App o Web app, that is the question

A partire dal febbraio 2011 Apple ha iniziato a cambiare le regole del gioco per le applicazioni con all’interno link che puntavano a siti esterni per l’acquisto di contenuti: le transazioni devono passare per l’In-App Purchase pagando ad Apple, che in questo modo le gestisce, il 30%.

Giornali e librerie sono tra i primi a dover modificare le loro applicazioni: Kobo annuncia in luglio – dopo aver eliminato il link alla libreria all’interno della sua app – di lavorare a una Web app in HTML5, così da aggirare la restrizione di Apple. Amazon informa i lettori attraverso i suoi forum, e rilascia Kindle Cloud Reader: ancora una Web app.

Che sia calcolato oppure no, la decisione di Apple ha spinto i distributori di contenuti a trovare nella tecnologia delle Web app soluzioni alternative, normalmente affidate alle applicazioni native. Di cosa si tratta? In due parole, le Web app sono applicazioni accessibili attraverso un browser e richiedono una connessione a Internet per la maggior parte delle loro funzioni. Le applicazioni native si acquistano (o si scaricano gratuitamente) attraverso uno store e si installano sul dispositivo: la connessione è necessaria al momento del download ma il funzionamento offline è più semplice.

Si dibatte molto intorno alla scelta tra applicazioni native e Web app. L’osservazione sarà banale ma repetita iuvant: la decisione non va presa a priori pensando che una tecnologia sia migliore dell’altra, ma in base alle effettive esigenze e funzionalità che si stanno cercando.

Le Web app aprono scenari interessanti, per esempio, proprio per l’eCommerce sui dispositivi mobili: su Mashable possiamo leggere Native App vs. Web App: Which Is Better for Mobile Commerce (ma vi consiglio di osservare l’intera Mobile App Trend Series, per ampliare le prospettive sull’argomento).

Come commento alla decisione del Financial Times di sostituire l’applicazione nativa per iPad con una Web app Matt Legend Gemmel spiega in un post i pro e i contro delle due tecnologie (App vs. the Web). Un articolo non altrettanto recente ma utile per completare il quadro lo leggete su A List Apart: App vs. the Web, di Craig Hockenberry, autore di iPhone App Developement, per O’Reilly (qui la traduzione italiana).

BONUS

Scritto il: 14 September 2011 | da: | Categorie: Robe da smanettoni | Tags: , , , , | 0 Commenti »

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Ciao [nome di amico a piacere]! Ma sai che ti pensavo giusto l’altro giorno? Stavo leggendo [nome di libro a piacere] e c’è un [personaggio/luogo/situazione]… be’, insomma: era impossibile non pensare proprio a te! Devi leggerlo anche tu!

Conversazione a caso, colta in un momento qualunque.

Non c’è niente di meglio che il consiglio di un buon libro da parte di un amico. O di un libraio. O di qualcuno con sufficienti doti empatiche da capire cosa può farci piacere leggere in un certo momento della nostra vita. Consigli, suggerimenti, proposte; se vi sentite esotici chiamatele suggestions. Quello che conta è che un discreto numero di varie entità (persone, librerie, servizi) fanno a gara per orientarvi nello sterminato universo dei libri. Ma attenzione: siete incappati nella categoria “Roba da smanettoni” di questo blog. E quindi no, non mi aggiungerò alla folta schiera di suggeritori di letture.

Trasferite sul Web le dinamiche del passaparola sul libro. Pensate a Goodreads, Amazon; Anobii, se pensate in italiano… (come? Qualcuno ha detto Zazie?). Le decisioni di acquisto si prendono molto più in base ai consigli di altri lettori con gusti simili – di loro ci fidiamo, mica vogliono venderci niente – che alle proposte generiche che cercano di accontentare il palato di tutti, mentre per il nostro manca sempre quel pizzico di sale. Ci piace ricevere un consiglio fatto apposta per noi, non per noi e il numero più ampio possibile di persone.

E quindi, su siti come quelli, curiamo con amore le nostre biblioteche, gironzoliamo in quelle dei nostri vicini, facciamo tendere a infinito le liste dei desideri. Bellissimi sistemi, quelli basati sulle social recommendations, sui consigli altrui. Mettono, come si dice, “l’intelligenza degli utenti nell’interfaccia”, e permettono di creare servizi molto più efficaci partendo dal basso – gli utenti – anzi che gestire l’informazione dall’alto. Aggiungiamo a questo il potere degli algoritmi, mescoliamo bene e otterremo suggerimenti calibrati a puntino su di noi, in base al nostro comportamento da lettori.

La tecnologia fa buona parte del lavoro, e senz’altro servono menti sveglie per impiegarla in modo che semplifichi la vita al lettore. Ma è sempre una parte: uno sforzo condiviso con gli utenti che sfamano l’algoritmo goloso di informazioni perché le restituisca in forma di suggerimenti mirati. E se ci fosse un sistema per lasciar fare tutto alla tecnologia?

Ci prova BookLamp. Se n’è parlato parecchio lo scorso periodo: si tratta di cercare di definire il DNA del libro per aiutare i lettori a scoprire nuovi titoli. Se volete capire meglio come funzioni potete andare a vedere le loro Faq oppure leggere l’approfondimento su Mashable.

BookLamp.org è la faccia pubblica del Book Genome Project, fondato dagli studenti dell’Università dell’Idaho nel 2003 e ha come obiettivo identificare, tracciare, misurare e studiare le caratteristiche che compongono un libro attraverso dei calcoli. Esistono altri siti che consigliano libri, ma tendono a essere legati a dati inseriti dagli utenti o a meccanismi social. BookLamp è differente, perché analizza realmente il testo del libro.

Vi consiglio di leggerlo tutto, l’articolo di Laura Hazard Howen. Poche righe dopo, Aaron Stenton, CEO di BookLamp, aggiunge che se ci è piaciuta una torta al cioccolato e vogliamo trovarne un’altra con lo stesso sapore avremo bisogno non solo di conoscere gli ingredienti, ma anche le dosi e il procedimento per prepararla. Altrimenti detto: mi piacciono i libri con il 10% d’azione, il 30% di romanticismo, il 30% di battute argute e il 40% di personaggi femminili (ehi, ehi, un momento: qualcosa non torna.). Aritmetica a parte spero sia chiaro il punto: quanto più precisa può essere la tecnologia nel suggerirci il libro giusto? Certo, il patto è uno solo: che funzioni maledettamente bene.

Il vantaggio di suggerimenti derivati da una ricerca nel libro è che non sono influenzati dalla popolarità: Amazon, per esempio, inserisce tra i suggerimenti i libri più popolari, selezionandoli prima tra quelli più venduti poi tra quelli che riscuotono più attenzione da parte degli utenti (stelline attribuite, recensioni, like, discussioni nei forum…). Per ovviare all’inefficienza di questo sistema ha lanciato dei progetti editoriali (AmazonEncore, per esempio), in cui seleziona i titoli con alto gradimento degli utenti ma con scarso riscontro di vendite.

In un sistema come quello elaborato da BookLamp il suggerimento è dettato da una profonda analisi del contenuto: è il libro a parlare, non ciò che gli succede intorno. Il punto critico è già stato messo in evidenza: può un sistema essere sufficientemente profondo da mettere in luce tutta la complessità di un libro? Pandora per la musica è un servizio eccellente, ma una traccia audio e un testo sono così simili da poter portare agli stessi risultati?

Su BookLamp ci sono ancora pochi editori per capire davvero la portata del sistema. Ma vi consiglierei di non distrarvi troppo, nel frattempo che aspettiamo che ne arrivino altri.

BONUS TRACKS

No, se sono stata abbastanza chiara a questo punto non direte Last.fm.

Scritto il: 6 September 2011 | da: | Categorie: Robe da smanettoni | 0 Commenti »

Riprende ABC ebook!

Qualche novità per i nostri corsi ABC che riprendono a partire dal 7 giugno: trovate le pagine dedicate alla formazione qui sul blog, anzi che sul sito dedicato agli eventi come per i precedenti appuntamenti.

Di che si tratta?

ABC ebook è dedicato a chi vuole avvicinarsi all’editoria digitale partendo dalle basi: un corso di poche ore per mettersi in tasca le informazioni principali e un po’ di strumenti utili per costruire il proprio metodo di produzione, con attenzione particolare al formato epub.

Pensato per un gruppo ristretto di partecipanti in modo da lasciare più spazio possibile a domande e curiosità, il corso è aperto a editori e addetti ai lavori, con diverse quote di partecipazione. Per tutte le informazioni su costi e modalità di iscrizione consultate questa pagina. Per altri dubbi o chiarimenti non esitate a contattarci!

Ecco il nuovo calendario dei corsi:

Scritto il: 19 May 2011 | da: | Categorie: Eventi | Tags: , , , , , | 0 Commenti »

Lista dei difetti degli ereader (per consumatori, editor, editori e designer perspicaci)

Traduzione dall’originale

The ereader incompetence checklist (for discerning consumers, editors, publishers and designers)

di Craig Mod, craigmod.com, Ottobre 2010

Non faccio che ripetere la stessa conversazione. Comincia con:

“Non ti piace l’app di Wired per iPad? Perché? È così [aggettivo positivo].”
“Be’, per dirne una: non è neppure testo…”
“Ma è proprio uguale alla rivista di carta!”

Arrivati a questo punto parto con il mio monologo sugli artefatti, il testo digitale e su cosa dovremmo aspettarci dalle nostre esperienze di lettura digitale.

La battuta finale è questa: la maggior parte delle nostre esperienze di lettura sono decisamente brutte. E molti di noi non se ne accorgono.

L’iPad è ancora un bambino – ha appena sei mesi! – per cui ci troviamo chiaramente ancora in una fase di sviluppo e sperimentazione. Ma ho la sensazione che molti lettori, autori, editor ed editori non siano pienamente in grado di valutare la loro esperienza di lettura digitale. Mi piace sempre dare un seguito online ai miei discorsi, quindi considerate questo come il seguito di quello che avrei fatto se ci fossimo incontrati di persona.

Per poter valutare qualcosa ci serve un titolo. Dei criteri. Degli standard. Dei parametri. Degli obiettivi. Vediamo di stabilirli insieme. (Vi prego, aggiungete i vostri nei commenti).

Dal mio punto di vista, la prima domanda che mi pongo provando un nuovo software di lettura è: l’esperienza è “migliore” di quella che avrei su un browser?

Con la frenesia dell’inventare nuovi “contenitori” per leggere sui tablet, sembra che abbiamo dimenticato che i browser sono maledettamente adatti per il testo. Grazie all’accessibilità e agli sforzi compiuti per la standardizzazione, sono diventati degli efficaci motori di rendering1.⁠ E la tipografia migliora ogni istante di più2.⁠ Leggere una pagina web su un tablet potrà non essere perfetto, ma converrete che risponde alla maggior parte dei nostri obiettivi sull’esperienza di lettura digitale e dei criteri di accessibilità.

Il che ci porta a una domanda scontata: se la maggior parte dei software di lettura non offre una migliore esperienza su del semplice HTML e CSS, perché così tanti editori stanno reinventando la ruota3?⁠

La lista dei difetti:

Prendi il tuo iPad, apri la prima applicazione per leggere libri, riviste o contenuti in genere che ti capita sotto mano e rispondi alle seguenti domande:

  • Sto leggendo del testo? Se il testo nel tuo ereader non è testo ma al contrario un’immagine (.jpeg, .png, etc) allora, per la miseria, il tuo ereader ha un difetto.

Tutto il resto si sviluppa a partire da qui.

  • Il mio ereader rende il testo meno accessibile per chi ha problemi di vista? Se è così, mi dispiace amico, il tuo software ha un difetto (ed è una testa di cazzo).
  • Puoi copiare il testo? Se non puoi, il tuo software ha un difetto.
  • Puoi ridimensionare il testo? No? Difetto. (Vedi alla voce “accessibilità”).
  • Hai una pubblicazione ricca di testo come “The New Yorker”? Ogni singolo numero della tua rivista è inutilmente pesante (500mb e oltre al mese)4?⁠ Difetto e sciatteria5.⁠
  • L’esportazione in PDF del tuo contenuto porta a un’esperienza di lettura sostanzialmente simile a quella del tuo ereader? Un PDF probabilmente sarebbe addirittura meglio (zoom, ricercabilità, vero testo)? Allora il tuo ereader è afflitto da confusione oltre che avere un difetto.
  • E, ancora una volta, la lettura di quel contenuto in un browser, con dei buoni margini e dimensioni di carattere appropriate, sarebbe un’esperienza migliore, più accessibile, più dinamica? Se è così, perché quel contenuto non è distribuito in quel modo?

In più, penso che il parametro successivo diventerà progressivamente sempre più importante nella nostra esperienza di lettura:

  • Esiste un modo in cui puoi fare facilmente riferimento al tuo contenuto all’interno del tuo ereader (URL, etc)?

Molti di questi parametri sono relativi all’accessibilità. Trovo terribile i più blasonati ereader (come le app di Wired / New Yorker / Time magazine) facciano a meno dell’accessibilità propria del testo digitale. Certo, questa è una fase di transizione, ma perché non partire subito con il piede giusto? Il testo digitale non è lo stesso artefatto del testo stampato. Non trattiamolo allo stesso modo.

Finché questi aspetti non miglioreranno, continuerò a leggere quei favolosi lunghi articoli del New Yorker via Instapaper⁠6, grazie.

Cosa cercate voi in un ereader?

1 http://lostworldsfairs.com/

2 Typekit for iPad

3 Prima che mi facciate venire il mal di testa ricordate che sto semplicemente suggerendo che i sistemi di lettura potrebbero basarsi su piattaforme aperte come webkit. Che non è la stessa cosa di dire che tutte le esperienze di lettura si debbano svolgere su una pagina web. Anziché avviare il vostro esclusivo motore di rendering – che tenderà a somigliare a un visualizzatore per PDF monco o a qualcosa di fatto con Adobe Director – costruite qualcosa a partire da quanto di meglio è già in circolazione. Tutto quel lavoraccio è stato già fatto da qualcun altro! E a voi non resta che impacchettare e vendere i prodotti finiti. Enhanced Editions è un esempio perfetto di ereader che si comporta in questo modo.

4 Condé Nast’s iPad Apps Are Too Portly. Blame Adobe. — Peter Kafka, 28 Settembre 2010

5 Il testo digitale è *leggero*. Altamente comprimibile. In altre parole: trasferibile. Molto più di video, audio o immagini. La maggior parte dei consumatori preferirebbero avere supplementi video anche piuttosto pesanti in streaming dalla rete piuttosto che vedere lo spazio sui propri device divorato. (E per 5$ a numero, speriamo che quel costo riguardi qualcosa di più dello spazio di pochi video allegati.)

6 Instapaper è probabilmente la mia esperienza di lettura digitale preferita. Layout semplice, pulito. Basato su HTML, margini e corpo del testo adattabili. Tutto il contenuto basato su pagine web che puoi linkare! È fantastico e un grande obiettivo a cui gli altri ereader dovrebbero aspirare.

(Traduzione di Letizia Sechi)

Scritto il: 5 May 2011 | da: | Categorie: Contributi, Robe da smanettoni | Tags: , , | 2 Commenti »

Bestiario del libro che evolve

Dall’originale A Bestiary of the Evolving Book, di Joseph Esposito su The Scholarly Kitchen (11 gennaio 2011).

Traduzione di Letizia Sechi.

“Bestiario del libro che evolve” è stato pubblicato ormai qualche mese fa. Anche se alcuni riferimenti sono oggi superati (difficile non considerare Nook simile a un tablet) rimane valida l’analisi dei diversi possibili contenitori per l’editoria digitale e delle diverse tipologie di libro che interessano.

Al giorno d’oggi ci piace pensare ai libri come qualcosa di distinto dai loro contenitori, nonostante la loro forma specifica sia data dal fatto di essere costruiti (letteralmente) all’interno di un piccolo blocco di carta stampata. Così il testo dell’ultimo libro di Jonathan Franzen o le Confessioni di Sant’Agostino possono essere trasferite dalle edizioni di Macmillan o Penguin o Oxford e riversati in nuovi contenitori: iPad, Android, l’ultima versione di Kindle. È come se il testo fosse puro spirito e il libro fisico le sue spoglie mortali. Mettendo da parte il libro fisico, liberiamo il testo, che può così determinare la propria forma e il proprio significato. Che capolavoro è il libro, come è simile a Dio nell’intendimento!

Questo non è esatto. Nonostante ci sia di più in un libro rispetto al mero contenitore (è più importante il contesto, come ha osservato Brian O’Leary nella sua eccellente analisi)1, la creazione di un testo è  un dialogo tra le idee e le parole dell’autore e i limiti imposti dal suo contenitore. Alcune idee sono ottime per i libri, alcune per i giornali, altre per le riviste, altre per le performance teatrali: ci siamo concentrati talmente tanto a fare ipotesi sui contenitori che abbiamo dato per scontato le idee. Non c’è da meravigliarsi, quindi, se il compito di creare una nuova forma di pubblicazione adatta a un dispositivo mobile o a un ereader dedicato può sembrare scoraggiante. Quali sono le regole? O, parafrasando Robert Frost, come possiamo giocare a tennis senza la rete?

Le “regole” sono ciò che riconosciamo come “affordance”, le caratteristiche funzionali  che una determinata forma rende possibili. (Usare il termine “affordance” contravviene alla mia regola personale di non scrivere mai una parola che non riesco a pronunciare.) Così, i film di Hollywood si prestano all’essere visti su schermi giganteschi e ora anche in 3D; i film indipendenti a basso budget si vedono bene anche nel piccolo schermo di un televisore, per gentile concessione di Netflix. (Per un’ulteriore analisi del medium di carta stesso, vedete “The Myth of the Paperless Office” di Sellen e Harper.) Pensate alla vostra esperienza. Vorreste stipare il vostro gruppo rock, amplificatori e tutto, nel vostro dormitorio? O preferireste una spaziosa sala da concerto o uno stadio? Se i giorni in cui suonavate la chitarra sono ormai lontani, immaginate la sfida di inserire tutte le informazioni associate al genoma umano in un Mac. Il problema di mettere i libri fuori dai loro contenitori è che i libri sono i loro contenitori. Passare da un contenitore all’altro può essere scomodo; provate a leggere un PDF di un articolo accademico su un iPhone o pensate agli adattamenti dei vostri romanzi preferiti sul grande schermo. Povera, povera Jane Eyre.

Oggi, con l’enorme crescita degli ebook, dovremmo pensare all’affordance dei vari contenitori. Ho detto “cominciare” perché le categorie che sto per elencare sono certamente incomplete, e si potrebbe ben argomentare che alcune di queste dovrebbero essere fuse assieme.

Il libro istituzionale. Comincio da qui, nonostante il libro istituzionale fosse con noi anche prima dell’esplosione degli ebook con Kindle. Si tratta di un facsimile (o giù di lì) di un libro stampato. Di solito è un PDF e lo si visualizza su dispositivo Read the rest of this entry »

Scritto il: 28 April 2011 | da: | Categorie: Contributi | Tags: , , , , , , | 0 Commenti »

Ripensare la casa editrice

Traduzione dall’originale

Rethinking the Publishing Company

di Kassia Krozser, Booksquare, 14 Settembre 2010

Traduzione di Letizia Sechi.

Sono convinta che noi tutti abbiamo un’idea chiara di come appaiano gli editori oggi. La gerarchia e le posizioni sono diventate comode, prefissate. Una specie di confortevole pigiama di flanella. Questo non significa che non cambi mai niente; voglio dire, chi indossa lo stesso pigiama per sempre? E, se parlaste con le persone del mondo dell’editoria, verreste a sapere che quei comodi pigiami sono consumati in alcuni punti, hanno qualche buco, ma nonostante questo sono troppo familiari per essere messi da parte.

Ora l’analogia viene meno, soprattutto perché nonostante io sia sicuramente capace di parlare di pigiami con grande autorità, dovrei parlare piuttosto di nuove professioni e nuove competenze per le case editrici del 21esimo secolo (e oltre!). È un mix di temi di cui ho discusso altre volte (così come altri), cose su cui ho rimuginato e cose su cui sto ancora ragionando.

Nota: ci sono già editori là fuori che stanno mettendo in pratica nuove cose, assumendo nuove risorse e ripensando il proprio mestiere. Li adoro. Li adoro. Li adoro.

Seconda nota: queste non sono posizioni di una singola persona. Sono competenze. Sono intessute nel lavoro stesso.

Sviluppo del progetto

Non c’è niente da fare, il cambiamento più coinvolgente interesserà le redazioni. Saranno loro a continuare ad acquisire, sviluppare, redazionare e portare al successo progetti grandiosi. Non ci sono dubbi su questo. Non pensate di salvarvi così facilmente dagli incontri per l’acquisizione dei diritti.

Comunque, anche gli editor dovranno cambiare il modo in cui pensano ai – e non c’è altra parola per dirlo – progetti. Ci saranno libri a forma di libro. Ci saranno stravaganze multimediali. La tipologia di progetto influirà sul prodotto finale. Proprio come gli autori e gli agenti stanno cominciando ad allargare la propria prospettiva per i lavori che stanno vendendo, allo stesso modo, e sempre di più, questo accadrà per gli editor. Si tratta di testo, di una community web, di un’applicazione, di un’esperienza interattiva, viva? O una combinazione di più elementi tra questi?

La differenza chiave tra un libro enhanced/transmediale/mettete-qui-la-vostra-parola-alla-moda e un libro con giusto un pizzico di marketing in più è il modo in cui vengono approcciati sin dal primo giorno all’interno della casa editrice. Gli elementi aggiuntivi devono essere pianificati e logici. Questo richiede una precisa visione già in fase di strutturazione del contenuto. L’editor del futuro considererà cosa è necessario per l’opera piuttosto che cosa è necessario per il formato, e quell’editor avrà bisogno di considerare gli elementi aggiuntivi per ogni libro pubblicato, decidendo se saranno effettivamente rivoluzionari o un mero espediente di marketing, caso per caso.

Il nostro editor veramente moderno andrà talvolta sotto il nome di project developer. Esattamente. Già oggi i libri sono progetti. Acquisizione, editing, illustrazioni e copertina, produzione, marketing… tutti questi aspetti sono parte del prodotto finale che chiamiamo libro. Questo progetto deve guidare l’intero processo, come una visione forte. Un’idea incompleta o parziale è la garanzia per il fallimento.

C’è bisogno che qualcuno sia responsabile per tutti gli aspetti che riguardano il libro – qualunque forma assuma – dal principio alla fine. Questo è vero in modo particolare se il libro sta prendendo la direzione di un progetto transmediale. Nessuno – nessuno! – ha una visuale complessiva migliore sul progetto dell’editor che l’ha ideato. È un lavoro differente. È un lavoro di visione.

Nota: il materiale del marketing, tutte quelle interviste con l’autore, ricettine e contenuti recuperati alla bell’e meglio, sono solo questo, materiale del marketing. Non confondetelo con altro, perché i vostri lettori non lo faranno. Read the rest of this entry »

Scritto il: 27 April 2011 | da: | Categorie: Contributi | Tags: , , , , , , , , , , | 0 Commenti »

Competenze per lo scrittore moderno

Dall’originale The Business Rusch: Modern Writer Survival Skills (Changing Times Part Eighteen), 16 Febbraio 2010, di Kristine Kathryn Rusch.
Traduzione di Letizia Sechi.

Stavo per intitolare questa puntata “Scrittori principianti Parte Terza”, ma ho pensato che quel titolo sarebbe stato troppo esclusivo. Perché tutti gli scrittori avranno bisogno dell’insieme di competenze che vado a descrivere di seguito per percorrere i cambiamenti nell’editoria.

La mia sfera di cristallo si rifiuta di dirmi se sia meglio o no per gli scrittori principianti continuare a bussare alle porte della Grande Editoria o andare per conto proprio. Come molti commentatori hanno osservato nelle scorse settimane, non si tratta di una scelta esclusiva, per nessun genere di scrittore. In questo momento sto percorrendo entrambi i sentieri: lavoro a delle novità per grandi e piccoli editori con cui collaboro. Sto anche ristampando tutto il mio catalogo, il che aiuta i nuovi titoli, e viceversa.

Sospetto che sia questo il modo in cui funziona. Ma eventi come il fallimento di Borders di questa settimana mi rendono nervosa. Borders ha presentato richiesta di amministrazione controllata attraverso un piano di riorganizzazione. In altre parole, Borders spera di sopravvivere al cambiamento. Ma se guardate a Borders più nello specifico, realizzerete quanta “speranza” ci sia in questo. Leggete questo articolo prima di commentare qui sotto sui problemi di Borders, perché The Wall Street Journal ha fatto un buon lavoro sabato (prima che la notizia fosse ufficiale) nel delineare tutti i problemi che Borders ha avuto, e la maggior parte di questi non hanno niente a che fare con gli e-readers e tutto invece con una gravissima cattiva amministrazione per più di dieci anni.

Molti editori hanno continuato a spedire titoli a Borders durante tutto il periodo dei problemi finanziari e stanno adesso reclamando centinaia di migliaia di dollari che Borders non è in grado di pagare e potrebbe non esserlo mai. Senza nemmeno pensare a che cosa accadrà ai distributori, verso cui Borders ha debiti ancora più alti.

L’implosione di Borders avrà un effetto a catena nei confronti della Grande Editoria: qualunque azienda che stesse lavorando su margini stretti avrà bisogno o di un’iniezione di contante o dell’aiuto delle sue aziende satelliti (che potrebbero tagliare le perdite) oppure non riuscirà a mantenere gli affari. Vedrete gli effetti nei prossimi sei mesi, indipendentemente da ciò che succederà a Borders.

Gli editori con cui ho parlato e che fanno parte della Grande Editoria dicono che stanno lottando per sostituire le entrate provenienti dalle librerie fisiche con quelle provenienti dagli ebook. Non è un rapporto paritario, ma la crescita degli ebook a fronte del declino delle librerie fisiche aiuterà moltissimo a sopravvivere quelle aziende satelliti di cui parlavo poco sopra.

Perché mi preoccupo dello spostamento da un modello all’altro dal momento in cui dico che la Grande Editoria sopravviverà a questi cambiamenti? Perché quando dico questo, sto parlando della Grande Editoria come di una singola entità. In realtà non lo è affatto. È composta di molte case editrici,  con modelli di business molto diversi. Nell’affrontare il cambiamento, alcuni gruppi editoriali che sono parte della Grande Editoria perderanno. Altri avranno dei vantaggi. È così che funziona, che ha sempre funzionato e che funzionerà.

Se non capite questo o se siete uno di quei profeti di sventura che ancora pensano che la Grande Editoria collasserà, allora per piacere tornate a leggere i miei precedenti post a riguardo, tanto per avere un ordine di grandezza per quanto sto dicendo. Ho già usato l’analogia con la TV, prima d’ora: ho detto che i network non avrebbero chiuso per via dell’ascesa della TV via cavo, nonostante il loro audience si sia notevolmente ridotto.

Ma in un commento, la scorsa settimana, credo di aver usato un’analogia migliore. L’industria del cinema e della televisione non sono implose per l’avvento di YouTube. Adesso quelle stesse industrie usano YouTube a loro vantaggio. Provate a pensarla in questi termini.

Quindi, se non credo che la Grande Editoria (l’entità) collasserà, allora perché mi preoccupo delle ripercussioni finanziarie causate da Borders e dall’inevitabile perdita di alcuni distributori? Perché i libri di alcuni scrittori saranno schiacciati dalle bancarotte degli editori, e questo, amici miei, sarà orribile. (E no, quelle clausole sulla bancarotta nei vostri contratti probabilmente non vi proteggeranno anche se i giudici decidessero di onorarle, cosa che probabilmente non faranno.) Prevedere quali editori declineranno è pressoché impossibile, ma se siete preoccupati dal rimanere intrappolati in questo meccanismo, allora rivolgetevi solo alle aziende davvero grandi, quelle che hanno alle spalle una struttura internazionale. Quella struttura chiuderà o venderà le parti che non portano più soldi, anzi che dichiarare bancarotta. Saranno le aziende di medie dimensioni che potrebbero avere dei problemi nella Grande Editoria.

Oppure no.

Dipende tutto da quanto velocemente le case editrici saranno in grado di muoversi nel mondo digitale e – ancora più importante – quanto sono e sono state distribuite bene le loro risorse economiche interne. E questa è roba che voi, scrittori, non sarete in grado di capire finché non saranno fatti degli annunci. (Per altri problemi che verranno fuori durante la bancarotta di Borders, vedete sul blog di C.E. Petit.)

Certo, questi stessi argomenti potrebbero essere utilizzati per le start-up che lavorano nell’editoria digitale, anche se i siti di accesso per arrivare a Kindle o Pubit vi permettono di non fare tutto il lavoro. Quei siti sono persino più incerti perché nuovi, e spesso proprietà di una sola persona o poche, che potrebbero essere in grado come non esserlo di dirigere gli affari.

Quindi… credo che ciò che voglio dire a questo punto sia: l’Incertezza comanda, in questo momento. E l’incertezza favorisce un certo tipo di figura, quella che è in grado di fare la lista di cose che sto per elencare. Read the rest of this entry »

Scritto il: 20 April 2011 | da: | Categorie: Contributi | Tags: , , , , , | 8 Commenti »

Ibis Reader

Ibis Reader (sviluppata da Threepress Consulting) è un’applicazione gratuita per leggere ebook in formato ePub disponibile per smartphone, netbook e computer. Registrandosi al servizio permette di salvare la propria biblioteca online e accedervi in ogni momento. Permette di leggere anche offline e funziona senza bisogno di scaricare o installare niente. Attenzione però: potete leggere solo ePub non protetti con Adobe DRM.

Per aggiungerla tra le applicazioni del vostro iPhone, per esempio, dovete semplicemente andare sulla homepage del sito e seguire il link per la versione iPhone / Android. Da lì occorre toccare la voce “Aggiungi a Home” per avere Ibis Reader pronto sul vostro smartphone.


Toccando l’icona comparsa sulla Home (ricordatevi che potete anche deciderne il nome) avvierete l’applicazione: fatto il login avrete accesso ai titoli che avete caricato nella vostra biblioteca. Potete personalizzare la vostra esperienza di lettura scegliendo tra i diversi font a disposizione, modificando la dimensione del carattere o il contrasto dello schermo. Ibis Reader ricorda la pagina in cui vi siete fermati nella lettura e vi permette di aggiungere segnalibri (basta un tocco in alto a destra sulla schermata che state leggendo). Il supporto di VoiceOver per iOS è già attivo e in continuo miglioramento: l’attenzione all’accessibilità e la scelta di HTML5 come base tecnologica del reader ne fanno uno dei migliori esempi in circolazione per la lettura digitale.

Scritto il: 14 April 2011 | da: | Categorie: Robe da smanettoni | Tags: , , , , , , | 1 Commento »

Tutto scorre

Una delle prime cose che ci viene ricordata appena abbiamo a che fare con certi formati per gli ebook (ePub e mobi, per esempio) è che le pagine non esistono più. Questo perché la loro prima caratteristica è la riadattabilità allo schermo del dispositivo su cui leggiamo, che mostra tanto testo quanto può contenerne la finestra del software di lettura, a seconda – per esempio – della dimensione del carattere che abbiamo scelto per leggere. La pagina fissa scompare permettendo al testo di adattarsi alle nostre preferenze: per questa ragione sono detti formati fluidi.

Vi sarà capitato di notare l’indicazione di un numero di pagina accanto o sotto il testo dell’ebook. Ma come, non abbiamo appena detto che la pagina non esiste più?


Nelle immagini vedete rispettivamente una schermata catturata da Bluefire (per iPhone) e da Adobe Digital Edition: entrambe riportano un’indicazione di numero di pagina relativa alla porzione di testo mostrato. Nel primo caso si tratta di un calcolo fatto sulla base della quantità di testo contenuto nella schermata secondo le preferenze impostate (dimensione del carattere, interlinea, rientri e spaziature del testo…): se cambiamo le preferenze la proporzione si adatterà di conseguenza. Nel secondo invece abbiamo la sensazione di un numero di pagina “fisso”, in qualche modo ancorato al testo: la definizione di questa “ancora” non dipende dall’ePub ma dal sistema su cui lo stiamo leggendo. In entrambi i casi questo avviene sfruttando il metodo proprietario di Adobe e non secondo alcune possibilità previste (ma scarsamente supportate) dall’attuale standard ePub [1].

Torniamo alla contraddizione: se la pagina non esiste perché ostinarsi a cercare di indicarla? Ci sono diverse buone ragioni, a seconda del libro di cui si tratta. Passatemi l’inglese e lasciatemi parlare di “non-fiction”: in questi casi sembra evidente che il numero di pagina è fondamentale per poter citare con precisione il testo, in ambito accademico, per esempio. Ma anche per la narrativa c’è più di un buon motivo che rende utile il numero di pagina: a seconda del punto in cui mi trovo rispetto al numero complessivo di pagine posso capire il modo in cui si sviluppa la narrazione, mi aspetto più o meno a breve degli sviluppi nella trama o la soluzione di un mistero. Per non parlare della semplicità con cui posso condividere il punto in cui si trova il mio passaggio preferito con un amico. [2]

All’inizio di febbraio, Amazon ha rilasciato un aggiornamento del software per Kindle che prevede, tra le altre novità, l’indicazione nell’ebook del numero di pagina della rispettiva edizione cartacea, per trovare una soluzione al problema dei riferimenti alle versioni digitali dei libri. Questa scelta ha fatto molto discutere (se non li avete letti ecco il post di David Pogue sul suo blog per il New York Times e un articolo di Charlie Sorrel su Wired; qui invece il post ufficiale sul Kindle Daily Post), ma prima di snocciolare le perplessità ricordiamo esattamente come funziona il sistema: Kindle mostra il numero di pagina dell’edizione cartacea premendo il tasto “menu”, quindi solo su richiesta, e identificando le prime parole della schermata, dando un’indicazione abbastanza accurata della corrispondenza con la versione fisica del libro. Per sapere con quale versione è stata stabilita la relazione si può controllare la voce “Page Numbers Source ISBN” nella descrizione dell’ebook.

E ora i dubbi. Come comportarsi nei casi in cui l’ebook è venuto prima del libro stampato? O se la versione cartacea non esiste affatto? Ma più in generale: potrebbe essere rischioso continuare a stabilire una così stretta relazione tra carta ed ebook? Continuare a riferirsi alle consuetudini della carta non potrebbe inibire la ricerca di soluzioni differenti e più vicine agli strumenti per la lettura in digitale, come per esempio dei sistemi che permettano di collegare un ebook a un altro, anzi che continuare a trattarli come sistemi chiusi? [3] Il progetto “Real Page Number” non oscura il vero problema, ossia la ricerca di un metodo nuovo per referenziare i testi fluidi? [4]

Ho detto che avrei parlato di dubbi, non di risposte. Di queste ne discutiamo insieme nei commenti?

[1] Nella versione 3.0 dello standard la possibilità di indicare riferimenti precisi all’interno dell’ePub sarà meglio definita, come si può leggere nella bozza delle specifiche.

[2] Vi ho sentiti! “È un ebook, il mio passaggio preferito lo posso twittare e il mio amico lo sa in tempo reale!” È senz’altro una possibilità. Ma non avete solo amici che vivono connessi come voi, credo, no? È davvero un caso così inverosimile?

[3] Se vi sentite abbastanza smanettoni vi suggerisco la lettura di un vecchio post di Keith Fahlgren “Developing an EPUB Linking specification“, su questo punto.

[4] Pare che non ci fossero punti di riferimento fissi nei rotoli manoscritti. Si faceva riferimento al testo citando le prime poche parole del passaggio in questione. Il che, a pensarci bene, suona molto vicino al twittarne i primi 140 caratteri. Guardate qui (ma c’è il trucco: hanno numerato le colonne).

Scritto il: 6 April 2011 | da: | Categorie: Robe da smanettoni | Tags: , , , , , , , , | 7 Commenti »

TOC Bologna 2011

How do you want the child to feel when he touches the screen and something happens?

Deborah Forte – Scholastic

Sul Tools of Change organizzato come evento inaugurale della Children’s Book Fair di Bologna avete probabilmente avuto già modo di leggere parecchio, ieri. Un grande successo per la prima italiana dell’evento organizzato in collaborazione con O’Reilly Media: posti esauriti più di una settimana prima della conferenza, grande attenzione internazionale sul futuro dell’editoria per ragazzi.

La parola chiave? App. Tanto che Brian O’Leary ha rassicurato il pubblico dicendo “Questa è una presentazione app-free!”. Ma, note di colore a parte, il tema è stato così bene analizzato da permetterci di ragionarne sotto diversi aspetti.

Mentalità: bisogna fare il salto

La vera chiave, il motivo della citazione di apertura di questo post. L’unico modo di avvicinarsi all’editoria digitale è quello di esserne parte come lettori, prima di tutto. Nessuno si sognerebbe mai di pubblicare dei libri di carta senza averne mai tenuto uno in mano. Eppure, nella declinazione digitale di questo mestiere, non si hanno le idee chiare perché gli editori per primi non sono lettori. Come è possibile progettare un’applicazione senza averne mai usata una, senza capire come funziona e cosa si desidera che faccia?

L’innovazione, ci ricorda Deborah Forte, deriva dalla riflessione sul prodotto editoriale e sui modi che troviamo per metterlo in relazione con il suo pubblico. Ci devono essere delle ragioni molto precise per cui un certo contenuto assume una forma digitale e non un’altra: trovare queste ragioni è l’evoluzione del mestiere dell’editore. Rispondete alla domanda: le funzionalità della vostra applicazione aiutano e aggiungono valore per i vostri lettori?

Un esempio pratico? Deb Gaffin ha raccontato come durante la stesura progetto editoriale di un’applicazione gli sviluppatori siano parte della squadra, nel caso di Nosy Crow, con la loro esperienza e le loro competenze. Fanno parte del processo creativo: è l’unico modo per uscire dal meccanismo dell’adattamento in digitale di contenuti pensati per supporti diversi.

Il lettore come prima cosa

L’editoria digitale riavvicina editore e lettore: non lo si ripeterà mai abbastanza. Per sfruttare questa occasione bisogna sapersi muovere in un ambiente diverso, meno familiare per un editore tradizionale, e conoscerne gli strumenti: il Web. Dove si trovano i lettori in rete? È lì che dobbiamo andare a parlargli, non possiamo aspettarci che siano loro a venire da noi.

Il Web ha creato un mondo in cui non ascoltiamo più gli esperti ma le opinioni dei nostri pari, dice Kate Wilson. Le recensioni e le preferenze espresse da loro sono molto più importanti nella decisione di acquisto di un ebook, almeno il doppio rispetto al libro di carta.

In questo contesto, il gratuito e l’economico sono fondamentali: le persone hanno bisogno di provare l’esperienza di lettura a cui andranno incontro prima di spendere dei soldi per acquistarla. Questo punto è condiviso da più parti: insieme a Kate Wilson anche Deborah Forte sottolinea che non solo l’anteprima gratuita è uno dei maggiori vantaggi del digitale, ma rappresenta un modo per creare conversazione sul contenuto.

Ma, soprattutto, non si può pensare che il lavoro finisca con la realizzazione del prodotto, che sia un’app o un ebook. Bisogna seguirlo, alimentare le conversazioni che produce, capire come le persone lo usano. Bisogna, ancora una volta, stare dove stanno i nostri lettori, anche dopo l’acquisto. Chiamatelo “social publishing”, come suggerisce Aaron Miller.

Altri temi, in pillole:

Costi: sviluppare un’app non è economico, ma soprattutto, in un mercato così altalenante non è chiaro quale sia il giusto prezzo. La risposta sta nel cambiamento della mentalità: per capire se il prezzo è giusto bisogna saper attribuire il giusto valore a quel lavoro. Così come sappiamo quando il tipografo ci vuole imbrogliare.

Mercato: i ragazzi leggono libri digitali? Non è la nuova versione delle pecore elettriche, ma una domanda a cui alcune statistiche AIE possono dare delle risposte (le presentazioni saranno disponibili nelle prossime settimane, potrete consultare i dati con precisione). E i bambini, sono incuriositi, spaventati, confusi dall’editoria digitale? Un’idea possiamo farcela con il video mostrato da Kat Mayer.

Menzione speciale

Le ultime righe per uno speaker e un’idea.

Lo speaker: Laura Donnini, Mondadori. Uno degli interventi più brillanti della giornata: esperienze concrete, difficoltà e progetti realizzati. “Pensate sia stato semplice? Non lo è stato.”, dice schietta. La via è stata la costruzione di una squadra adatta: figure giovani, disposte ad acquisire nuove competenze, con gli occhi puntati allo stesso tempo su tecnologia e contenuti.

L’idea: non si può fare editoria senza divertirsi, senza passione. Questo concetto prescinde ogni formato. Qualcosa in cui, senza dubbio, ci riconosciamo.

Scritto il: 28 March 2011 | da: | Categorie: Eventi | Tags: , , , , , , , , , , | 1 Commento »