Se non sei un programmatore non sei un autore

Dagli originali T’es pas codeur, t’es pas auteur (4 marzo 2011) e T’es pas codeur, t’es pas éditeur (13 marzo 2011) di Thierry Crouzet

Il post “Non sei un programmatore, non sei un editore” risponde ai commenti su “Se non sei un programmatore non sei un autore”: per seguire il ragionamento in modo più completo vi proponiamo la traduzione di entrambi gli articoli.

Da cinque anni a questa parte difendo l’idea di blog come atelier. Affermo anche che il mio blog è il mio libro più riuscito. Ma quando si può dire che il blog ci porta su nuovi sentieri letterari?

Anche se ciò che scriviamo sui nostri blog può essere messo su carta, o anche in un epub, seguendo la logica dell’omotetia, non abbiamo esplorato realmente le nuove possibilità formali che ci si offrono.

Mettiamo in pratica forse La strategia del cyborg e l’ipertestualità, ma siamo lontani dall’entrare nel campo di ciò che chiamo “codex”: testo+link+codice.

Per scrivere un codex l’autore deve produrre non soltanto un testo e dei collegamenti, ma anche del codice informatico, codice che è parte integrante dell’opera. La doppia competenza, scrivere/programmare, è piuttosto rara, questione generazionale, pochi autori si sono avventurati verso l’ignoto. Per fortuna, questo non può che cambiare. Per esempio, Alexandre Astier ci spiega che programma quando non lavora alle sue sceneggiature. Stiamo andando incontro a un mondo dove questo tipo di doppia competenza sarà comune.

Al giorno d’oggi la maggior parte degli autori che si interessano agli ebook lo fanno per cercare un pubblico che non riescono a raggiungere attraverso la carta, che non riescono ad avere per via del disinteresse da parte degli editori o, molto spesso, della maggior parte dei lettori. Il digitale appare come uno spazio di libertà, ma in assenza di qualcosa di meglio in un mondo vecchio. Il digitale in sé, allora, diventa pura aneddotica, un mero mezzo.

Neanche io sfuggo a questa trappola, visto che ciò che pubblico in digitale spesso parla del digitale stesso. Ho praticato la cyborghizzazione, ma poco il codex, nonostante Croisade abbia avuto bisogno di parecchio codice. Da molto tempo ho l’idea di andare oltre e ho cominciato a sperimentare riprendendo da zero il mio vecchio progetto su Ératosthène.

Sto cercando di creare un testo non lineare, la cui topologia si rimodelli in funzione dell’esperienza di lettura.

Che cos’è un testo lineare? Un libro in cui le pagine si susseguono secondo un ordine immutabile. Ma anche un libro in cui voi siete l’eroe che procede attraverso percorsi più o meno stabiliti.

Un documento ipertestuale non può essere lineare, necessariamente. Per esempio, l’ultima pagina di un documento può rimandare alla prima, introducendo una certa circolarità. Per contrasto, all’interno di un ipertesto, i link sono fissi, scritti una volta per tutte. Si potrebbe stendere una mappa del documento. Si sfugge alla linearità, ma non al determinismo proprio del libro.

Con il mio nuovo Ératosthène, sperimento tutt’altra cosa. Read the rest of this entry »

Scritto il: 23 March 2011 | da: | Categorie: Contributi | Tags: , , , , , , , , | 2 Commenti »

What’s the buzz? We’ll tell you what’s happening

All publishers are global now. All book retailers are global now. The publishers and retailers who embrace that reality soonest will have the best chance to be around the longest.

All publishers and book retailers are global now – Mike Shatzkin

L’editoria diventa globale: i primi ad adattarsi a questa realtà saranno in grado di affrontare il futuro. Ce lo ricordava Mike Shatzkin durante IfBookThen, lo scorso febbraio, e come raccontava nel post appena citato si tratta di un tema con il quale ha iniziato a fare i conti fin dal 2008.

L’attenzione a quanto succede nell’ambito dell’editoria internazionale è per noi un punto di fondamentale importanza. Alla base di IfBookThen c’era l’idea di portare in Italia gran parte del dibattito e delle esperienze americane e di creare allo stesso tempo un punto di incontro per condividere e confrontare con le diverse realtà europee sull’editoria digitale.

Nei giorni precedenti la conferenza abbiamo pubblicato le traduzioni di alcuni articoli che ci sembravano utili per ampliare l’orizzonte dei temi previsti dall’agenda della giornata, con l’obiettivo di creare una sorta di digest sempre aggiornato delle voci del panorama internazionale che riteniamo imperdibili per chiunque voglia tenersi informato sui cambiamenti in atto.

Abbiamo pensato di non interrompere questo progetto: le traduzioni continuano e si arricchiscono di nuovi autori e spunti di riflessione. Trasferiremo nei prossimi giorni le traduzioni pubblicate sul sito di IfBookThen sul blog di Bookrepublic; quelle nuove le troverete direttamente qui, due volte al mese.

Abbiamo già pubblicato, nell’ordine:

Con lo stesso spirito, sul sito di 40k potete leggere le tag-interview: “delle non-proprio-risposte a delle non-proprio-domande” sul cambiamento dell’editoria. Per esempio quella fatta a Kassia Krozser: “Tomorrow’s publisher must be able to react immediatly to market shifts“.

Scritto il: 18 March 2011 | da: | Categorie: Contributi, Conversazioni, Scenari, Su di noi | Tags: , , , , , , | 0 Commenti »

“Context first”, revisited

Dall’originale “Context first”, revisited di Brian O’Leary
Traduzione di Letizia Sechi

(Questo post propone il contenuto di una presentazione che ho recentemente tenuto al “Tools of Change in Publishing”, organizzato da O’Reilly Media. L’ho costruito sulla base di un discorso che ho tenuto lo scorso ottobre durante “Books in Browsers“, una conferenza tenutasi all’Internet Archive. Su Vimeo potete vedere il video dell’intervento. Dura all’incirca 23 minuti).

Negli ultimi due anni ho scritto riguardo a un insieme di argomenti sull’editoria – pirateria, innovazioni dirompenti, print on demand, strategie legate al contenuto e al processo di lavorazione, per fare degli esempi – che ho iniziato a ritenere connessi da un tema di fondo.

Inizialmente ho dato a questo tema il nome di “teoria del campo unificato dell’editoria”, una roba impronunciabile, ma penso che “context first”, prima il contesto, sia una descrizione migliore e più utile. Con questo spirito, il mio discorso di oggi si indirizza verso i danni fatti da ciò che chiamo “il modello-contenitore dell’editoria”.

La mia idea in estrema sintesi è questa: l’editoria, sia essa di libri, riviste o giornali, è oltre misura governata dai contenitori fisici che abbiamo utilizzato per secoli per trasmettere le informazioni. Quei contenitori definiscono il contenuto in due dimensioni, ignorando necessariamente tutto ciò che non può starci dentro o che ne rimane fuori.

Peggio, riempire il contenitore è un processo che smonta il contesto – la mescolanza critica di contenuti etichettati, ricerche, collegamenti a piè di pagina, fonti, audio e video in sottofondo, persino i buoni vecchi metadati delle intestazioni – il quale rappresenta un lusso nel mondo fisico, ma è un punto critico in quello digitale. Nel nostro mondo in evoluzione e connesso – il mondo dei “libri nei browser” – non stiamo più vendendo un contenuto, o almeno, non soltanto. Siamo in competizione col contesto.

Propongo oggi che l’attuale gerarchia del processo – prima il contenitore, che delimita il contenuto e il contesto – venga superata. Per competere nel digitale dobbiamo iniziare dal contesto e conservare i suoi legami con il contenuto.

Abbiamo bisogno di pensare i contenitori come opzioni, non come punti di partenza. Ancora, dobbiamo iniziare ad aprire l’accesso ai lettori, permettendo loro di scoprire e consumare i nostri contenuti all’interno e attraverso i reami digitali.

Senza un cambiamento di mentalità siamo esposti a una gamma concorrenti presenti e futuri in grado di cambiare le regole, ancora una volta. I contenitori limitano il modo in cui noi pensiamo il pubblico. Nel tagliar fuori il contesto limitano anche il modo in cui il pubblico può trovare il nostro contenuto.

In questo le dimensioni non ci sono amiche. Potrebbero anzi esserci nemiche. Come per primo sottolineò Clay Christensen nel 1997, le tecnologie dirompenti non hanno l’apparenza e le caratteristiche che siamo abituati a valutare. Molto spesso sono più economiche, più semplici, più piccole e più convenienti rispetto ai loro corrispettivi tradizionali.

Piccole e più agili realtà appena venute alla luce hanno già rovesciato il paradigma. Hanno iniziato dal contesto, essenziale per la reperibilità e la sperimentazione in un ambiente digitale, e lo usano per rafforzare il contenuto. Molte startup rinunciano ai contenitori, o li creano solo interpretando delle preferenze personali (del consumatore).

Pensate a Craiglist. Pensate a Monster. Pensate a Cookstr, un sito sul cibo che ha iniziato unicamente in digitale e continua a migliorare la sua tassonomia. Il contesto prima di tutto.

Dal momento che le barriere di ingresso sono cadute, ho iniziato a pensare di più al modo in cui l’editoria tradizionale di libri, riviste e quotidiani può sopravvivere nell’era digitale. Ci sono degli attori nuovi e non tradizionali che stanno entrando in diversi segmenti dell’editoria. Il loro successo ha spinto gli editori tradizionali a cercare delle vie per cambiare i loro modelli di business e a riorganizzarli intorno ai loro clienti.

È tempo di vedere i nostri fratelli dell’editoria – quotidiani e riviste – come parte di un continuum dirompente che ci influenza tutti. Il digitale rende la convergenza non solo possibile, ma inevitabile. Gente che vende diventa editore; gli editori diventano forze di vendita; i nuovi attori sono un po’ entrambe le cose. I clienti sono diventati alternativamente concorrenti, collaboratori e fornitori.

Mentre preparavo questo discorso, mi sono ricordato di un passaggio di un libro di Salman Rushdie, del 1990, Harun e il Mar delle storie.

Nel libro, Harun si mette in cammino per trovare delle storie per suo padre, che ha perso la capacità di raccontare. Lungo la strada, Harun incontra Iff, il Genio dell’Acqua, che inizialmente non lo tratta con gentilezza. Ma a un certo punto, il Genio dell’Acqua si calma e dice ad Harun…

“…a proposito dell’Oceano dei Flussi di Storia, sebbene egli fosse colmo di un senso di disperazione e fallimento, la magia dell’Oceano iniziò a esercitare un effetto su di Harun. Guardò l’acqua e vide che era composta di centinaia e centinaia di diverse correnti, ognuna di un colore diverso, che ondeggiavano una dentro l’altra come un arazzo liquido di una complessità mozzafiato…”

Mi fermerò qui. Ritorneremo su questa storia tra poco, ma per un momento vorrei usarla come un trampolino, un richiamo:

Immaginate un mondo nel quale gli strumenti per creare e fare editing sul contenuto siano economici o persino gratuiti.

Immaginate un mondo in cui la capacità di memorizzare sia abbondante, anche virtuale.

E immaginate un mondo in cui il contenuto può essere disseminato in una varietà di formati, grazie alla possibilità di schiacciare un bottone figurato o letterale.

Quel mondo esiste già oggi, con dozzine di strumenti e risorse attendibili e ampiamente accessibili. Questi strumenti e risorse per la creazione, conservazione e distribuzione rendono possibile per chiunque creare, amministrare e diffondere tanto contenuti digitali quanto fisici.

Il punto è che nonostante questo mondo sia già qui, è lontano dall’essere uniformemente diffuso.

Qualche anno fa, durante una discussione con Laura Dawson e Mike Shatzkin, ho abbozzato una versione di una sorta di diagramma di base dei contenuti meglio serviti dall’uso dell’XML.

I tipici vincitori sono quei generi, come l’arte culinaria, fatti di componenti o “blocchi”, e che hanno un’alta probabilità di essere ricombinati e riutilizzati.

Il nostro problema è che non siamo gli unici a guardare a questi mercati.

Mentre gli editori pensano a dei workflow agili come a delle opportunità per ridurre i costi per creare i contenuti per i contenitori, una nuova razza di concorrenti “nativi-digitali” sta cominciando a partire dal contesto. Questi nuovi attori stanno sviluppando tassonomie e strumenti così che possano penetrare nelle stesse nicchie che pensavamo di poter rendere più efficienti.

La sfida non è solo quella di essere digitali; sta diventando chiaramente utile per il pubblico chi adesso sta virando prima verso il digitale per trovare il contenuto.

I nuovi attori – la nostra vera competizione – iniziano dai clienti. Sviluppano delle strutture contestuali che li aiutano a differenziare sia i lettori sia se stessi. I nuovi arrivati apprezzano questi nuovi strumenti perché sono economici, scalabili e open-source. In realtà, stanno già sfruttando strumenti che molti editori tradizionali lamentano essere “proprio troppo difficili da imparare”.

Come siamo arrivati a questo punto? Ecco una ragione.

Nelle loro forme fisiche, quotidiani, riviste e libri stabiliscono i confini sia del contenuto che del contesto. Storicamente concentrati sui contenitori, ci siamo impantanati nell’usarli come principale fonte per il contenuto digitale.

Solo dopo aver riempito il contenitore fisico portiamo la nostra attenzione sul ricostruirne le radici digitali del contenuto: il contesto, compresi tag, link, ricerche e materiali non pubblicati, che possono andare persi sul pavimento della sala di montaggio.

La maggior parte di quel contesto non viene mai ripreso. Abbiamo cominciato a usare cose come metadati, un po’ di search engine optimization e una syndication occasionalmente efficace come delegati di qualcosa contestualmente ricco.

Nella competizione in cui ci troviamo contro i “nativi digitali”, questo non è neanche lontanamente abbastanza.

Per di più, trattiamo i lettori come se i loro bisogni possano essere definiti dai contenitori. Ma in un mondo digitale la ricerca si colloca prima del bene fisico, molto più spesso rispetto al contrario. I lettori possono a volte essere in cerca di un prodotto specifico, ma molto più spesso cercano una risposta, una soluzione, una scintilla che si trasformi in interesse e forse in un acquisto.

Il business degli editori è quello di collegare il contenuto ai mercati, ma siamo ostacolati nella ricerca perché abbiamo fatto sì che il contesto sia l’ultima cosa a cui pensiamo.

Quando la scarsità di contenuto era la norma, potevamo vivere con un minimo di contesto. In un mercato limitato, i nostri editor sono diventati competenti nel prendere decisioni riguardo cosa si dovesse pubblicare. Ora, in un’epoca di abbondanza, gli editor hanno ereditato un nuovo e fondamentale ruolo: immaginare come “ciò che è pubblicato” sarà scoperto.

Per coprire questo nuovo ruolo, dobbiamo capovolgere il nostro modello di editoria. Abbiamo bisogno di iniziare dal contesto, svilupparlo e conservare un contenuto ricco, connesso e digitale.

Abbiamo anche bisogno di usare gli strumenti che abbiamo (così come quelli che dovremo ancora sviluppare) per far sì che i contenitori siano un output dei workflow digitali, non la fonte dei contenuti al loro interno. Questo è un cambiamento fondamentale nel nostro approccio, ma è l’unico modo che vedo per competere in un universo nativamente digitale e abbondante di contenuti.

E non credo che questo cambiamento di mentalità (o nel workflow) arriverà facilmente.

Nel tempo abbiamo adottato una serie di modelli mentali che inibiscono la nostra abilità di cambiare. La lunga storia dell’utilizzo di contenitori fisici per distribuire il contenuto, per esempio, ci ha portato a fondere il “formato” con il “marchio”.

Forse c’è stato un tempo in cui la natura fisica dei prodotti con dei contenuti – il loro look and feel – dominava. Ma nell’era digitale, penso che questo abbia fatto il suo tempo.

Allo stesso modo, spesso parliamo di contenuti digitali come di derivato o di uso secondario. Il recente dibattito sui diritti degli ebook sottolinea quanto profondo sia questo pregiudizio. Il chi “detenga” i diritti degli ebook è un altro argomento, ma le liti tra Open Road e Wylie sollevano di una domanda che non è stata posta: chi detiene il contesto che porta alla reperibilità, all’uso e al valore in un mondo digitale?

Nell’era digitale il contesto supporta la reperibilità, l’utilizzo e il riutilizzo. Investire sul contesto adesso è un’esigenza.

Sfortunatamente, il focus del nostro prodotto e un’ossessione per l’economia di scala ci portano a preoccuparci più riguardo il trovare metodi per ridurre i costi. Pensiamo a come fare oggetti fisici sempre migliori, a ottimizzare la creazione, la produzione e la consegna di contenuti in una singola confezione.

In questo percorso perdiamo l’opportunità di creare contenuti agili, reperibili e accessibili.

Chiamo questa situazione “miopia del contenitore”, in omaggio a un articolo di Ted Levitt del 1960, “Marketing myopia“. Nell’articolo Levitt portava le persone che si occupano di vendite a spostarsi da un paradigma incentrato sul prodotto a uno incentrato sul cliente. Mostrava in modo ormai memorabile il modo in cui le compagnie ferroviarie mancarono di vedere che si trovavano nell’industria dei trasporti, allo stesso modo in cui gli editori hanno difficoltà a comprendere di trovarsi nel sistema dell’industria dei servizi per i contenuti.

In un mondo digitale, i veri servizi sui contenuti sono sempre più costruiti con API aperte, qualcosa in cui i contenitori sono particolarmente inadeguati. Le API – application programming interfaces – forniscono agli utenti una mappa che permette loro di personalizzare il proprio consumo dei contenuti.

La forma fisica di libri, riviste e quotidiani ha forme analoghe alle API. Abbiamo tutti capito come accedere alle informazioni contenute in questi prodotti fisici. Ma la forma fisica stessa non è sempre adatta a delle buone API, cosa da cui Craiglist, Huffington Post, Cookstr e altri hanno tratto vantaggio.

Rendete le vostre API aperte, vi dico, o qualcun altro lo farà al vostro posto.

Ci sono diversi pubblici oggi (e tutti quelli futuri) che vivono in un ambiente aperto e accessibile. Si aspettano di poter dare un’occhiata sotto il cofano, mescolare e unire blocchi di contenuto e creare, senza soluzione di continuità, qualcosa di proprio. Fallire nel soddisfare questo tipo di necessità avrà come esito il cadere nell’ombra, per bene che vada.

Per spiegare questo punto vorrei portarvi l’esempio dell’ambiente probabilmente più gerarchico, inaccessibile e chiuso che mi venga in mente: una scuola superiore americana. In particolare, vorrei parlarvi della Columbia High School a Maplewood, nel New Jersey, dove mio figlio più piccolo, Charlie, è appena entrato. La scuola ha aperto nel 1927 e non è cambiata molto da allora.

La scorsa estate Charlie ha saputo (con gioia) che aveva preso il massimo dei voti all’esame di Storia dell’Arte (AP). Questo faceva sì che potesse essere scelto per diventare una sorta di assistente del professore per l’anno seguente nella classe di Storia dell’Arte. Tutto quello che aveva bisogno di fare era riempire le sue ore buche con quelle di Storia dell’Arte.

Non so quanti di voi abbiano provato ad analizzare le API di un sistema di pianificazione dell’orario di una scuola superiore. Sembra basarsi ancora su aggeggi a schermo verde, pile di moduli e montagne di arretrati che rendono evidente che non avrai il tuo nuovo orario tra le mani prima che il nuovo anno scolastico sia iniziato da due settimane.

Un venerdì di luglio, Charlie tornò a casa e trovò il suo nuovo orario inviatogli per mail. Le sue ore buche NON coincidevano con il corso di Storia dell’Arte. Charlie, che aveva assistito alle  vane lotte di suo fratello e sua sorella per aver ragione dei meccanismi della Columbia High School, ha deciso di seguire una via differente.

Non avendo accesso all’orario generale, si è collegato a una risorsa gratuita – Facebook – su cui ha pubblicato il suo orario e ha chiesto a chiunque frequentasse la Columbia di fare lo stesso.

Entro la domenica mattina aveva ottenuto abbastanza informazioni per ricostruire l’orario principale da se stesso. Con queste informazioni in mano ha riorganizzato i suoi corsi, compilato a mano un “modulo di modifica” e lo ha inviato alla scuola il lunedì mattina. “Per cortesia, assegnatemi questo orario”, ha chiesto. Problema risolto.

Storie come questa, così come tutto ciò che Kirk Biglione dice a proposito dei DRM, mi hanno portato a vedere la pirateria come la conseguenza di un cattivo sistema di API. I ragazzi di 16 anni si aspettano un accesso semplice, o se lo inventano. Il futuro del contenuto comprende il dare ai lettori accesso alle regole, agli strumenti e alle opportunità di contesti ricchi di contenuti, così che possano averci a che fare secondo le loro esigenze.

E sia che dicano che questo gli piace oppure no, i lettori VOGLIONO buone API.

Il contenuto non è più solo un prodotto. È parte di una catena di valore che risolve i problemi dei lettori.

I lettori si aspettano che gli editori gli indichino i risultati o le risposte che vogliono, nel luogo e nei tempi in cui le vogliono. Siamo interessati a servizi sui contenuti che non ci facciano sprecare tempo, una merce preziosa per tutti noi.

Un elemento che può intimidire: i lettori si aspettano che i loro servizi sui contenuti migliorino nel tempo. Non gli importa molto (o non gli importa affatto) come questo succeda.

Le aziende brave nell’aggregare servizi ridurranno il tempo e le scocciature derivate dal trovare e comprare qualcosa. Queste imprese sono qualche passo avanti rispetto ai loro concorrenti.

Derivate dal modello denominato “lean consumption” che James Womack e Daniel Jones hanno sviluppato circa cinque anni fa, queste idee sono evidenti in un aggregatore come Amazon. Sono incarnate da servizi come Kobo e Kindle. Non si tratta solo di prodotti: sono servizi.

Quindi, se il contenitore ora è un’opzione e il contenuto dev’essere reso accessibile, qual è il ruolo del contesto?

Prima di tutto stabiliamo un contesto per noi stessi: liberi da costrizioni fisiche non dovremmo più preoccuparci della lunghezza di ciò che scriviamo. Possiamo linkare, possiamo espanderci, possiamo annotare.

Dal momento in cui strumenti e risorse per la creazione, la gestione e la distribuzione dei contenuti a basso o nessun costo diventano liberamente disponibili, è assiomatico che la nostra sia diventata e rimarrà un’era di abbondanza di contenuti.

Semplicemente: l’abbondanza di contenuti è il precursore dello sviluppo (e del mantenimento) del contesto.

Quando esisteva solamente la Bibbia di Gutenberg non avevamo bisogno della Dewey. Quando le librerie erano piccole e in larga parte indipendenti, non avevamo molto bisogno della catalogazione BISAC. E prima che le vendite online rendessero evidente e disponibile praticamente ogni libro andato in stampa, ONIX era soltanto un trascurato lusso.

L’abbondanza digitale ci sta spingendo a creare metadati che vadano un po’ oltre il livello del titolo. Per gestire l’abbondanza possiamo (e dobbiamo) usare strumenti precisi, verticali, o in qualche modo eleganti, come i motori di ricerca.

Ma quando si arriva alla scoperta, all’accesso e all’utilità, niente sostituisce il giudizio di autori ed editor, come è evidente nella struttura e nei tag contestuali applicati al nostro contenuto.

Il contesto non può essere più solo una preferenza o un pensiero secondario. Etichette profonde e ragionate in anticipo sono una realtà del modo in cui si ricercano i contenuti. In termini strutturali, il nostro contenuto deve sottostare a determinate convenzioni di ricerca, o altrimenti non sarà referenziato.

E in termini contestuali, il nostro contenuto ha bisogno di essere profondamente e consistentemente etichettato, oppure la sua reperibilità sarà sempre più difficile.

Non possiamo permetterci di costruire un contesto sul contenuto dopo averlo creato. Agire così tronca irrevocabilmente le profonde relazioni che autori ed editor creano e spesso mantengono fino al momento esatto in cui i contenitori sbarrano loro la strada. Costruirle di nuovo dopo averle perdute le rende ridondanti, costose e non da ultimo incomplete.

Non è un problema di standard. All’università dell’Indiana, Jenn Riley e Devin Becker hanno mostrato chiaramente l’abbondanza di strutture contestuali. Il problema che affrontiamo, quello che evitiamo a nostro rischio, è l’implementazione di questi standard.

In definitiva, questa è una funzione del workflow.

Se la strategia è la testa, mi piace pensare al workflow come al sistema circolatorio. Sappiamo tutti quanto difficile possa essere cambiare la direzione di una struttura organizzata ma, in pratica, è questione di coordinamento. Decidi che vuoi andare da un’altra parte e la tua testa dirà alle braccia e alle gambe di muoversi in una direzione o in un’altra.

Cambiare workflow, però, è l’equivalente editoriale di un trapianto di cuore. E iniziare dal contesto richiede che gli editori portino un cambiamento fondamentale nel proprio processo di lavorazione dei contenuti.

Nel momento in cui lottiamo con fatica per creare qualcosa di altrettanto semplice e pulito come un feed ONIX, pianificare e cercare di preservare i collegamenti al contenuto è una sfida di grandi proporzioni. E non abbiamo molto tempo per volgere la sfida a nostro favore.

Nonostante alcuni specifici cambiamenti del workflow saranno differenti da editore a editore, alcune linee di principio rimangono valide. Penso che spostarsi da una mentalità di “prodotto” a una di “servizio” o di “soluzioni” significhi fondamentalmente quattro cose per gli editori:

  • il nostro contenuto deve diventare aperto, accessibile e interoperabile. L’adozione degli standard non sarà un’opzione;
  • poiché competiamo sul contesto dobbiamo concentrarci con più chiarezza nello sfruttarlo per promuovere la reperibilità del contenuto;
  • poiché competiamo con aziende che usano già strumenti a costo basso o nullo, cercare di batterli sul campo del costo dei contenuti è un proposito perdente. Dobbiamo sviluppare opportunità che incoraggino un ampio utilizzo dei nostri contenuti e
  • ci distingueremo se saremo in grado di dare ai lettori strumenti che, avvalendosi del contesto, li aiutino a gestire l’abbondanza.

Chiaramente abbiamo bisogno di nuove competenze adatte a muoversi in un’epoca di abbondanza. Probabilmente dovremmo aggiungere più formazione di quanto abbiamo mai fatto nelle nostre aziende. Ma questo non è il cambiamento più complesso. Il cambiamento più difficile è quello del workflow.

Vorrei lasciarvi con una nota più forte e ottimista di queste, però. Il cambiamento può essere difficile, e abbiamo tutti bisogno di motivazioni per tentare qualcosa di differente o nuovo. All’inizio di questo discorso vi ho chiesto di lasciare da parte Haroun e unirvi a me in un salto di immaginazione.

Vorrei tornare indietro al Mare delle Storie, in cui il Genio dell’Acqua sta spiegando ad Harun che…

“… questi erano i Flussi della Storia, e ogni filo colorato rappresenta e contiene un singolo racconto. Diverse parti dell’Oceano contengono diversi tipi di storie, si possono trovare anche tutte le storie che non sono mai state raccontate e le molte che devono ancora essere inventate, l’Oceano dei Flussi di Storia era infatti la più grande biblioteca dell’universo. E poiché le storie erano conservate in forma fluida, mantenevano la capacità di cambiare, di diventare nuove versioni di se stesse, di unirsi ad altre store sì da divenire altre storie ancora; in questo modo, a differenza di una biblioteca di libri, l’Oceano dei Flussi di Storia era molto più di un archivio di trame. Non era morto, ma vivo.”

Come Harun, nell’editoria noi possiamo di tanto in tanto sentirci scoraggiati e sconfitti.

E come Haroun, ci arrampichiamo sugli specchi di una complessità che ci lascia senza fiato. Sono tempi di notevoli opportunità per l’editoria, tempi in cui siamo capaci di trovare e costruire sopra quei filoni di storie, all’interno del contesto.

Sì, affrontiamo sfide significative preparandoci a un mondo molto differente, ma questa è una sfida che penso avremo le intuizioni e l’esperienza per affrontare. Ciò che scegliamo di fare adesso inizia a determinare quali storie saranno raccontate, così come chi le scriverà e pubblicherà.

Con questo chiudo il mio intervento. Nel momento in cui questa storia finisce spero che ne stimoli altre di vostre. Se lo fa, vi chiedo di pensare di più al contesto, e che continuiate a immaginare.

Sono grato delle opportunità che l’Internet Archive e O’Reilly Media hanno offerto nello sviluppo di queste idee. Apprezzo molto anche i riscontri e le indicazioni offerte da una quantità di colleghi e amici, così come il design della presentazione creato per questo discorso da mio figlio, Frank O’Leary.

(Un ringraziamento speciale a Peter Brantley, Kirk Biglione, Laura Dawson, Kassia Krozser, Don Linn e Hugh McGuire per i loro feedback sulle numerose bozze di questa presentazione, così come a Frank O’Leary per il suo eccellente lavoro nel preparare una storia visiva per accompagnare queste riflessioni.)

Scritto il: 8 March 2011 | da: | Categorie: Contributi | 2 Commenti »

epub e metadati: qualche appunto

Di cosa si tratta l’hanno spiegato già in molti:

metadata (data about data) “a library catalog is metadata because it describes publications”

WordNet Search – 3.0, metadata

Metadata (metacontent) is defined as data providing information about one or more aspects of the data

Wikipedia, metadata

Structured data about data. Increasingly this term refers to any data used to aid the identification, description and location of networked electronic resources.

Statewide Database, metadata

Ma bando ai discorsi generali, parliamo di metadati riguardo i libri, e in particolar modo relativamente a quelli digitali. A cosa servono? Come gestirli? Perché usarli? Quali scegliere?

Ragioniamo da lettori. Possiamo portarci dietro centinaia di libri digitali, è un evidente vantaggio dell’ebook. Ma se in una biblioteca di queste dimensioni non possiamo ordinare i libri almeno per titolo e autore dalla A alla Z ecco che questo punto di forza si trasforma in un fastidioso inconveniente: siamo privi di criteri per rintracciare velocemente il libro che cerchiamo.

Ragioniamo da editori. Una maggiore ricchezza di informazioni che descrivono i nostri titoli è una carta vincente per convincere il lettore a interessarsene. Ma la ricchezza non basta: bisogna proporre informazioni accurate e puntuali perché siano anche efficaci.

Naturalmente tutto questo presuppone che esistano sistemi in grado di valorizzare l’insieme di informazioni che stiamo costruendo intorno al libro. Vediamo qual è il modo migliore per  gestire un buon set di metadati, in grado di soddisfare almeno le minime esigenze di una buona biblioteca digitale.

Ecco cosa compare facendo clic su "Book information" su ibisreader.com

In un epub la sezione su cui intervenire per modificare i metadati si trova nel file .opf, all’interno dell’elemento <metadata>. Il set di metadati a cui si fa riferimento è quello del Dublin Core: questo ci permette di “parlare la stessa lingua”. Ogni sistema sarà in grado di individuare titolo, autore, editore, e così via.

In <metadata> troviamo elencate le informazioni che abbiamo scelto per descrivere il nostro libro. Ecco una lista di quelle più utili e frequenti:

  • titolo (dc:title);
  • autore (dc:creator);
  • editore (dc:publisher);
  • data di pubblicazione dell’edizione digitale (dc:date);
  • descrizione (dc:description);
  • lingua (dc:language);
  • ISBN (dc:identifier);
  • argomenti (dc:subject).

Per lo standard epub alcuni metadati sono obbligatori (titolo, lingua, almeno un identificatore univoco); tutte le altre informazioni permettono una migliore reperibilità del file, ma non sono gestite sempre allo stesso modo dai software di lettura. Non tutti i sistemi di lettura offrono la possibilità di visualizzare tutte le informazioni mostrate nell’immagine precedente[1], quando anche presenti nell’ebook. Tuttavia è sicuramente una buona norma prevedere un set più ampio e accurato possibile, in modo da offrire informazioni puntuali e ragionate in grado di aggiungere valore al libro.

Come intervenire sui metadati?

Abbiamo a disposizione diverse alternative:

- in fase di lavorazione del libro digitale:

  • partendo da Adobe InDesign, attraverso il menu File > Info file è possibile inserire una parte delle informazioni necessarie;
  • su Pages, dal menu Archivio > Esporta e facendo clic sul pulsante Epub nella finestra così richiamata;
  • intervenire direttamente sul codice del file opf all’interno dell’epub;

- da interfaccia grafica, direttamente sull’epub:

  • via Sigil, attraverso la voce Meta Editor del menu Tools;
  • via Calibre, facendo clic sul pulsante Modifica metadati.

Per approfondire:

[1] Ibis reader è un reader epub gratuito e online. Per iniziare a usarlo è sufficiente registrarsi al servizio.

Scritto il: 2 March 2011 | da: | Categorie: Robe da smanettoni | Tags: , , , , | 0 Commenti »

epub3: la discussione è in rete

A una settimana dalla pubblicazione della bozza delle specifiche dell’epub3 iniziano a sentirsi i primi commenti – anche critici – sulle novità e le modifiche apportate allo standard.

Sta facendo discutere un post comparso domenica su Making epub happen, il blog della squadra di sviluppo di Sigil1, Analysis of epub3 (and, uh, bit more), in cui si mettono in evidenza attraverso un’analisi molto dettagliata alcuni aspetti ritenuti critici perché difficili da tenere sotto controllo. Il primo punto riguarda la possibilità di utilizzare script all’interno dell’epub. Per quanto le specifiche raccomandino un uso ristretto a ciò che è essenziale per l’esperienza di lettura e che non impatti sull’accessibilità del contenuto, il timore è che questo suggerimento rimanga inascoltato, con una conseguente produzione di epub carichi di “effetti speciali” in grado di funzionare al meglio solo sui sistemi di lettura più evoluti, senza alcun criterio di progressive enhancement da parte di chi li realizza. Lo scetticismo è dato dalla considerazione che gli editori, ça va sans dire, non sono degli sviluppatori web e non hanno facilmente a disposizione le competenze per compiere scelte appropriate. Marković è piuttosto critico – fondamentalmente – sull’idea che un’epub debba essere considerato «a “website in a box”», concetto che ha acquisito maggior rilievo nella revisione dello standard, e a questo proposito dice:

Now it’s not “we’re using web tech to make e-books”, it’s “we’re using e-books to package web tech”. It’s not about making books anymore, it’s about using web tech offline.

Anche per ciò che riguarda gli altri aspetti presi in esame, la convinzione di fondo è che sia piuttosto rischiosa la scelta di rendere opzionale il supporto di molte novità, specie – per esempio – in tema di accessibilità: molto spesso il termine “opzionale” si traduce in un mancato supporto da parte dei sistemi di lettura, che non essendo obbligati da requisiti di conformità semplicemente non si occupano di farlo.

A seguito dell’articolo si è sviluppata una fitta conversazione su Twitter tra @abdelazer (Keith Fahlgren, Threepress) e @josephpearson (Joseph Pearson, Inventive Labs): difficile proporvi un link, dato che non si usava un hashtag. Le considerazioni di Pearson sono però riassunte nel post EPUB 3.0 and Scripted Content Documents. Dopo aver analizzato la parte delle specifiche relativa all’utilizzo degli script, Pearson arriva a esprimere una preoccupazione simile a quella di Marković:

I don’t think it’s the role of the IDPF to encourage the preconditions that result in only one reading system being targeted by ebook creators. The role of the EPUB Working Group must be to ensure, as far as possible, that any compliant reading system will successfully display the book as intended by the ebook creator.

Ci si chiede quale sia lo scopo di includere in un formato standard degli elementi (come gli script) che se utilizzati senza la necessaria accortezza rischiano di allontanare dal concetto stesso di standard, dal momento che l’esperienza di lettura non è la stessa a prescindere dal dispositivo su cui si legge. Spesso si ha la sensazione che si faccia un’equazione sbagliata (editoria digitale = epub), quando in realtà si avrebbe bisogno di una diversa realizzazione per quello specifico contenuto. Se l’epub non è abbastanza per valorizzare quella pubblicazione in digitale forse è il caso di pensarne una differente: magari un’applicazione, una web app o, perché no, un pdf. Se scrivere righe su righe di javascript non è (ancora?) il mestiere dell’editore, scegliere la forma migliore per valorizzare i contenuti certamente lo è.

Fahlgren, dal canto suo, sostiene che l’assenza di competenze da parte di chi produce epub non può essere un motivo valido per immaginare e pianificare una tecnologia “monca”. Il mestiere dell’editore dovrà più probabilmente tener conto della necessità di acquisire nuove competenze per gestirne al meglio le potenzialità.

1 Sigil è un editor gratuito e open source che permette di modificare gli epub anche attraverso un’interfaccia grafica. Ecco il progetto su Google Code.

Scritto il: 22 February 2011 | da: | Categorie: Robe da smanettoni | Tags: , , , , | 2 Commenti »

epub3: sbirciando nella bozza

Ne parleranno tutti, e per fortuna: avremo bisogno di occhi attenti verso gli sviluppi della prima bozza ufficiale delle specifiche dell’epub3, presentata al TOC 2011 in chiusura proprio in questi giorni a New York.

La revisione dello standard si è mossa, come abbiamo in parte già raccontato, in direzione di una maggiore semanticità e accessibilità del formato, migliorando al tempo la definizione di alcuni aspetti tecnici che impattano sulla resa grafica dell’epub.

Cosa ci ha colpito:

Semantica e metadati: sono stati compiuti davvero molti progressi verso un maggior peso e specificità delle informazioni sul contenuto. Non solo dei dati intorno al libro (come titolo e autore, per fare l’esempio più banale), ma anche dei singoli documenti che lo compongono (prefazione, bibliografia…) e, ancora più nello specifico, dei singoli elementi nel testo (nota a piè di pagina, voce di glossario…). Ricordiamo che anche la scelta dell’HTML5, già di per sé un linguaggio molto evoluto per la definizione della semantica del testo, definiva un passo molto chiaro in questa direzione. Per approfondire potete leggere qui.

Accessibilità: se la versione precedente dello standard prevedeva una poco efficace alternativa tra XHTML e DTBook per il linguaggio di descrizione del contenuto, la scelta dell’HTML5 è ancora una volta un bel passo avanti, anche sotto questo aspetto. Grazie a una stretta collaborazione con il DAISY Consortium, inoltre, l’epub3 prevede il supporto di SMIL (Synchronized Multimedia Integration Language), che potenzia le possibilità per pubblicazioni con testo e audio in sincrono. Per approfondire potete leggere l’inizio del documento relativo alle Media Overlays.

Migliore navigazione nel contenuto:

A key concept of EPUB is that a Publication consists of multiple resources that may be completely navigated and consumed by a person or program in some specific order.

Many publications have an obvious reading order, or logical progression through their content. A novel is an example of a highly sequential document — as it typically has a beginning, middle and end — but not all publications are so ordered: a cookbook or collection of photographic images might be considered to be more like a database. All documents do, however, have at least one logical ordering of all their top-level content items, whether by date, topic, location or some other criteria (e.g., a cookbook is typically ordered by recipe types).

EPUB 3 Overview – Navigation, Reading Order

Con epub3 aumentano le possibilità di creare percorsi alternativi per muoversi nel testo: se lo scopo principale di un ordine di lettura è quello di semplificare la reperibilità, ora sarà anche più immediato organizzare le mappe di navigazione secondo altri criteri, aggiungendo grande valore alla pubblicazione.

Rendering e CSS: solo un accenno alle nuove possibilità per definire l’aspetto dell’epub. Il supporto di fogli stile multipli, di Ruby e di alcuni moduli CSS3 promettono molto, ma sono uno dei punti più critici in quanto dipendenti in modo decisivo dal motore di rendering che interpreta l’ebook. Potete leggerne qui, e di seguito anche alcune novità sulla gestione dei font.

Tutti i documenti disponibili potete trovarli sul sito dell’IDPF; per seguire le successive fasi di sviluppo date uno sguardo anche alle pagine dedicate alla revisione dello standard su Google Code. Potreste trovare interessante Cost-effective Development of Enhanced Content with EPUB3 (Digital Book World 2011), per vedere in pratica alcune delle novità dell’aggiornamento dello standard.

Scritto il: 17 February 2011 | da: | Categorie: Robe da smanettoni | 1 Commento »

If Book Then

Non potremmo essere più soddisfatti del successo di If Book Then, il workshop internazionale dedicato al futuro dell’editoria digitale ideato da Bookrepublic in collaborazione con 4IT Group. Internazionale non solo per gli speaker ma anche per la provenienza degli iscritti: dall’Europa (Svezia, Germania, Olanda, Spagna, Regno Unito, Slovenia), dagli Stati Uniti e dal Canada.

Raccogliamo qui tutti i riferimenti al convegno: articoli, post, presentazioni messe a disposizione dagli speaker. Salvate il post tra i preferiti se volete tornare a darci un’occhiata in futuro: lo terremo aggiornato man mano che verranno prodotti nuovi materiali. Se ci è sfuggito qualcosa o se avete intenzione di scrivere di If Book Then segnalatecelo, e vi aggiungeremo alla lista dei contributi.

Stampa in rete:

Blog:

Twitter:

@ifbookthen è il canale ufficiale. Attraverso l’hashtag #ibt11 potete recuperare e continuare a seguire tutte le conversazioni sull’evento. Di seguito i profili dei relatori attivi sul social network:

Presentazioni:

Scritto il: 4 February 2011 | da: | Categorie: Eventi, Su di noi | Tags: , , , , , | 2 Commenti »

Bookrepublic su Bluefire: uno sguardo più da vicino

Proprio il giorno di Natale vi raccontavamo del nostro approdo su Bluefire, l’applicazione per dispositivi Apple (per ora, è in fase di sviluppo anche la versione per Android) per leggere ebook (in ePub o PDF). Vogliamo adesso mostrarvi alcune delle potenzialità dell’integrazione di Bookrepublic tra le librerie presenti nel reader.

All’avvio l’applicazione si apre sulla vostra biblioteca (be’, questa è la nostra, con qualche 40k!). Per accedere allo store di Bookrepublic via Bluefire dovete toccare su “Get Books”:

Tra gli store internazionali vedete Bookrepublic. Basta un tocco per accedere allo store e navigarlo comodamente dall’interno dell’applicazione stessa:

La Homepage di Bookrepublic su Bluefire vi dà la possibilità di accedere ai titoli presenti sullo store attraverso diverse modalità: i titoli in primo piano (le copertine nella parte alta della finestra in “Scelti per voi”), l’elenco degli editori, le categorie e i generi letterari, le classifiche (quella generale e quella degli editori indipendenti). Se dovesse servirvi è prevista anche una sezione di “Aiuto e Faq”.

Quello che più ci piace, però, è la possibilità di farvi navigare con semplicità tra le nostre proposte di lettura. Mentre scriviamo questo post le nostre proposte riguardano, tra le altre, i classici in ebook, il nucleare, la Shoah.

Quando vi trovate su una scheda libro (come quella nell’immagine che segue) avete a disposizione diverse informazioni sul titolo. Se deciderete di acquistarlo sarà sufficiente toccare il prezzo per essere reindirizzati alla relativa scheda sullo store online (si aprirà il browser del dispositivo), completare la procedura d’acquisto e scaricare il libro scelto che potrete aprire direttamente con Bluefire dall’allegato che riceverete via email dalla nostra libreria online.

Bluefire funziona perfettamente con ePub protetti da Adobe DRM. Se hai incontrato problemi con questo tipo di ebook puoi dare un’occhiata tra le pagine di aiuto su Bookrepublic.it, nella sezione ereader | iPad e iPhone, alla domanda “Il mio iPad/iPhone è compatibile con Adobe DRM?” Per qualunque dubbio o difficoltà contattaci: saremo felici di aiutarti.

In rete su Bluefire:

Scritto il: 31 January 2011 | da: | Categorie: Su di noi | 5 Commenti »

Una bussola per tenere il passo

Tenersi informati sulle novità dell’editoria digitale può diventare un lavoro a tempo pieno: le sfaccettature dell’argomento sono tali e tante che è facile sentirsi disorientati. Come fare allora per riuscire a non perdere la bussola? Proviamo a darvi qualche suggerimento.

Dove informarsi?

L’habitat naturale dell’editoria digitale è la Rete. Possiamo trovare diversi tipi di fonti di informazione, con gli stili comunicativi più disparati: scegliamo quelli che si adattano di più alle nostre esigenze del momento, a seconda del tempo che abbiamo per leggere e della specificità di quello che abbiamo bisogno di conoscere.

Scegliere i campi di interesse

Certo, la tentazione di tenersi informati su tutto è forte. Ma diciamoci la verità, anche a scuola avevamo la nostra materia preferita. A qualcuno interesserà sapere tutto degli esperimenti editoriali digitali, ad altri avere informazioni precise sull’andamento del mercato, altri ancora vorranno seguire le discussioni più tecniche. Nessuno di questi argomenti prescinde dagli altri, ma per essere davvero informati su qualcosa occorre concentrare l’attenzione su un campo specifico e provare a seguirlo su più fronti.

Robe da smanettoni (lo dice la categoria del post!)

Diciamo che ci interessa in particolar modo tenerci informati sugli aspetti produttivi degli ebook (sì, lo ammetto, ho voluto giocare in casa). Da dove cominciare? Ecco alcuni spunti.

BLOG | Esistono diversi blog dedicati agli aspetti tecnici della produzione. Vorrei segnalarvene due in particolare:

  1. blog.threepress.org: threepress è una società specializzata in servizi e produzione di software per l’editoria digitale, con un’attenzione spiccata verso gli standard e il software open source;
  2. pigsgourdsandwikis.com: il blog di Liz Castro, esperta autrice di bestseller su HTML, XHTML e CSS, e al centro di utilissime discussioni tecniche riguardo i formati degli ebook, ePub in testa.

Per non rischiare di dimenticarvi di leggere l’ultimo post del vostro blog preferito vi consiglio di scegliere un buon client rss: qui trovate un elenco dettagliatissimo da cui scegliere.

TWITTER | Seguire le conversazioni tecniche su Twitter è uno dei metodi più efficaci per rimanere davvero informati sulle ultime novità. Avete diversi modi per farlo:

  1. hashtag: ce ne sono diversi interessanti. Uno dei più utili è senza dubbio #eprdctn che raduna link, problemi e soluzioni espressi in 140 caratteri;
  2. liste: possono essere un modo molto semplice per seguire un insieme di persone che parlano di argomenti comuni. Potete seguire quelle create da altri utenti simili a voi, ma la maniera più efficace è costruire le proprie seguendo la specificità degli interessi personali;
  3. installare un client: così come è facile dimenticarsi di controllare gli aggiornamenti dei blog preferiti, anche per Twitter e gli altri social network è molto utile appoggiarsi a un client che si occupi di avvisarci ogni volta che ci sono nuovi messaggi riguardo gli argomenti che seguiamo. Hootsuite e TweetDeck sono due ottimi esempi.
Scritto il: 16 December 2010 | da: | Categorie: Robe da smanettoni | Tags: , , , , | 0 Commenti »

Librerie condivise, ovvero uno standard per i cataloghi

Come abbiamo già avuto occasione di osservare, gli standard sono le lingue comuni che facilitano gli scambi e la portabilità dei file da un sistema di lettura a un altro, e permettono di creare un universo complesso all’interno del quale ciascun lettore può scegliere secondo le proprie esigenze e i propri gusti.

Se molti conoscono lo standard per gli ebook, l’epub, non tutti hanno sentito parlare dell’Open Publication Distribution System (OPDS), per la gestione di cataloghi di contenuti digitali. Questo permette di aggregarli e distribuirli a prescindere da quale sia la fonte e quale il destinatario, e indipendentemente dal formato o dal sistema di lettura. Si tratta di una tecnologia basata sull’Atom Syndication Format e ha tra le sue priorità la semplicità e la velocità.

L’OPDS deriva dal formato per i cataloghi utilizzato per la prima volta su Stanza, uno primi software di lettura ad affermarsi tra i dispositivi mobili: fin da allora lo standard aveva iniziato a dimostrare le sue enormi potenzialità per la distribuzione e l’accesso ai contenuti digitali anche in condizioni particolari di connettività e di prestazioni dei dispositivi.

Per gli editori i cataloghi OPDS offrono nuove possibilità di distribuzione e promozione. Mark Coker, fondatore di Smashwords, apprezza la semplicità di arrivare su applicazioni, dispositivi e librerie online rendendo disponibile il catalogo di oltre 18.000 titoli per milioni di lettori; Dave Thomas, co-fondatore di Pragmatic Programmers, dice

The OPDS Catalogs specification is a major step forward in opening up the distribution of electronic media to a broader world—publishers and readers can interact directly via the web and via reading devices to ensure that the most up-to-date content is available in real time.

Dal punto di vista dei lettori le prospettive aperte dall’OPDS sono per certi versi molto più “creative”. Vi suggerisco di dare un’occhiata alla brillante presentazione di Hadrien Gardeur, co-fondatore di Feedbooks.com, in occasione di Books in Browsers.

Se vi interessa approfondire il discorso dal punto di vista tecnico potete leggere le specifiche, consultare la pagina realtiva su Google Code oppure seguire le discussioni su Google Groups.

Scritto il: 8 November 2010 | da: | Categorie: Robe da smanettoni | Tags: , , , , , , , , | 0 Commenti »