato una versione di una sorta di diagramma di base dei contenuti meglio serviti dall’uso dell’XML.

I tipici vincitori sono quei generi, come l’arte culinaria, fatti di componenti o “blocchi”, e che hanno un’alta probabilità di essere ricombinati e riutilizzati.

Il nostro problema è che non siamo gli unici a guardare a questi mercati.

Mentre gli editori pensano a dei workflow agili come a delle opportunità per ridurre i costi per creare i contenuti per i contenitori, una nuova razza di concorrenti “nativi-digitali” sta cominciando a partire dal contesto. Questi nuovi attori stanno sviluppando tassonomie e strumenti così che possano penetrare nelle stesse nicchie che pensavamo di poter rendere più efficienti.

La sfida non è solo quella di essere digitali; sta diventando chiaramente utile per il pubblico chi adesso sta virando prima verso il digitale per trovare il contenuto.

I nuovi attori – la nostra vera competizione – iniziano dai clienti. Sviluppano delle strutture contestuali che li aiutano a differenziare sia i lettori sia se stessi. I nuovi arrivati apprezzano questi nuovi strumenti perché sono economici, scalabili e open-source. In realtà, stanno già sfruttando strumenti che molti editori tradizionali lamentano essere “proprio troppo difficili da imparare”.

Come siamo arrivati a questo punto? Ecco una ragione.

Nelle loro forme fisiche, quotidiani, riviste e libri stabiliscono i confini sia del contenuto che del contesto. Storicamente concentrati sui contenitori, ci siamo impantanati nell’usarli come principale fonte per il contenuto digitale.

Solo dopo aver riempito il contenitore fisico portiamo la nostra attenzione sul ricostruirne le radici digitali del contenuto: il contesto, compresi tag, link, ricerche e materiali non pubblicati, che possono andare persi sul pavimento della sala di montaggio.

La maggior parte di quel contesto non viene mai ripreso. Abbiamo cominciato a usare cose come metadati, un po’ di search engine optimization e una syndication occasionalmente efficace come delegati di qualcosa contestualmente ricco.

Nella competizione in cui ci troviamo contro i “nativi digitali”, questo non è neanche lontanamente abbastanza.

Per di più, trattiamo i lettori come se i loro bisogni possano essere definiti dai contenitori. Ma in un mondo digitale la ricerca si colloca prima del bene fisico, molto più spesso rispetto al contrario. I lettori possono a volte essere in cerca di un prodotto specifico, ma molto più spesso cercano una risposta, una soluzione, una scintilla che si trasformi in interesse e forse in un acquisto.

Il business degli editori è quello di collegare il contenuto ai mercati, ma siamo ostacolati nella ricerca perché abbiamo fatto sì che il contesto sia l’ultima cosa a cui pensiamo.

Quando la scarsità di contenuto era la norma, potevamo vivere con un minimo di contesto. In un mercato limitato, i nostri editor sono diventati competenti nel prendere decisioni riguardo cosa si dovesse pubblicare. Ora, in un’epoca di abbondanza, gli editor hanno ereditato un nuovo e fondamentale ruolo: immaginare come “ciò che è pubblicato” sarà scoperto.

Per coprire questo nuovo ruolo, dobbiamo capovolgere il nostro modello di editoria. Abbiamo bisogno di iniziare dal contesto, svilupparlo e conservare un contenuto ricco, connesso e digitale.

Abbiamo anche bisogno di usare gli strumenti che abbiamo (così come quelli che dovremo ancora sviluppare) per far sì che i contenitori siano un output dei workflow digitali, non la fonte dei contenuti al loro interno. Questo è un cambiamento fondamentale nel nostro approccio, ma è l’unico modo che vedo per competere in un universo nativamente digitale e abbondante di contenuti.

E non credo che questo cambiamento di mentalità (o nel workflow) arriverà facilmente.

Nel tempo abbiamo adottato una serie di modelli mentali che inibiscono la nostra abilità di cambiare. La lunga storia dell’utilizzo di contenitori fisici per distribuire il contenuto, per esempio, ci ha portato a fondere il “formato” con il “marchio”.

Forse c’è stato un tempo in cui la natura fisica dei prodotti con dei contenuti – il loro look and feel – dominava. Ma nell’era digitale, penso che questo abbia fatto il suo tempo.

Allo stesso modo, spesso parliamo di contenuti digitali come di derivato o di uso secondario. Il recente dibattito sui diritti degli ebook sottolinea quanto profondo sia questo pregiudizio. Il chi “detenga” i diritti degli ebook è un altro argomento, ma le liti tra Open Road e Wylie sollevano di una domanda che non è stata posta: chi detiene il contesto che porta alla reperibilità, all’uso e al valore in un mondo digitale?

Nell’era digitale il contesto supporta la reperibilità, l’utilizzo e il riutilizzo. Investire sul contesto adesso è un’esigenza.

Sfortunatamente, il focus del nostro prodotto e un’ossessione per l’economia di scala ci portano a preoccuparci più riguardo il trovare metodi per ridurre i costi. Pensiamo a come fare oggetti fisici sempre migliori, a ottimizzare la creazione, la produzione e la consegna di contenuti in una singola confezione.

In questo percorso perdiamo l’opportunità di creare contenuti agili, reperibili e accessibili.

Chiamo questa situazione “miopia del contenitore”, in omaggio a un articolo di Ted Levitt del 1960, “Marketing myopia“. Nell’articolo Levitt portava le persone che si occupano di vendite a spostarsi da un paradigma incentrato sul prodotto a uno incentrato sul cliente. Mostrava in modo ormai memorabile il modo in cui le compagnie ferroviarie mancarono di vedere che si trovavano nell’industria dei trasporti, allo stesso modo in cui gli editori hanno difficoltà a comprendere di trovarsi nel sistema dell’industria dei servizi per i contenuti.

In un mondo digitale, i veri servizi sui contenuti sono sempre più costruiti con API aperte, qualcosa in cui i contenitori sono particolarmente inadeguati. Le API – application programming interfaces – forniscono agli utenti una mappa che permette loro di personalizzare il proprio consumo dei contenuti.

La forma fisica di libri, riviste e quotidiani ha forme analoghe alle API. Abbiamo tutti capito come accedere alle informazioni contenute in questi prodotti fisici. Ma la forma fisica stessa non è sempre adatta a delle buone API, cosa da cui Craiglist, Huffington Post, Cookstr e altri hanno tratto vantaggio.

Rendete le vostre API aperte, vi dico, o qualcun altro lo farà al vostro posto.

Ci sono diversi pubblici oggi (e tutti quelli futuri) che vivono in un ambiente aperto e accessibile. Si aspettano di poter dare un’occhiata sotto il cofano, mescolare e unire blocchi di contenuto e creare, senza soluzione di continuità, qualcosa di proprio. Fallire nel soddisfare questo tipo di necessità avrà come esito il cadere nell’ombra, per bene che vada.

Per spiegare questo punto vorrei portarvi l’esempio dell’ambiente probabilmente più gerarchico, inaccessibile e chiuso che mi venga in mente: una scuola superiore americana. In particolare, vorrei parlarvi della Columbia High School a Maplewood, nel New Jersey, dove mio figlio più piccolo, Charlie, è appena entrato. La scuola ha aperto nel 1927 e non è cambiata molto da allora.

La scorsa estate Charlie ha saputo (con gioia) che aveva preso il massimo dei voti all’esame di Storia dell’Arte (AP). Questo faceva sì che potesse essere scelto per diventare una sorta di assistente del professore per l’anno seguente nella classe di Storia dell’Arte. Tutto quello che aveva bisogno di fare era riempire le sue ore buche con quelle di Storia dell’Arte.

Non so quanti di voi abbiano provato ad analizzare le API di un sistema di pianificazione dell’orario di una scuola superiore. Sembra basarsi ancora su aggeggi a schermo verde, pile di moduli e montagne di arretrati che rendono evidente che non avrai il tuo nuovo orario tra le mani prima che il nuovo anno scolastico sia iniziato da due settimane.

Un venerdì di luglio, Charlie tornò a casa e trovò il suo nuovo orario inviatogli per mail. Le sue ore buche NON coincidevano con il corso di Storia dell’Arte. Charlie, che aveva assistito alle  vane lotte di suo fratello e sua sorella per aver ragione dei meccanismi della Columbia High School, ha deciso di seguire una via differente.

Non avendo accesso all’orario generale, si è collegato a una risorsa gratuita – Facebook – su cui ha pubblicato il suo orario e ha chiesto a chiunque frequentasse la Columbia di fare lo stesso.

Entro la domenica mattina aveva ottenuto abbastanza informazioni per ricostruire l’orario principale da se stesso. Con queste informazioni in mano ha riorganizzato i suoi corsi, compilato a mano un “modulo di modifica” e lo ha inviato alla scuola il lunedì mattina. “Per cortesia, assegnatemi questo orario”, ha chiesto. Problema risolto.

Storie come questa, così come tutto ciò che Kirk Biglione dice a proposito dei DRM, mi hanno portato a vedere la pirateria come la conseguenza di un cattivo sistema di API. I ragazzi di 16 anni si aspettano un accesso semplice, o se lo inventano. Il futuro del contenuto comprende il dare ai lettori accesso alle regole, agli strumenti e alle opportunità di contesti ricchi di contenuti, così che possano averci a che fare secondo le loro esigenze.

E sia che dicano che questo gli piace oppure no, i lettori VOGLIONO buone API.

Il contenuto non è più solo un prodotto. È parte di una catena di valore che risolve i problemi dei lettori.

I lettori si aspettano che gli editori gli indichino i risultati o le risposte che vogliono, nel luogo e nei tempi in cui le vogliono. Siamo interessati a servizi sui contenuti che non ci facciano sprecare tempo, una merce preziosa per tutti noi.

Un elemento che può intimidire: i lettori si aspettano che i loro servizi sui contenuti migliorino nel tempo. Non gli importa molto (o non gli importa affatto) come questo succeda.

Le aziende brave nell’aggregare servizi ridurranno il tempo e le scocciature derivate dal trovare e comprare qualcosa. Queste imprese sono qualche passo avanti rispetto ai loro concorrenti.

Derivate dal modello denominato “lean consumption” che James Womack e Daniel Jones hanno sviluppato circa cinque anni fa, queste idee sono evidenti in un aggregatore come Amazon. Sono incarnate da servizi come Kobo e Kindle. Non si tratta solo di prodotti: sono servizi.

Quindi, se il contenitore ora è un’opzione e il contenuto dev’essere reso accessibile, qual è il ruolo del contesto?

Prima di tutto stabiliamo un contesto per noi stessi: liberi da costrizioni fisiche non dovremmo più preoccuparci della lunghezza di ciò che scriviamo. Possiamo linkare, possiamo espanderci, possiamo annotare.

Dal momento in cui strumenti e risorse per la creazione, la gestione e la distribuzione dei contenuti a basso o nessun costo diventano liberamente disponibili, è assiomatico che la nostra sia diventata e rimarrà un’era di abbondanza di contenuti.

Semplicemente: l’abbondanza di contenuti è il precursore dello sviluppo (e del mantenimento) del contesto.

Quando esisteva solamente la Bibbia di Gutenberg non avevamo bisogno della Dewey. Quando le librerie erano piccole e in larga parte indipendenti, non avevamo molto bisogno della catalogazione BISAC. E prima che le vendite online rendessero evidente e disponibile praticamente ogni libro andato in stampa, ONIX era soltanto un trascurato lusso.

L’abbondanza digitale ci sta spingendo a creare metadati che vadano un po’ oltre il livello del titolo. Per gestire l’abbondanza possiamo (e dobbiamo) usare strumenti precisi, verticali, o in qualche modo eleganti, come i motori di ricerca.

Ma quando si arriva alla scoperta, all’accesso e all’utilità, niente sostituisce il giudizio di autori ed editor, come è evidente nella struttura e nei tag contestuali applicati al nostro contenuto.

Il contesto non può essere più solo una preferenza o un pensiero secondario. Etichette profonde e ragionate in anticipo sono una realtà del modo in cui si ricercano i contenuti. In termini strutturali, il nostro contenuto deve sottostare a determinate convenzioni di ricerca, o altrimenti non sarà referenziato.

E in termini contestuali, il nostro contenuto ha bisogno di essere profondamente e consistentemente etichettato, oppure la sua reperibilità sarà sempre più difficile.

Non possiamo permetterci di costruire un contesto sul contenuto dopo averlo creato. Agire così tronca irrevocabilmente le profonde relazioni che autori ed editor creano e spesso mantengono fino al momento esatto in cui i contenitori sbarrano loro la strada. Costruirle di nuovo dopo averle perdute le rende ridondanti, costose e non da ultimo incomplete.

Non è un problema di standard. All’università dell’Indiana, Jenn Riley e Devin Becker hanno mostrato chiaramente l’abbondanza di strutture contestuali. Il problema che affrontiamo, quello che evitiamo a nostro rischio, è l’implementazione di questi standard.

In definitiva, questa è una funzione del workflow.

Se la strategia è la testa, mi piace pensare al workflow come al sistema circolatorio. Sappiamo tutti quanto difficile possa essere cambiare la direzione di una struttura organizzata ma, in pratica, è questione di coordinamento. Decidi che vuoi andare da un’altra parte e la tua testa dirà alle braccia e alle gambe di muoversi in una direzione o in un’altra.

Cambiare workflow, però, è l’equivalente editoriale di un trapianto di cuore. E iniziare dal contesto richiede che gli editori portino un cambiamento fondamentale nel proprio processo di lavorazione dei contenuti.

Nel momento in cui lottiamo con fatica per creare qualcosa di altrettanto semplice e pulito come un feed ONIX, pianificare e cercare di preservare i collegamenti al contenuto è una sfida di grandi proporzioni. E non abbiamo molto tempo per volgere la sfida a nostro favore.

Nonostante alcuni specifici cambiamenti del workflow saranno differenti da editore a editore, alcune linee di principio rimangono valide. Penso che spostarsi da una mentalità di “prodotto” a una di “servizio” o di “soluzioni” significhi fondamentalmente quattro cose per gli editori:

  • il nostro contenuto deve diventare aperto, accessibile e interoperabile. L’adozione degli standard non sarà un’opzione;
  • poiché competiamo sul contesto dobbiamo concentrarci con più chiarezza nello sfruttarlo per promuovere la reperibilità del contenuto;
  • poiché competiamo con aziende che usano già strumenti a costo basso o nullo, cercare di batterli sul campo del costo dei contenuti è un proposito perdente. Dobbiamo sviluppare opportunità che incoraggino un ampio utilizzo dei nostri contenuti e
  • ci distingueremo se saremo in grado di dare ai lettori strumenti che, avvalendosi del contesto, li aiutino a gestire l’abbondanza.

Chiaramente abbiamo bisogno di nuove competenze adatte a muoversi in un’epoca di abbondanza. Probabilmente dovremmo aggiungere più formazione di quanto abbiamo mai fatto nelle nostre aziende. Ma questo non è il cambiamento più complesso. Il cambiamento più difficile è quello del workflow.

Vorrei lasciarvi con una nota più forte e ottimista di queste, però. Il cambiamento può essere difficile, e abbiamo tutti bisogno di motivazioni per tentare qualcosa di differente o nuovo. All’inizio di questo discorso vi ho chiesto di lasciare da parte Haroun e unirvi a me in un salto di immaginazione.

Vorrei tornare indietro al Mare delle Storie, in cui il Genio dell’Acqua sta spiegando ad Harun che…

“… questi erano i Flussi della Storia, e ogni filo colorato rappresenta e contiene un singolo racconto. Diverse parti dell’Oceano contengono diversi tipi di storie, si possono trovare anche tutte le storie che non sono mai state raccontate e le molte che devono ancora essere inventate, l’Oceano dei Flussi di Storia era infatti la più grande biblioteca dell’universo. E poiché le storie erano conservate in forma fluida, mantenevano la capacità di cambiare, di diventare nuove versioni di se stesse, di unirsi ad altre store sì da divenire altre storie ancora; in questo modo, a differenza di una biblioteca di libri, l’Oceano dei Flussi di Storia era molto più di un archivio di trame. Non era morto, ma vivo.”

Come Harun, nell’editoria noi possiamo di tanto in tanto sentirci scoraggiati e sconfitti.

E come Haroun, ci arrampichiamo sugli specchi di una complessità che ci lascia senza fiato. Sono tempi di notevoli opportunità per l’editoria, tempi in cui siamo capaci di trovare e costruire sopra quei filoni di storie, all’interno del contesto.

Sì, affrontiamo sfide significative preparandoci a un mondo molto differente, ma questa è una sfida che penso avremo le intuizioni e l’esperienza per affrontare. Ciò che scegliamo di fare adesso inizia a determinare quali storie saranno raccontate, così come chi le scriverà e pubblicherà.

Con questo chiudo il mio intervento. Nel momento in cui questa storia finisce spero che ne stimoli altre di vostre. Se lo fa, vi chiedo di pensare di più al contesto, e che continuiate a immaginare.

Sono grato delle opportunità che l’Internet Archive e O’Reilly Media hanno offerto nello sviluppo di queste idee. Apprezzo molto anche i riscontri e le indicazioni offerte da una quantità di colleghi e amici, così come il design della presentazione creato per questo discorso da mio figlio, Frank O’Leary.

(Un ringraziamento speciale a Peter Brantley, Kirk Biglione, Laura Dawson, Kassia Krozser, Don Linn e Hugh McGuire per i loro feedback sulle numerose bozze di questa presentazione, così come a Frank O’Leary per il suo eccellente lavoro nel preparare una storia visiva per accompagnare queste riflessioni.)

Scritto il: 8 March 2011 | da: | Categorie: Contributi | 2 Commenti »