Lucio Magri, “un dirigente politico e un uomo di cultura che faceva della coerenza esistenziale e dell’unità tra fare e pensare un tutt’uno” (L’Unità), “amato e odiato, ma sempre al centro della scena, alla sinistra della sinistra”, è morto con “un gesto dissacrante e dirompente da grande laico, con un gesto privatissimo, custodito nel cuore protetto di una comunità di amici e compagni frequentata per una vita” (Il Fatto quotidiano).
Noi vogliamo salutare il fondatore del Manifesto con le parole con cui egli introduce Il sarto di Ulm, la sua ricostruzione di mezzo secolo di storia italiana segnata dalle scelte, secondo lui sbagliate, di un partito che ha deciso di morire nel xx congresso del 1991, segnando l’irrecuperabile perdita di un patrimonio politico, organizzativo e teorico quale era il PCI. Poche parole che però sottolineano l’intelligenza brillante di un uomo che non potremo dimenticare.
In una delle affollate assemblee che dovevano decidere se cambiare nome al Pci, un compagno rivolse a Pietro Ingrao una domanda: «Dopo tutto ciò che è successo e sta succedendo, credi proprio che con la parola comunista si possa ancora definire un grande partito democratico e di massa come siamo stati, ancora siamo e che vogliamo rinnovare e rafforzare per portarlo al governo del paese?».
Ingrao, che già aveva ampiamente esposto le ragioni del suo dissenso da Occhetto e proposto di seguire un’altra strada, rispose, scherzosamente ma non troppo, usando un famoso apologo di Bertolt Brecht, Il sarto di Ulm. Quell’artigiano, fissato nell’idea di apprestare un apparecchio che permettesse all’uomo di volare, un giorno, convinto di esserci riuscito, si presentò al vescovo e gli disse: «Eccolo, posso volare». Il vescovo lo condusse alla finestra dell’alto palazzo e lo sfidò a dimostrarlo. Il sarto si lanciò e ovviamente si spiaccicò sul selciato. Tuttavia – commenta Brecht – alcuni secoli dopo gli uomini riuscirono effettivamente a volare.
Io, che ero presente, trovai la risposta di Ingrao non solo arguta, ma fondata. Quanto tempo, quante lotte cruente, quanti avanzamenti e quante sconfitte, furono necessari al sistema capitalistico – in un’Europa occidentale all’inizio più arretrata e barbarica di altre regioni del mondo – per trovare alla fine una efficienza economica mai conosciuta, darsi nuove istituzioni politiche più aperte, una cultura più razionale? (…) Se dunque la storia reale della modernità capitalistica non era stata lineare, né univocamente progressiva, anzi drammatica e costosa, perché dovrebbe esserlo il processo del suo superamento? Questo appunto voleva significare l’apologo del sarto di Ulm.
Tuttavia, scherzosamente ma non troppo, proposi subito a Ingrao due interrogativi che quell’apologo, anziché superare, metteva in luce. Siamo sicuri che il sarto di Ulm, se fosse sopravvissuto storpiato alla rovinosa caduta, sarebbe rapidamente risalito per riprovarci, e che i suoi amici non avrebbero cercato di trattenerlo? E comunque, quel suo azzardato tentativo, quale contributo effettivo aveva portato alla successiva storia dell’aeronautica? Questi interrogativi, in relazione al comunismo, erano particolarmente pertinenti e ostici. (…)
Vent’anni dopo, questi interrogativi non solo non hanno trovato una risposta, ma non sono neppure stati seriamente discussi. O meglio, delle risposte le hanno trovate in una forma molto superficiale e dettata dalle convenienze: abiura o rimozione. Un’esperienza storica e un patrimonio teorico che hanno segnato un secolo sono stati così affidati, per usare un’espressione di Marx, alla «critica roditrice dei topi», che come si sa sono voraci e, in un ambiente adatto, si moltiplicano velocemente.
Il sarto di Ulm. Una possibile storia del PCI di Lucio Magri è oggi disponibile a soli 3€ grazie al bookpack in collaborazione con l’Unità, che comprende anche Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas.
Scritto il: 30 November 2011 | da: daria | Categorie: Store | Tags: Lucio Magri, PCI, PSI | 0 Commenti »
Lascio il libro aperto sulla famosa pagina di Matteo, la leggo con calma, come se fosse la prima volta:
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati i miti, perché a essi sarà data la terra. Beati quelli che sono nell’afflizione, perché essi saranno consolati. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché essi saranno saziati».
Chiudo gli occhi e provo a immaginare la scena. Gesù è seduto su un’altura. Respira. Butta lo sguardo su una vallata che si sta riempiendo di gente. Molti sono attratti dal suo parlare chiaro e dritto al cuore. Seduti attorno a lui ci sono i discepoli, amici che trascorrono la giornata da compagni fedeli della sua missione e che ora pendono dalle sue labbra. Il discorso verte sulla felicità e perciò interessa tutti senza distinzioni.
Diventano protagonisti i poveri, i tristi, i desiderosi di giustizia e molti volti dei presenti vibrano di emozione: «Si parla di noi!». Il discorso non prende una piega demagogica, ma vira paradossalmente, in un modo che non lascia indifferenti gli ascoltatori. Non lascia indifferente neanche me, mentre oggi leggo questa pagina!
Come mai Gesù si congratula con i poveri, i disperati, gli emarginati, gli oppressi? Il loro disagio è ingiusto e c’è poco da essere felici. Però quella folla rimane ferma, ascolta, si sente interpretata, perché non coglie umorismo in quelle parole, né l’insopportabile mistica della povertà fine a se stessa. Vi trova invece una promessa di liberazione e riscatto, un regno di giustizia annunciato.
Quindi penso a me, avvolto nel silenzio di una domenica mattina di dicembre, in una casa dove abitano più di cento persone. I felici di cui dice il Vangelo. Non so sciogliere certi nodi dell’esistenza segnata dall’ingiustizia, ma sono sicuro che la felicità di questi poveri è contagiosa. Io la sento sempre più forte, nel pieno dei miei sessantacinque anni, e non potendola spiegare in astratta teoria, provo a raccontarla.
Ho scritto la trama dei miei quarant’anni di vita sacerdotale, che rivedo nel silenzio di questa piccola cappella. La felicità è il filo rosso della mia ricerca. In tutti i momenti nei quali l’ho sentita più viva c’erano loro, i beati della pagina di Matteo, a regalarmi un frammento della loro vita che restituiva senso pieno alla mia.
Con queste parole, così semplici e così toccanti, don Virginio Colmegna introduce il suo racconto di vita, una testimonianza di autentica esperienza cristiana, in cui l’amore per se stessi si intreccia con l’amore per il prossimo fino a fondersi in un unico Amore, l’amore di Dio.
Questo amore si fa prassi e diventa sostegno per i bisognosi, servizio, dono.
Una vita colma di un valore raro, una biografia da non perdere.
Non per me solo è oggi disponibile a soli 3€ grazie al bookpack in collaborazione con l’Unità, che comprende anche La leggenda del santo bevitore di Joseph Roth.
Scritto il: 29 November 2011 | da: daria | Categorie: Store | Tags: don Virginio Colmegna | 0 Commenti »
Pino nei cantieri ci era cresciuto, insieme a suo padre:
Mi piaceva l’odore, la gente che ci lavorava, vedere che le cose crescevano giorno dopo giorno grazie alla fatica di molti. Mi piaceva soprattutto l’aspetto imprenditoriale del mio lavoro, essere parte attiva della costruzione di un progetto, di un mondo, contribuire alla creazione di qualcosa tenendo tutto sotto controllo, seguendo ogni singola fase di lavoro.
Ma non era un “cantiere a tutti i costi” quello che gli era stato insegnato:
Mio padre era una persona buona ed era un gran lavoratore; per questo lo rispettavano, per l’onestà e la correttezza. Lo chiamavano il «papà dei poveri», perché quando poteva aiutare qualcuno lo faceva senza pensarci due volte. (…) Facevamo lunghe discussioni sulle cose che andavano cambiate. Siamo cresciuti con certi valori, ma vedevamo attorno a noi la speculazione e alcune situazioni che proprio non ci piacevano: come mai a Serra risultavano tutti agricoltori e prendevano i contributi, ma non c’era nessuno che zappava la terra? O perché c’erano decine e decine di forestali e poi, d’estate, i nostri boschi andavano sempre a fuoco senza che nessuno intervenisse?
Con questa mentalità Pino si è trovato ad affrontare una scelta che gli ha cambiato la vita per sempre. Nei panni di uno degli imprenditori edili più importanti della Calabria, se avesse accettato quei soldi avrebbe permesso ai suoi figli di godersi l’agio di una vita fatta di comodità e privilegi. Ma il prezzo era troppo alto e quell’agio avrebbe avuto un’ombra inaccettabile: la compromissione della sua coscienza morale.
Così, insieme alla moglie, ha scelto per i propri figli la fatica e l’impegno della dignità. E l’ha pagata cara.
Ti senti mancare la terra sotto i piedi quando ti accorgi che per salvare la vita tua e quella della tua famiglia non è sufficiente nascondersi dalla ’ndrangheta che ti cerca: devi guardarti anche dallo Stato che dovrebbe proteggerti.
In Organizzare il coraggio, Pino e Marisa Masciari, giovani genitori di due bambini piccoli, ci raccontano in prima persona come la loro vita è cambiata e a quale calvario sono andati incontro quando hanno deciso di rompere la regola del silenzio e fare i nomi. Un calvario intricato in cui le omissioni dello Stato pesano forse anche più delle minacce della ‘ndrangheta.
Organizzare il coraggio è oggi disponibile a soli 3€ grazie al bookpack in collaborazione con l’Unità, che comprende anche Guerra e Pace di Lev Tolstoj.
Scritto il: 28 November 2011 | da: daria | Categorie: Store | Tags: 'ndrangheta, Masciari | 0 Commenti »
I due bookpack di questo week end ci parlano di un’attualità fatta di diritti violati, di chiusura mentale, di diversità.
Da un lato la tematica femminista, evocata dai ricordi di una Marisa Rodano “che c’era” e non nasconde la propria preoccupazione di fronte a una nuova generazione di donne che non riesce a cogliere il valore di una lotta storica, sepolta dietro diritti tutt’altro che naturali:
Oggi, dopo molti anni, riprendo in mano quelle vicende lontane. Con questi materiali vorrei offrire un’idea del processo di conquista dell’identità e autonomia da parte di quel movimento per l’emancipazione delle donne che nasceva, alla fine degli anni quaranta, dalla lotta di Liberazione nazionale, ma che ignorava tutto, dopo la rimozione del ventennio fascista, degli eventi e delle gesta del femminismo italiano del primo Novecento. Sono spunti e documenti per comprendere le alterne vicende del rapporto difficile e contrastato tra quel movimento di emancipazione e i partiti protagonisti della storia repubblicana – in primis il Pci e il Psi e la Dc, non più presenti, in quanto tali, sulla scena politica italiana. E insieme vorrei anche dar conto del faticoso emergere, nella coscienza delle donne italiane, uscite dalla Seconda guerra mondiale, della consapevolezza dei loro diritti. (…)
Un resoconto parziale, ma non solo perché limitato; parziale anche nel senso che è «di parte», della parte di chi ha condotto una battaglia politica e ideale in cui credeva profondamente, ma che – è quasi inevitabile – tende ad attribuire alla propria azione un valore assai maggiore di quello che vi attribuirebbe un osservatore esterno.
(Marisa Rodano, Memorie di una che c’era, Il Saggiatore)
Dall’altro lato le storie di immigrati di seconda generazione, accettati come forza lavoro ma emarginati come persone e tagliati fuori dalla vita civile del nord-est italiano, così come lo racconta Toni Fontana nel suo “L’Apartheid“, introdotto da Walter Veltroni:
La verità è che integrazione e legalità, multiculturalità e sicurezza, vivono insieme. Insieme stanno. Insieme cadono. I punti da affrontare, i nodi da risolvere, riguardano dunque non il ‘se’, che è ineludibile, ma il ‘come’. Come costruire comunità inclusive, dove ogni individuo che qui è nato o che qui vive, che qui lavora e che qui aspira a crescere i propri figli, sia un soggetto riconosciuto come cittadino, come persona che possiede dei doveri e dei diritti. A cominciare da quello del voto alle elezioni amministrative, ad esempio, perché la libertà e la democrazia o sono di tutti o sono un privilegio.
La risposta, insomma, io credo non stia nella semplice e relativa tolleranza, che non nega le differenze ma in fondo auspica che ognuno rimanga quel che è. Così si rischia la logica del ghetto. E non credo stia nemmeno nella logica dell’assimilazione, che vorrebbe rendere gli immigrati simili a noi, negando le differenze. Così non si arriva a una vera cittadinanza comune. Il cammino da compiere è appunto quello dell’integrazione, del riconoscimento non solo della dignità ma anche della libertà dell’altro, e della sua piena partecipazione alla vita della polis.
(Walter Veltroni nella Prefazione a L’apartheid. Viaggio nel regime di segregazione che sta nascendo nel Nord-Est, di Toni Fontana)
Due libri per riflettere su che cosa vale la pena sacrificare e per che cosa vale la pena combattere, come al solito ciascuno a 3€ insieme a un grande classico. Scopri quale e goditi la lettura.
Scritto il: 26 November 2011 | da: daria | Categorie: Store | Tags: apartheid, femminismo, Marisa Rodano, Toni Fontana | 0 Commenti »
Il 25 Novembre l’ONU ci invita a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della violenza contro le donne. 
La storia di Irene, quella che ci racconta Cristina Obber ne La ricompensa, non è solo una storia di violenza.
È forse prima di tutto questo che bisogna capire quando si cerca di parlare alle donne e all’intera società civile di un tema così complicato. Se i media raccontano di casi di violenza domestica, di stalking, di aggressioni, di stupri, di omicidi, tutti i riflettori sono puntati sull’atto violento. La donna si appiattisce a vittima, l’uomo a carnefice. Non che non lo siano, ma il rischio è una caricatura in cui la vita non si rispecchia. Il mondo appare semplice quanto tremendo, e nessuno da casa si riconosce in quelle storie: “non a me”.
La ragione è che dentro le mura domestiche una storia di violenza non è quasi mai solo una storia di violenza. Tante volte è anche una storia d’amore, quasi mai è una storia isolata. Si intreccia con tante altre storie, più o meno belle, più o meno confortanti. Uno dei molti pregi del libro di Cristina Obber è proprio la profondità delle vicende narrate, costellate di vivissimi personaggi dalle molteplici sfaccettature. Personaggi veri.
Innanzitutto Irene. Fin da bambina sveglia e indipendente, tra i suoi fratelli era la più indisciplinata, quella che “a volte faceva apposta a sbagliare per mettere in crisi suo padre. Aveva sempre mostrato un carattere deciso; alle superiori era stata attivista del movimento studentesco, in ospedale era subito entrata nel sindacato. Non aveva paura di niente e di nessuno, e da quando papà non c’era più, alle cose importanti della famiglia pensava sempre lei.”
Ora ha quarant’anni e vive cercando alcune volte di soffocare, altre volte di ascoltare “una latente percezione di solitudine” che forse non la abbandonerà mai. Quando ricorda suo padre “la nostalgia si fa spazio come terra che si schiude all’onda di un sisma”. Ma la delusione che prova nei confronti della famiglia, delle amicizie, del lavoro, si nutre in realtà di “altre incertezze”:
“Succede, a volte, di provare una grande attrazione per qualcuno che poco ha a che fare con i nostri valori, le nostre abitudini, le nostre passioni. Che sia chimica, follia, istinto animale poco importa. Ciò che importa è che spesso, invece di dare alle cose il proprio nome, ci si affanna a interpretarle nel modo più indolore possibile, per non mettere in discussione la propria dignità, per tener fede a dogmi e precetti dai quali ci si sta svincolando, senza volerlo ammettere. (…) Si forniscono alibi, giustificazioni, si cercano attinenze che non esistono ma alle quali ci si aggrappa come polpastrelli in una scalata che renderà difficile sgretolare poi la roccia, pena il precipizio.”
Succede anche a Irene. Irene bella e intelligente, tanto da essere capace di intraprendere “un percorso di autocritica” per ridimensionare la sua “innata presunzione”, quella che l’aveva sempre portata a “guardare con sufficienza tutto ciò che fosse frivolo e popolare”, la sua famiglia innanzitutto. Pierangelo, “il fratello stupido”, forse tanto stupido non è: conosce i suoi limiti e non cerca di essere diverso. Forse anche Consuelo, la Bratz in pelliccia sintetica zebrata fidanzata con Pierangelo, non è quella strega dai capelli rosa che si rifiuta di onorare le regole della casa che la ospita, come Irene è subito pronta a pensare quando la incontra per la prima volta.
E così via, attraverso una galleria di personaggi rumorosi e colorati, umili e generosi, ingenui e affiatati.
Fino a lui, Alfredo. Quello che tutte noi vorremmo che fosse il più meschino degli uomini, e invece forse è solo un uomo. Lui che si scopa la moglie ubriaco, a notte fonda, “fantasticando su due puttane che si è fatto a New York dieci anni prima e che ancora lo raggiungevano quando ne aveva bisogno. Potenza della suggestione, pensava. Potenza di certe troie, ridacchiava con gli amici.” Lui che ha capito perfettamente come gestire Irene:
“Con Irene bisognava diluire. In un litro di silenzio le sue pretese si disperdevano lente, giorno dopo giorno, goccia dopo goccia. La rabbia lasciava spazio a nuove apprensioni che stendevano ligie il tappeto della riconciliazione, nell’attesa di un nuovo incontro.”
Alfredo sa che se fosse sincero con Irene lei lo lascerebbe. E lui non lo sopporterebbe.
“Aveva scelto per entrambi quello che gli sembrava il male minore, sapendo di mentire, illudendosi che se le verità restano pensieri, se nemmeno provi a sussurrarle, perdono consistenza. La verità non svanisce, è roccia, diceva Irene. Ci puoi passare accanto guardando altrove, ma lei sta lì, in attesa che tu appoggi la tua mano per sorreggerti.”
La ricompensa è quello che secondo Alfredo merita Irene.
Ogni sera, per riuscire a dormire, Alfredo fantasticava. Di stendere il cadavere di Irene sul tavolo di una sala operatoria e farla a pezzi meticolosamente e freddamente come in fondo lei aveva fatto a pezzi lui. O di aspettarla sotto casa, nel vano scale, tra le cantine e l’ascensore, per cingerle al collo la stessa cravatta con la quale avevano giocato spesso, a letto. Fantasticava, sulla paura nei suoi occhi, su suppliche e disprezzo, sull’espressione contratta che le avrebbe lasciato sul volto. Fantasticava, e si addormentava sereno.
Scritto il: 24 November 2011 | da: daria | Categorie: Store | Tags: 25 Novembre, Emma Books | 1 Commento »
Questo libro racconta la lunga lotta di un popolo per la libertà e la democrazia. Una lotta che si fonda sulla non violenza e sulla resistenza pacifica, figlie di una cultura buddista e dell’esperienza di altri grandi personalità della storia recente, da Gandhi a Nelson Mandela alle lotte per la democrazia nei Paesi dell’Europa dell’Est.
(dalla Prefazione a Il pavone e i generali, scritta da Savino Pezzotta e Walter Veltroni)
Il libro in causa è Il pavone e i generali. Birmania: storie di un paese in gabbia, un libro di Cecilia Brighi che racconta le vicende del popolo birmano dalla liberazione dal dominio britannico ad oggi. Un oggi di cui fuori dalla Birmania raramente si parla, un oggi contro cui in Birmania si lotta con determinazione attraverso un costante lavoro di sensibilizzazione e resistenza.
L’ignoranza dei molti è ciò che permette a un feroce regime militare di governare da oltre quarant’anni all’insegna dell’ingiustizia e dell’oppressione.
La determinazione di quei pochi che riescono a far sentire la voce della Birmania in tutto il mondo è così sempre più preziosa. Innanzitutto, quella di Aung San Suu Kyi.
La sua tenace, ma «tranquilla» opposizione, è stata e rimane la testimonianza più forte della possibilità di esprimere, anche sotto la più brutale repressione, una profonda coerenza tra i valori per i quali lottare, libertà e democrazia, e i mezzi con i quali battersi. (…)
Una donna che, nonostante le prevaricazioni, le carneficine perpetrate nel corso degli anni nei confronti degli oppositori, ha saputo mantenere intatta la scelta della non violenza, della ricerca del dialogo e della mediazione, tenendo alto il rispetto di sé e del suo popolo.
(Ibidem)
Aung San Suu Kyi è il modello da seguire per le centinaia di migliaia di birmani delle diverse etnie che ogni giorno si battono per la democrazia.
Aung San Suu Kyi è il modello da seguire per i rappresentanti della resistenza democratica, per i dirigenti sindacali, per il movimento degli studenti e per gli esponenti politici delle cui esperienze di vita ci parla Cecilia Brighi.
L’autrice – una sindacalista che da anni si occupa, per conto del Dipartimento Internazionale della CISL, della promozione dei diritti umani e del lavoro, soprattutto in Asia – ha saputo cogliere così in profondità la dimensione di vita di questi episodi, da rendere i suoi protagonisti tanto più reali quanto più è spietato e inaccettabile un regime capace di negare a un popolo il diritto di sognare e di realizzare la propria vita senza paura e senza il peso di costanti minacce, intimidazioni, stupri, arresti, torture.
(Ibidem)
Nonostante la devastante gravità della questione, Cecilia Brighi riesce a costruire una narrazione leggera e facilmente fruibile nello smascherare l’ipocrisia della politica internazionale – che preferisce chiudere gli occhi, delle imprese commerciali – che fanno affari con la giunta militare, e dei Paesi vicini – che temono un effetto domino nel caso si debba scoperchiare il vaso di Pandora birmano.
Il movimento per la democrazia e la giustizia sociale in Birmania, a cui rende omaggio Il pavone e i generali, è stato definito da Savino Pezzotta e Walter Veltroni – primi firmatari in Italia dell’appello internazionale di Monsignor Desmond Tutu e Vacklav Havel, perché la questione birmana venga messa con urgenza all’ordine del giorno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU – “il modo migliore per partecipare alla definizione di una globalizzazione non solo delle merci e di mercati, ma anche dei diritti delle persone e dei popoli”.
Il Pavone e i generali è oggi disponibile a soli 3€ grazie al bookpack in collaborazione con l’Unità, che comprende anche Cuore di tenebra di Joseph Conrad.
Scritto il: 23 November 2011 | da: daria | Categorie: Store | Tags: Aung San Suu Kyi, Birmania, Cecilia Brighi, Savino Pezzotta, Walter Veltroni | 0 Commenti »
Se un giornalista chiede a un esponente della maggioranza quale sia il maggiore problema della giustizia italiana, questi gli risponderà che la magistratura è dominata da una nomenclatura ideologica decisa a ribaltare nelle aule dei tribunali le scelte degli elettori. Se farà la stessa domanda a molti procuratori, gli risponderanno che una parte della classe politica vuole attentare all’indipendenza della magistratura e farne uno strumento del suo potere. Come tutti i luoghi comuni, anche questi possono contenere, soprattutto in alcuni momenti, una parte di verità. Ma questa semplificazione della realtà ha l’effetto di rendere la crisi della giustizia ancora più imbrogliata e indecifrabile. Il problema italiano è certamente quello dei pessimi rapporti che corrono fra politica e magistratura, ma chi riduce la questione al caso Berlusconi finisce per perdere di vista l’esistenza di altri fattori che sono, sui tempi lunghi, ancora più importanti.
(Sergio Romano, Prefazione a In attesa di giustizia. Dialogo sulle riforme possibili, di Carlo Nordio e Giuliano Pisapia, Guerini e Associati)
In attesa di giustizia non è un libro diviso in due parti che raccoglie i diversi punti di vista di due voci autorevoli sul tema della giustizia penale. È un libro che propone un confronto acceso, diretto, un botta e risposta continuo, che guida il lettore in una discesa infernale attraverso casi giudiziari concreti e principi universali che dovrebbero guidare la loro risoluzione, ma che in realtà si scontrano con “le più laceranti contraddizioni di un sistema quasi decrepito”, per usare le parole degli autori.
Il quid interessante è che, nel processo alla giustizia penale, un avvocato politicamente impegnato a sinistra – Pisapia – e un pubblico ministero refrattario a ogni collocazione partitica ma certamente liberale e moderato – Nordio – giungano sorprendentemente alle stesse conclusioni:
«Le pene, per quanto possa sembrare strano, non devono essere aumentate, semmai diminuite» (Nordio)
«Bisogna smetterla con il panpenalismo» e con l’idea di potere risolvere tutto, anche i problemi sociali, con il Codice penale, «è solo propaganda, pericolosa demagogia» (Pisapia).
Anche sulla separazione delle carriere le loro posizioni sono pressoché identiche. Come osserva Sergio Romano, Pisapia non mette in discussione la buona fede dei singoli magistrati, ma non crede che l’arbitro possa indossare «una volta la casacca nera e l’altra la divisa del giocatore». Nordio si spinge più in là e osserva che «il PM italiano è l’unico organismo al mondo che goda di un potere senza equivalente responsabilità».
Certo, qualche divergenza non manca. Ma una soluzione soddisfacente per entrambe le parti sembra possibile, anche leggendo la seconda sezione del libro, più organica e istituzionale, dedicata ai rapporti tra giustizia e politica e alle riforme:
Alcune probabili, altre solo possibili, tutte comunque necessarie. Ogni tanto affiora lo sconforto, motivato dalla consapevolezza del silenzio, per non dire dell’ostilità, con la quale ampi settori della politica e della magistratura guardano alle istanze riformatrici più ragionevoli. Ma alla fine, sul pessimismo della ragione, prevale l’ottimismo della volontà.
In attesa di giustizia è oggi disponibile a soli 3€ grazie al bookpack in collaborazione con l’Unità, che comprende anche Sonata a Kreutzer di Lev Tolstoj.
Scritto il: 22 November 2011 | da: daria | Categorie: Store | Tags: giustizia, Nordio, Pisapia | 0 Commenti »
A quelli e quelle che faranno il secolo che inizia, diciamo con affetto:
Creare è resistere. Resistere è creare.
Chi scrive è Stéphane Hessel, all’età di 93 anni. Nasce infatti nel 1917 a Berlino da un padre ebreo, scrittore e traduttore, Franz Hessel, e da una madre pittrice e melomane, Helen Grund, anch’essa scrittrice.
Come ci racconta il suo editore francese, Sylvie Crossman (le sue parole sono riportate nella Postfazione dell’edizione italiana di ADD Editore), nel 1924 si stabilisce a Parigi con la famiglia e frequenta l’avanguardia parigina, tra cui il dadaista Marcel Duchamp e lo scultore americano Alexander Calder.
Naturalizzato francese nel 1937, viene chiamato sotto le armi e conosce «la drôle de guerre», la strana guerra, vede il maresciallo Pétain svendere la sovranità francese e appoggia De Gaulle attraverso attività di controspionaggio.
Il 10 luglio del 1944, in seguito a denuncia, la Gestapo lo arresta a Parigi: «Non si perseguita chi ha parlato sotto tortura», scriverà nel 1997 in Danse avec le siècle. Alla vigilia della sua impiccagione, riesce in extremis a scambiare la propria identità con quella di un francese morto di tifo nel campo e si dà a una serie di fughe ed evasioni.
Quando finalmente riesce a tornare in una Parigi liberata scrive nelle sue memorie il veterano della Francia libera: «Questa vita restituita, bisognava impegnarla».
Nel 1946 Stéphane Hessel vince il concorso d’ingresso al ministero degli Esteri, intraprende la carriera diplomatica e ricopre il suo primo incarico alle Nazioni Unite, dove entra a far parte della commissione incaricata di elaborare quella che diventerà la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che viene adottata il 10 dicembre 1948 al Palais de Chaillot di Parigi.
Hessel dovrà la sua consacrazione come diplomatico a «quella modifica nel governo francese», scrive ancora «costituita dall’arrivo all’Eliseo di François Mitterrand» nel 1981. «Il quale ha fatto di un diplomatico rigorosamente specializzato nella cooperazione multilaterale, e a due anni dalla pensione, un ambasciatore di Francia.» Hessel aderisce quindi al Partito socialista. «Perché? Prima risposta: lo choc del 1995. Non immaginavo che i francesi fossero così imprudenti da portare Jacques Chirac alla presidenza.»
Ormai in possesso di un passaporto diplomatico, nel 2008 e 2009 si reca nella striscia di Gaza, dei cui abitanti, al suo ritorno, testimonierà la dolorosa esistenza. «Mi sono sempre schierato dalla parte dei dissidenti», dichiara in quello stesso periodo.
È questo l’uomo che, a 93 anni, scrive Indignatevi!, incluso nel bookpack di oggi insieme a I demoni di Dostoevskij a soli 3€.
Scritto il: 21 November 2011 | da: daria | Categorie: Store | Tags: Hessel, indignati, resistenza, Sylvie Crossman | 0 Commenti »
L’effetto collaterale della nostra collaborazione con l’Unità è sempre più prorompente: ogni giorno 2 ebook al giorno, al prezzo di 3 euro. Oltre ai classici della letteratura mondiale di tutti i tempi, titoli dedicati ai temi del presente: sfogliamo insieme quelli di questo weekend…
Essere se stessi nella collettività
Lucrezia Reichlin, confrontandosi con l’esperienza di una madre come Luciana Castellina, individua la ricchezza del diario materno in un “doppio binario”, una sorta di parallelismo tra la Storia universale e quella individuale, che però in ogni vita veramente vissuta diventa un paradossale punto di incontro:
«L’introspezione intima, la ricerca dell’io e della propria identità tipica dell’adolescenza e allo stesso tempo la graduale presa di coscienza di tutto ciò che c’è oltre: la guerra, la persecuzione razziale, la fine di un’epoca e, dopo, con la pace, la scoperta di un mondo piú grande ed evoluto – Parigi, Praga, l’Europa – e quella della società, piú complessa, ingiusta e diseguale di quanto chi racconta non avesse sospettato dall’osservatorio del mondo borghese della sua infanzia. (…)
Qualcuno aveva suggerito che il titolo di questo diario avrebbe dovuto essere “La felicità”. Perché cosa è la felicità se non il percepire questa verità umanistica, per cui si è individui e si può scegliere, ma l’esistenza acquista significato quando si è parte di qualcosa di grande, quando si scopre che si può decidere di partecipare, di essere se stessi nella collettività? Credo che questo diario sia la storia di questa scoperta.»
(Lucrezia Reichlin, figlia di Luciana Castellina, su La scoperta del mondo, Nottetempo – bookpack disponibile dal 18 Novembre al 20 Dicembre)
Piegare le istituzioni
«Non ignoro il peso delle istituzioni, ma nemmeno la necessità di doverle piegare in modo da cambiare le cose. È ciò che mi dà una libertà di parola e una possibilità di prendere le distanze dai mandati che esercito. Fare la professione di politico non ha nessun senso in sé. Considerare la funzione di eletto come una carriera significa dissociarsi molto rapidamente da chi ti ha eletto per cedere ai giochi malsani degli apparati o tentare di ricavarne un vantaggio personale.»
Così Daniel Cohn-Bendit, il leader di Europe Ecologie che, con le parole di Edgar Mori, vuole “introdurre l’ecologia nella politica”. Ci spiega come in uno scritto che propone una via d’uscita alle tre grandi crisi che l’Italia e il resto d’Europa sono ormai costrette ad affrontare: quella ecologica, quella finanziaria e quella sociale.
«La sfida di oggi e per il futuro è favorire l’impollinazione sociale e l’intelligenza collettiva. Per essere prudenti, intelligenti e responsabili quando si interviene nella biosfera e nell’ambito della produzione materiale, sarà necessario in certi casi rinunciare a profitti immediati o a una crescita che provochi contraddizioni o danni irreversibili. Ma una tale decrescita selettiva è immaginabile solo a condizione di un salto qualitativo nel nostro modo di concepire il mondo. La metafora della società polline si applica dunque a due livelli. Da una parte ci rende giustamente consapevoli del funzionamento naturale della società umana nel suo ambiente naturale come in quello intellettuale e culturale. Dall’altra, ci aiuta a comprenderne le eventuali disfunzioni e a modificare a fondo gli strumenti e gli obiettivi che può darsi l’azione pubblica..»
(Daniel Cohn-Bendit, Che fare? Trattatello di fantasia politica a uso degli europei, Nutrimenti – bookpack disponibile dal 19 Novembre al 20 dicembre)
Lo stato d’eccezione
Ansie collettive e paure individuali sono oggi due punti nevralgici su cui la politica fa sempre più leva per legittimare la reintroduzione, integrale o selettiva, dello stato di barbarie. È questo il monito che lancia il grande filosofo Zygmunt Bauman, in un’opera divulgativa che con dovizia storica sviscera “la paura dell’altro” - di cui l’Occidente ha spesso fatto il proprio fondamentale motore di eventi – attraverso l’analisi della nascita e dello sviluppo degli immaginari costruiti attorno al “barbaro”.
«A prescindere dal fatto che lo “stato d’eccezione”, ormai arma sempre più usata dai governi moderni per gestire le crisi, sia collegato o meno all’antica istituzione del iustitium (o, se si vuole dare credito a M. Bachtin, all’incredibilmente simile istituzione medievale del carnevale), è chiaro che esso non si limita più a indicare episodi straordinari d’emergenza. Tutto mostra che esso è sulla buona strada per diventare la nuova quotidianità, “un normale stato di cose”. Nell’attuale fase storica della civiltà, la totale o parziale assenza, sospensione, pigrizia, indifferenza o volontaria inefficacia della legge (a prescindere che sia esercitata, intesa o minacciata), sta diventando uno dei modi più comuni con cui la legge si manifesta.»
(Zygmunt Bauman, Lo spettro dei barbari, Francesco Bevivino Editore – bookpack disponibile dal 20 Novembre al 20 Dicembre)
Scritto il: 18 November 2011 | da: daria | Categorie: Store | Tags: Bauman, Bevivino, Castellina, Cohn-Bendit, Nottetempo, Nutrimenti | 0 Commenti »
Comanda chi conosce più parole. (…) La democrazia esige una certa uguaglianza, per così dire, nella distribuzione delle parole. (…) Con il numero, la qualità delle parole. (…) Le parole, poi, devono rispettare il concetto, non lo devono corrompere.
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Viviamo in una società dove tutto è in vendita, democrazia compresa.
Il governo di molti per funzionare ha bisogno della guida di pochi, ma l’élite tende a trasformarsi in oligarchia, cristallizzandosi. La democrazia non è quindi altro che “competizione tra élites per la conquista del mercato dei voti” (Joseph Alois Schumpeter, Capitalismo, socialismo e democrazia, ETAS, Milano 2001).
La portata universale assunta dalla parola “democrazia” ha come presupposto proprio la sua insignificanza. La democrazia è ideologia.
Le parole della politica sono ambigue (…) perché sono parole del potere e per il potere, sono cioè parole strumentali. Questa ambiguità si constata facilmente proprio con riguardo alla democrazia quando la si definisce, normalmente con aggettivi qualificativi, non come governo del popolo ma come governo per il popolo. (…) In questo semplice scambio di preposizioni sta la capacità mimetica della parola “democrazia”.
Quella capacità mimetica che consente al regime sovietico di definire democratico “tutto ciò che serve agli interessi del popolo” e a quello fascista di autodefinirsi “democrazia organizzata, centralizzata, autoritaria” al servizio della nazione.
In realtà la democrazia è massificazione, mediocrità, edonismo, materialismo, arbitrio e violenza del numero senza qualità.
La Ciropedia di Senofonte era l’etica per il re di Persia; Il Principe di Machiavelli, l’etica del despota rinascimentale; La Politica estratta dalle proprie parole della Sacra Scrittura di Jacques Bénigne Bossuet, l’etica del sovrano delle monarchie assolute. Invece, per la democrazia, sembra che non esista un problema analogo; che i cittadini, una volta diventati tali, da schiavi e sudditi che erano un tempo, siano per natura portati ad essere buoni sovrani di se stessi. Non è affatto così, come sappiamo dalla storia delle democrazie che si sono suicidate democraticamente, cioè attraverso le proprie stesse mani.
La democrazia è un’illusione per cui non vale la pena lottare.
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Contro questi argomenti sono illuminanti le parole di Giorgio Napolitano e di Gustavo Zagrebelsky raccolte nell’ebook di Codice Edizioni L’esercizio della democrazia, oggi disponibile a soli 3€ se acquistato insieme a I Viceré di Federico De Roberto, grazie al bookpack in collaborazione con l’Unità.
Lezioni dall’altissimo profilo istituzionale e giuridico, che vanno dritte al cuore agrodolce di una creatura – con le parole di Gherardo Colombo – “imperfetta, esigente, fragile” come la democrazia, di cui si analizzano le contraddizioni storiche e teoretiche e di cui, al contempo, si denuncia la capitale importanza. Due contributi oggi più che mai irrinunciabili.
«Per consolidare, far vivere e crescere la democrazia in Italia, e in un mondo in così impetuosa trasformazione, bisogna non solo “presidiare” la Costituzione, tutelare e riaffermare i principi e i diritti che essa ha sancito alla luce di dure lezioni della storia; bisogna di continuo calarla nel divenire della società italiana e anche della società internazionale.»
(Lezione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano)
«La democrazia in cui viviamo è come l’aria che respiriamo. Non ci si fa caso fino a quando viene a mancare o diventa tossica.»
(Lezione del Presidente di Biennale Democrazia Gustavo Zagrebelsky)
Tutte le citazioni di questo post sono tratte da L’esercizio della democrazia, disponibile in vendita anche singolarmente.
Scritto il: 17 November 2011 | da: daria | Categorie: Store | Tags: bookpack, codice edizioni, democrazia, napolitano, unità, Zagrebelsky | 0 Commenti »