“È da quando Gutenberg ha inventato la stampa, rendendo libri e tomi scientifici facilmente disponibili ai lettori,
che un’invenzione non trasforma la potenzialità delle persone e il loro accesso alle informazioni come ha fatto Google.”
(David A. Vise, The Google Story, Bantam Dell, New York 2005)
Google oggi è molto più di un motore di ricerca. La sua importanza non si limita al fatto che circa il 75% degli utenti che visitano un sito per la prima volta proviene dai motori e più del 60% di loro sceglie Google.
Google è, oggi, un aggregatore di servizi molto diversi tra loro: Gmail, Google Maps, Google Talk, Chrome, Android, Google Health, Google Books, Google Analytics, Picasa, Blogger, Google Wave, YouTube e Google+ solo per citarne alcuni.
Tutti questi servizi hanno almeno una elemento in comune: sono gratuiti. Potremmo facilmente stupirci di tanta generosità, spinti anche dal motto dell’azienda: Don’t Be Evil. La verità è che nel modello di business di Google, noi utenti non siamo i clienti, bensì i prodotti.
Qual è il modello di business di Google? Una microeconomia complessa (detta Googlenomics), basata sulla macroeconomia del consumo di Internet nel suo insieme, che verte interamente attorno alla pubblicità e funziona grazie ai miliardi di dollari versati da migliaia di aziende in tutto il mondo a Google Adwords, strumento fondamentale del search engine marketing.
Vendere pubblicità non genera soltanto profitto, ma produce anche fiumi di informazioni sugli utenti, sui loro gusti e le loro abitudini, dati che Google incamera e processa per predire il comportamento dei consumatori, trovare modi di migliorare i propri prodotti e vendere ancora più pubblicità.
(Steve Levy, Secret of Googlenomics: Data-Fueled Recipe Brews Profitability)
Che impatto può avere sull’editoria libraria un gigante come Google, che fa i soldi garantendo agli utenti di internet l’accesso gratuito ai contenuti? Quanto può essere disruptive un business in cui gli ebook sono un mezzo per attirare utenti, ottenendo da un lato informazioni su di loro e dall’altro nuovi spazi pubblicitari da integrare in un servizio da vendere agli inserzionisti?
Eppure Google ha deciso di non limitarsi a offrire ai suoi utenti la versione digitale (gratuita e in inglese) di oltre due milioni di libri fuori diritti e si è voluto confrontare con il settore editoriale vero e proprio, inaugurando quello che credo sia il primo servizio a pagamento per gli utenti del colosso di Silicon Valley, in aperta sfida nei confronti di Amazon: Google eBookstore, disponibile per ora soltanto in lingua anglofona sul web e su dispositivi iOS e Android.
Come se non bastasse, in questi giorni è stata lanciata Subtext, l’applicazione gratuita che permette di discutere di un libro con altri lettori all’interno del libro stesso, che dovrebbe essere compatibile con la biblioteca digitale di Google Books, gli ebook di Kobo e gli epub con o senza Adobe DRM (non leggerebbe invece i mobi del Kindle Store di Amazon e i libri di iBooks di Apple).
Chiunque può aggiungere link, immagini, video e aprire vere e proprie discussioni, ma oltre allo svago, l’applicazione potrebbe avere risvolti utili anche in ambito scolastico, grazie alla creazione di gruppi di condivisione composti dagli studenti di una classe, che potranno ora lavorare contemporaneamente a uno stesso testo. Addirittura ogni lettore disposto a dare il suo contributo alla comunità di lettura guadagnerebbe un punteggio.
E indovinate un po’ chi cì dietro Subtext? Tra gli investitori, Google Ventures, Mayfield Fund, New Enterprise Associates (NEA) e Omidyar Network.
Vista l’importanza che sempre di più, anche per Google, hanno i social network nella raccolta di informazioni sugli utenti, non stupisce che l’app che permette l’accesso gratuito a Google Books sia di fatto un’app di social reading. Ma sarà sufficiente per ritagliarsi una fetta di mercato a scapito di Amazon e di Apple?
Scritto il: 26 October 2011 | da: daria | Categorie: Marketing Jokes, Scenari | Tags: amazon, app, apple, google, social reading | 0 Commenti »
“Amazon ha bisogno degli editori
più di quanto gli editori abbiano bisogno di Amazon.”
(An American Editor)
Amazon insegna ai lettori che non hanno bisogno delle librerie e agli autori che non hanno bisogno degli editori. Lo avrete sentito dire (New York Times).
Risale almeno alla scorsa primavera la notizia che Amazon avesse cominciato ad assumere editor e agenti letterari. In particolare, l’ingaggio del veterano dell’editoria americana Laurence J. Kirshbaum ha segnato una svolta.
Larry ha infatti subito portato a casa Timothy Ferriss: Self-Promoter del 2008 secondo Wired, oltre 280.000 followers su Twitter, star del self-help – uno tra i generi più venduti in America – grazie a The 4-Hour Workweek, per 84 settimane nella classifica del New York Times. Dicesi platform.
Jeff Belle, executive di Amazon, lo aveva preannunciato chiaramente:
Larry metterà insieme un team editoriale a New York, e andrà a caccia di nuovi marchi da aggregare sotto l’ombrello di Amazon Publishing, concentrandosi sull’acquisizione di libri di alta qualità che spazino dalla letteratura alla narrativa commerciale, dai temi legati al business fino alla non fiction in generale.
Con l’arrivo di Amazon in Italia, che avrà presto il suo Kindle Store italiano, e la recente accelerazione del suo programma editoriale, i passi di un tale gigante continuano a far tremare la terra.
Da un lato Amazon è visto come il GGG che salva l’editoria da una distorsione creata dagli abusi della grande distribuzione tradizionale, proprio a scapito di quelli che finora erano gli anelli deboli della filiera (autori e lettori). D’altro lato è visto come un Big Brother che, ancora più totalitario di quello orwelliano, impone non solo tre bensì addirittura un’unica linea editoriale al mondo intero.
Possiamo farci un’idea di quanto contrastanti siano le posizioni in merito dando un’occhiata alla dibattito sul tema Amazon farà fuori gli editori?
Una cosa è certa: gli agenti odiano Amazon, e mettono in guardia gli autori che stanno stringendo un “patto con il diavolo” proprio dopo che il diavolo li ha convinti a liberarsi dei loro avvocati:
Oggi a criticare Amazon è persino uno come Andrew Wylie, l’agente più potente d’America, accusato di essere stato il primo a «scendere a patti con il diavolo» quando, l’anno scorso, aggirò gli editori per pubblicare su Amazon gli ebook di autori famosi quali Philip Roth, Norman Mailer e Saul Bellow. Proprio quell’accordo, secondo alcuni, avrebbe creato un precedente pericoloso, che ha spianato la strada all’attuale boom incontrollato di Amazon. (Corriere della Sera)
Gli editori odiano Amazon, e se la prendono con gli autori che “vanno a letto con il nemico”. La Penguin ha reciso il contratto con Kiana Davenport e ha ritirato il suo The Chinese Soldier Daughter dopo che l’autrice ha affidato ad Amazon una raccolta ebook di racconti brevi, Cannibal Nights: «Vogliono dare il buon esempio, se pubblichi con Amazon lo fai a tuo rischio e pericolo».
Le librerie odiano Amazon. Alcune librerie indipendenti americane hanno già dichiarato che non hanno alcuna intenzione di cedere i loro ebook al retailer, che “nessuno di loro darà un dollaro a un’azienda che li sta tagliando fuori dal mercato.” (New York Times)
Addirittura non mancano gli autori che odiano Amazon, come Leora Tanenbaum, la quale sostiene che Amazon sarà un disastro per i lettori (anche se la vera domanda che un autore dovrebbe porsi è: «se la politica di Amazon di abbassare i prezzi continua, ce la faranno gli autori a guadganarsi da vivere?»)
L’odio, si sa, nasce dalla paura. Ma da tutto questo odio si può ricavare qualcosa di buono? Assolutamente sì. La lotta contro Amazon sta insegnando qualcosa. Tre dei maggiori editori americani (Simon & Schuster, Random House e The Hachette Book Group) hanno recentemente affermato che consentiranno ai loro autori di accedere ai dati sulle vendite che li riguardano direttamente online.
L’assenza di una buona comunicazione tra autori ed editori, quindi la scarsità di informazioni in possesso di un autore sotto un contratto tradizionale, è infatti una delle cause che spingono gli autori ad affidarsi ad Amazon.
Abbiamo capito che possiamo dare loro la conoscenza che abbiamo noi.
(Ms. Reidy, chief executive di Simon & Schuster)
Di certo questa mossa non è decisiva per far fronte al gigante, ma non è nemmeno l’unica possibile.
Gli editori hanno a disposizione un’ultima arma, ma non devono avere paura di usarla. È più o meno questo che si legge su An American Editor:
È chiaro che il futuro è degli ebook. Le vendite di ebook sono in crescita, quelle dei tascabili sono in calo e quelle degli hardcover sono stabili. Secondo me gli editori dovrebbero iniziare a togliere ossigeno ai tascabili, ma forse per questo è troppo presto. Se c’è una cosa da fare per cui non è troppo presto, è porre fine alla guerra del formato degli ebook.
In questo caso, con “la guerra del formato degli ebook” si intende sia la questione del formato di base (l’estensione del file) sia il problema dell’applicazione del DRM.
È innegabile che, tra i fattori di freno dello sviluppo degli ebook in Italia, la diversità di sistemi di protezione e la molteplicità dei dispositivi di lettura degli stessi hanno un’importanza preoccupante: disorientano il lettore e gli precludono determinate scelte di acquisto.
Una via per battere il gigante sarebbe quella di uniformare a un unico formato e a un unico sistema di protezione tutti gli ebook disponibili in commercio, a cui tutti gli store (e tutti i dispositivi di lettura) dovrebbero adeguarsi.
A nessuno importa che tipo di DRM viene utilizzato se tutti ne usano uno solo, proprio come a nessuno importa il sistema di protezione dei DVD, perché ne esiste uno unico. (…) Amazon ha bisogno di contenuti per sopravvivere e ha dato inizio al processo di sviluppo di contenuti propri. Proprio perché questo processo è stato appena avviato, è adesso il momento di colpire.
Se esistesse un unico sistema di protezione dei diritti, non esisterebbero problemi di compatibilità quindi quel sistema non sarebbe una limitazione per nessuno. Se gli editori si presentassero uniti di fronte al gigante affamato di contenuti, avrebbero più forza per imporre le loro condizioni e un maggior controllo sui loro libri. Utopia?
Amazon ha bisogno degli editori più di quanto gli editori abbiano bisogno di Amazon. Certo, Amazon ha la più grande fetta di mercato, ma le cose possono cambiare. Gli editori devono solo dimostrare di avere spina dorsale.
Scritto il: 25 October 2011 | da: daria | Categorie: Conversazioni, Marketing Jokes, Scenari | Tags: amazon, drm, kindle | 1 Commento »
È la stampa, bellezza! Quando la stampa – cartacea e non – scrive di libri
É morto più o meno dove è nato e cresciuto, tra Sirte e Misurata, in maniera molto cruenta come ha passato la sua vita. Gheddafi non ha mai conosciuto vie di mezzo e anche la fine è di quelle che passano alla storia. Mi auguro soltanto che per la Libia il futuro sia migliore del passato.
Parola di Pino Scaccia, reporter di guerra del Tg1, che la Libia la conosce bene, così tanto da scrivere un interessante instant book: Shabab. La rivolta in Libia vista da vicino.
É stato un giovane rivoluzionario, “Il ragazzo con la pistola d’oro”, Ahmed Shabani, ad uccidere il colonnello. Perché è proprio la gioventù (in arabo Shabab) la protagonista delle rivolte che hanno scosso i Paesi Islamici di tutto il Mediterraneo, dall’Egitto alla Tunisia, dall’Algeria alla Libia. Rivoluzioni raccontate dal giornalista de La Stampa (inviato in Nordafrica e protagonista di un rapimento in Libia), Domenico Quirico.
In prima linea, Quirico ha seguito fin dall’inizio la rivoluzione araba, rivolta dopo rivolta ha registrato ogni nuova tappa del movimento, ha incontrato protagonisti e ha dato vita a Primavera Araba.
Il suo saggio, scrive La Stampa,
sulla base di un’accurata ricostruzione storica e di uno sguardo colto e curioso, ci offre il primo risultato di questo suo lungo viaggio nella nuova realtà che si va formando, come dice lui stesso, “dall’altra parte del mare”.
Una storia sofferta quella della Libia, come ci racconta GianAntonio Stella in Carmine Pascià (che nacque buttero e morì beduino) attraverso la storia di Carmine Iorio, ripresa da il Sole24Ore:
Nell’estate del ’17, la Libia è una colonia italiana in continua rivolta. Una notte, a Bengasi, il soldato Carmine Iorio si allontana, ubriaco, dall’accampamento. L’indomani si sveglia legato ad un cammello, prigioniero dei libici. Condotto al patibolo, Carmine ha una sola possibilità di salvarsi: combattere al fianco dei ribelli. D’ora in poi, si chiamerà Yusuf el-Muslim e gli italiani saranno i suoi nemici. È attraverso la sua storia che Stella ci racconta alcune delle pagine più nere del nostro colonialismo.
Una buona ricostruzione storica degli ultimi cento anni di rapporti bilaterali tra Italia e Libia (dall’epoca coloniale al Fascismo sino agli sviluppi più recenti) quella di Petrolio, Cammelli e finanza.
Scrive in un’intervista all’autore il giornalista Fabrizio di Ernesto sulla rivista Strategos.
Un saggio che mette in luce i principali interessi economici, energetici e commerciali, che coinvolgono soprattutto l’ENI, all’interno di una ritrovata politica estera dell’Italia sul Mediterraneo che pare riproporre, pur in modalità diverse, la vecchia linea diplomatica adottata negli Anni Ottanta da Bettino Craxi.
È il reportage della Libia del massacro dal giorno 13 marzo al 1 aprile, quello di Libia anno zero. I giorni della rivolta di una popolazione contro un uomo che attacca il suo stesso popolo. Federica Rondino, su Cultumedia Magazine, scrive del libro di Stefano Liberti:
Cronache già pubblicate su “Il Manifesto”, ma che lette una dopo l’altra senza la pausa imposta dall’attesa del quotidiano del giorno dopo, lanciano ancor più la loro forza di immagini, odori e storie di una guerra senza respiri.
Giorni raccontati tra probabili cessate il fuoco – “Mentre lo dicono continuano a bombardare” dice Hussein Madami, un commerciante trentottenne – e attacchi a sorpresa. Tra cadaveri che fanno da manto al terreno e bozzoli esplosi dati come souvenir. “I fucili e i mitra diventano giocattoli”.
Pagine intense scritte con la mano del giornalista che non resta immobile a guardare ma che si inoltra nelle viscere, che vuole conoscere, parlare con le persone che in questa guerra stanno perdendo tutto e dargli voce.
Scritto il: 24 October 2011 | da: francesca | Categorie: Store | Tags: colonnello, ebook, gheddafi, libia, medioriente, primavera araba, shabab | 0 Commenti »
(Questa è la terza puntata di una rubrica – un tentativo di rubrica – che doveva essere un po’ meno carsica, in teoria, ma tant’è. Abbiate pazienza.)
Ogni tanto le schede dei libri, le sinossi, non danno ragione del libro che descrivono. Succede.
(Io ricordo ancora la delusione provata per la bandella svogliata di Denti Bianchi, che non mi pareva corrispondere per nulla al libro che stavo leggendo.)
Nel caso di
Cuore di cuoio, la scheda che circola fa difetto solo perché tronca, per motivi di brevità, l’aletta della prima edizione del 2004, scritta da
Giulio Mozzi per l’uscita del libro nella collana
Indicativo presente di Sironi Editore.
Gli faccio giustizia, e la riporto qui per intero:
La prima cosa bella di questo libro sono i ragazzini. Sono assurdi, sfegatati, monomaniaci, duri, grandiosi: sono come si è, davvero, a quattordici anni, se si è nati e cresciuti (ma non ci si vuole vivere e morire) nel quartiere popolare di una città incastrata tra il mare e la fabbrica.
La seconda cosa bella di questo libro è la lingua. Sì, perché questi ragazzini sono tutti fatti di lingua, i loro corpi, i loro gesti, i loro silenzi, le loro liti, i loro sguardi, il loro sesso: tutto, in questo libro, diventa lingua. Cosimo Argentina è magistrale nel pitturare il racconto e i dialoghi con il dialetto di tutti, il gergo dei ragazzini, lo scolastichese dei professori, il mutismo degli adulti.
La terza cosa bella di questo libro è la storia. Che è la storia di una favola, se volete, di una favola che è lì lì per diventare vera, ma non può diventare vera, perché se hai quattordici anni e giochi a calcio e il presidente della società ti dice che la Juve è “interessata”: be’, lo sai, dentro nel corpo, che tutta la faccenda è una favola, e che non è per te che diventerà vera.
La quarta cosa bella di questo libro sono i balconi con le mamme affacciate; la quinta cosa bella sono i piazzali anonimi dove si gioca a calcio segnando le righe in terra con il tufo; la sesta cosa bella sono le ragazze che ti amano “di brutto” ma tu non puoi, perché a quattordici anni tra il calcio e le ragazze bisogna scegliere; la settima cosa bella…
Ma se leggete il libro, vi rendete conto.
La settima cosa bella è che è tutto vero, e il libro è lettura obbligatissima per tutti quelli che, almeno una volta nella vita, hanno preferito una partita al parco con i compagni all’uscire con una ragazza – per farci poi che cosa, in fondo? – ed essere, come direbbe il mister Cavallo, “al bivio che può decidere una stagione”.
(Le femmine, ricordiamolo, a quell’età son buone per essere chiamate coi nomi delle squadre di calcio straniere – Twente, Stella Rossa di Belgrado, Arsenal, Slavia Praga, Fortuna D. e così via.)
Ha quattordici anni, Camillo detto Krol, gioca in difesa sulla fascia, gli osservatori della Juve lo stanno seguendo. Così parla di sé:
Io sono uno che gioca d’anticipo; spesso entro in spaccata e a volte prendo caviglie e tibie. In qualche caso l’attaccante si fa male, ma fa parte della faccenda. Il pallone è uno sport dove ci si stroppia; se non ce la si sente di giocare in avanti bisogna darsi alla pallavolo o al tennis dove non c’è contatto fisico. Se giochi contro di me però devi sapere che hai al massimo un metro di vantaggio, poi ti piombo alle spalle e sei fottuto. Di solito li prendo.
Cuore di cuoio scivola leggero come un Supersantos sul pelo dell’acqua, in un pomeriggio d’estate, quando il mare è una tavola e il sole è basso; e, più che una canzone di De Gregori, attende la sua occasione per diventare un film di Paolo Virzì, o un spettacolo di Davide Enìa, o comunque per diventare nel tempo un piccolo libro di culto. Ne ha la forza trascinante, il divertimento, l’incanto.
E smentisce il luogo comune che
manchino bei libri italiani sul calcio, e che il “mestiere” vada lasciato solo a spagnoli e sudamericani,
capaci di raccontare il “sogno del calciatore adolescente” o i miti dello sport.
Cosimo Argentina ha poi scritto altro, di calcio, di scuola, di Taranto, ma non solo. Questo, al momento, è il suo solo libro disponibile come ebook, ed è un peccato.
Scritto il: 21 October 2011 | da: matteob | Categorie: Conversazioni, Store | Tags: autori, Birra Raffo, Cosimo Argentina, Erasmo Iacovone, finalmente in ebook, Franco Selvaggi, il post del Bra, Juventus, libri, novità digitali, Sironi Editore, Taranto | 0 Commenti »

Le riflessioni di Art Spiegelman sul futuro del libro pubblicate in un’intervista per Publishers Weekly sono davvero di grande interesse. Artista, vincitore del Pulitzer con la grafic novel Maus, Spiegelman spiega il suo rapporto con il libro di carta e ciò che pensa del libro digitale.
Immaginando la scoperta di un libro di carta nell’umanità del 2300, immersa da qualche centinaio di anni in una cultura completamente digitale, suppone che la reazione potrebbe essere di stupore di fronte alle differenze sostanziali che passano tra l’oggetto fisico del libro per l’organizzazione dei contenuti e qualunque sua versione digitale. “Non sono un luddista, affatto”, dice, “ma ci sono differenze concrete, e penso che quelle siano sostanziali.” Tra queste si sofferma sulla capacità di concentrazione permessa dalla lettura su carta:
Se un libro sarà letto e riletto, ha più senso che sia un libro vero, per via della possibilità di concentrarsi e per quella particolare relazione che stabilisci con le pagine, contrapposta a quella stabilita con lo schermo, basate su una diversa ricompensa. Sull’iPad o sul Kindle ti senti ricompensato dal premere un bottone, è quasi un riflesso pavloviano. È una piccola azione, e c’è sempre un piccolo sbalzo di adrenalina che la sottende. Ma quel sobbalzo è diverso quando sfogli le pagine, è come un sipario che si apre per mostrarti nuove cose.
Ne parlavamo qualche settimana fa, a proposito delle metafore usate per l’avanzamento della lettura digitale. L’esperienza di lettura è così in divenire, ancora, che le opinioni a riguardo sono davvero le più varie.
Per un fumettista l’importanza del formato è altissima:
Non ho mai incontrato un fumettista che non sapesse su che carta stesse per essere stampato il suo libro, o di che dimensioni. È strettamente parte della tua opera. Certo, può essere rimaneggiata e sistemata, se necessario, ma dev’essere fatto per una ragione molto precisa. È parte della narrazione stessa.
“Direi che in futuro il libro si userà per ciò che funziona al meglio in forma di libro”, continua Spiegelman e quest’osservazione, per quanto semplice, è fondamentale. Ci sono diversi tipi di idee che trovano una parte imprescindibile della loro realizzazione nella forma che assumono e il fumetto, la graphic novel, se preferite, è uno di quelli. La creatività degli artisti nell’interazione con le nuove tecnologie per il libro è cruciale per lo sviluppo di nuovi sistemi in grado di riscrivere l’esperienza di lettura e il processo creativo stesso. Per uscire dall’adattamento in digitale del libro di carta ci sarà bisogno di avere a disposizione strumenti soddisfacenti per creare usando nuove forme.
Spiegelman ha pubblicato i suoi schizzi con McSweeney, un editore americano da osservare se si cercano esempi di interpretazione originale delle potenzialità dei diversi formati per l’editoria. Potete scaricare l’applicazione – su dispositivi Apple – e accedere a una serie di contenuti gratuiti. Tra quelli che potete acquistare non ci sono solo libri ma anche storie, come Touch Sensitive di Chris Ware, ideate esplicitamente per iPad, come lo stesso Spiegelman ci racconta nell’intervista.
Scritto il: 19 October 2011 | da: letizia | Categorie: Conversazioni, Scenari | Tags: app, Art Spiegelman, esperienza di lettura, formati, graphic novel, processo creativo, Publishers Weekley | 0 Commenti »
È la stampa, bellezza! Quando la stampa – cartacea e non – scrive di libri
La Buchmesse è finita. Centinaia di diritti sono stati venduti. Le feste restano un ricordo. L’Islanda ha ceduto il posto di ospite d’onore alla Nuova Zelanda. I gadget (quest’anno pochi, a dire il vero) degli stand degli editori asiatici sono esauriti. Insomma, la festa è finita, mettiamoci l’anima in pace e ripartiamo (che tra un po’ “viene Natale”).
Ché per le Feste, si sa, si torna a casa. L’ha capito l’ex panettiere bresciano, deejay, Iena, attore, doppiatore e (sì, dopo sei libri lo diventi) scrittore Fabio Volo. Svelato (come il terzo segreto di Fatima) il titolo del suo nuovo romanzo, Le prime luci del mattino fa bella mostra di sé nelle vetrine delle libreria fisiche e di quelle digitali.
Sarà perché, come dice Davide Decaroli su Panorama Libri, interpreta
il sentimento di insoddisfazione di tante persone un po’ schiave delle convenzioni sociali, il barbuto Volo, sempre fedele all’immagine di eterno Peter Pan (di successo), sembra suggerire un modo semplice per trovare una via d’uscita: tuffarsi sempre e comunque nelle sfide, facili o difficili che siano.
O sarà perché alla fine Volo è un fenomeno, come spiega Edmondo Berselli in un vecchio articolo (da leggere assolutamente) sul suo precedente romanzo:
Si potrebbe facilmente parlare di trash letterario o di grado zero della scrittura, se non fosse che invece funziona alla perfezione un “effetto specchio” verso il pubblico: qualsiasi lettore, completato il romanzo di Fabio Volo, si convince che quel libro avrebbe potuto scriverlo lui, provando le stesse sensazioni, avendo letto gli stessi libri, visti gli stessi film, amate più o meno le stesse donne, combattuto battaglie maschili con gli stessi amici della sera.
Quando si parla di sfide, non si può non menzionare quelle che avevano vinto i capoccia, “che quando li abbiamo eletti meritavano, ma in questi ultimi tempo la società civile è cambiata, mentre loro sono rimasti come prima”, perché, come racconta Giovanni Floris nel saggio, Decapitati, “I capoccia sono un po’ come le statue dell’Isola di Pasqua: sono lì ma non si sa come ci siano arrivati”. Così, come ci racconta Giulia Mozzato su Wuz:
I capi di cui parla Floris nel suo saggio non sono solamente i protagonisti del mondo politico attuale, ma si parte da molto più lontano. Troviamo esempi negativi e positivi e non unicamente tra i politici, ma anche in mezzo agli sportivi (Totti e Baggio, Murinho e Herrera o Liedholm), tra i capi del bene come Giovanni Paolo II e Benedetto XIII e quelli del male, come i vari padrini e i pezzi grossi della Banda della Magliana.
E alla fine si chiede:
Riusciremo a trovare persone che abbiano “la più rara caratteristica del leader, cioè l’abnegazione, la capacità di mettere il gruppo davanti a se stesso, di sacrificarsi se necessario, di farne la propria ragione per vincere, di immedesimarsi con la sua natura e la sua identità”? Certo, vedendo la classe dirigenziale di oggi ci sembra impossibile, ma l’Italia ha generato leader come De Gasperi e Pertini, qualche speranza c’è.
Qualche speranza di imparare a cucinare ce l’hanno tutti oramai, grazie ai Menù di Benedetta. La Parodi, dopo aver cambiato rete e editore, ci delizia con i suoi menù per tutti i giorni e per tutti i gusti: per la suocera, per l’amico vegano, per Natale. In poche parole, ci conquista, sarà forse per il suo stile personale, per la capacità di infarcire le sue ricette con curiosità personali, ricordi, per il suo linguaggio televisivo, che ci racconta lei stessa in un’intervista:
Sin da piccola ho sempre avuto una forte passione per la scrittura. Scrivendo ricette non ho dunque resistito alla tentazione di aggiungere altro: raccontini e aneddoti. E così è nato il mio stile personale.
Scritto il: 17 October 2011 | da: francesca | Categorie: Store | Tags: ballarò, benedetta parodi, cotto e mangiato, fabio volo, fiera del libro francoforte, giovanni floris, le prime luci del mattino | 0 Commenti »
Una notizia che forse oggi fa gola solo a veri smanettoni, ma domani potrebbe fare la gioia di molti lettori è l’annuncio del NISO (National Information Standard Organization) di aver iniziato i lavori su uno standard per la condivisione di segnalibri e annotazioni sulle pubblicazioni digitali.
La possibilità di fare riferimento preciso a un punto specifico all’interno di un testo digitale è fondamentale per l’uso di segnalibri e annotazioni in ambiente digitale. Sia per semplici lettori sia per ricercatori e professionisti, simili riferimenti devono essere utilizzabili attraverso diversi sistemi di lettura, così da permettere un uso condiviso di libri, articoli ed editoria grigia, spaziando da appunti personali a citazioni e analisi critiche, così come collegamenti avanzati.
Non esiste ancora niente di così evoluto, ma in qualche modo la sensibilità sul problema di riferimenti precisi al testo digitale è già emersa da tempo: in febbraio Amazon ha proposto la sua soluzione, per esempio, e anche su altri sistemi di lettura sono presenti metodi per trovare punti di riferimento all’interno di un testo fluido, in cui tutto scorre.
Il proposito del NISO è di ben più ampia portata. Non stupisce che la proposta dell’apertura dei lavori su uno standard simile venga da Peter Brantley (Internet Archive): “È la combinazione preziosa di portabilità e traducibilità che rende possibile la condivisione delle annotazioni all’interno di circoli di lettura, aule scolastiche o associazioni.”
Nel tempo alcuni aspetti che adesso ci si propone di riunire sotto uno standard erano stati affrontati separatamente: un anno fa Keith Fahlgren metteva sul tavolo alcune idee per una specifica che permettesse di costruire link tra un ePub e un altro. Nelle specifiche dell’ePub3 compare il Linking Scheme Registry, che l’IDPF si riserva di modificare indipendentemente dagli sviluppi dell’ePub stesso, suggerendo di fare riferimento alle specifiche principali del formato per il supporto effettivo da parte dei sistemi di lettura.
Questa specifica, EPUB Canonical Fragment Identifier (epubcfi), definisce un metodo standard per la referenziazione di contenuti all’interno di una pubblicazione EPUB® attraverso l’uso di fragment identifier.
Il Web ha dimostrato come il concetto di hyperlink sia straordinariamente potente, ma le pubblicazioni in EPUB hanno negato parecchi dei benefici resi possibili dagli hyperlink a causa dell’assenza di un sistema standardizzato per collegamenti che puntino al loro interno. Nonostante siano stati sviluppati sistemi proprietari implementati in singoli sistemi di lettura, senza una sintassi condivisa non c’è modo di ottenere un’interoperabilità vera e propria. Le funzionalità che potrebbero ottenere benefici significativi dall’abbattimento di questo limite sono svariate: dalla conservazione dell’ultimo punto di lettura alle annotazioni collegate al testo alla navigazione, la possibilità di puntare all’interno di qualunque pubblicazione apre una nuova dimensione impossibile finora sia per gli sviluppatori sia per gli autori.
È curioso notare che si parli di sviluppatori e autori (“developers and Authors”) e non di editori, così come è interessante leggere la lista degli editor di questa specifica: le aziende coinvolte sono Adobe, Google, Apple e il DAISY Consortium (che non è un’azienda ma un consorzio internazionale che si occupa di standard per l’accessibilità), se vogliamo farci un’idea del possibile futuro supporto di queste innovazioni.
Per seguire i lavori del NISO è possibile iscriversi a una mailing list, segnalata nell’annuncio di apertura dei lavori. Per tutto il resto, come al solito, bisogna stare all’erta.
Scritto il: 12 October 2011 | da: letizia | Categorie: Robe da smanettoni | Tags: epub3, idpf, keith fahlgren, locations, NISO, peter brantley, specifiche, threepress | 0 Commenti »
È la stampa, bellezza! Quando la stampa – cartacea e non – scrive di libri
Quest’anno il Paese ospite della Buchmesse di Francoforte è l’Islanda.
Su TuttoLibri dello scorso sabato, l’autore islandese, Jón Kalman Stefánsson ci racconta la “sua” isola: dalle saghe che Borges amava al rapporto con l’Europa.
Siamo aperti agli stimoli, curiosi, ma allo stesso tempo abbiamo sempre attribuito molta importanza alla lingua, all’islandese. Senza, non saremmo una nazione. Per questo, almeno credo, abbiamo avuto scrittori così importanti, per via di questa combinazione: l’attenzione riservata alla lingua e la curiosità per la letteratura mondiale.
Amante di Pippi Calzelunghe (che vedrebbe bene in una delle tante saghe islandesi così “dannatamente impregnate di testosterone”) l’ex poeta Stefánsson sarà in giro nei padiglioni della Fiera per parlare del suo ultimo romanzo: Paradiso e Inferno, un caso di “sublime contemporaneo”, un romanzo epico e memorabile, come ha scritto Emanuele Trevi su Alias:
..scritto “all’antica” questo romanzo è un caso sublime contemporaneo in due tempi: nel primo (la tragedia) domina la furia di cielo e mare, poi al villaggio, tra gli interni della locanda, si consuma il rito di passaggio di una rivelazione.
“Una storia della nostra nazione”: così Sandra Bardotti su Wuz definisce La mia anima è ovunque tu sia, il primo romanzo di Aldo Cazzullo, una storia che ci ritrae nelle nostre contraddizioni, nell’impeto dei grandi amori, nella passione, nella desolazione della guerra.
Non è solo una storia partigiana che dalla guerra arriva ai nostri giorni, ma è anche un romanzo conciso ed efficace che individua le caratteristiche della nostra italianità, le ragioni profonde delle contraddizioni del nostro Paese e le radici che, 150 anni dopo, nonostante tutto, ci tengono ancora uniti.
Non c’è da stupirsi invece che anche nella “prima volta” di un altro saggista Enrico Deaglio, si respiri a pieni polmoni la storia del nostro Paese. Nelle innumerevoli storie della vita Zita, la protagonista che da il nome al primo romanzo di Deaglio, sono inserite dentro un contesto che ripercorre i cinquanta anni che separano il primo centenario dell’Unità d’Italia (nel 1961), pieno di speranze, alle celebrazione odierne.
Come scrive Miguel Gotor su La Repubblica:
Zita è la donna misteriosa che ciascuno di noi – proprio come Carlo – avrebbe voluto amare senza sapere dove, come e quando. Per questa sua perenne inattualità diventa la pungente metafora degli anni Settanta e questo libro il romanzo di una generazione che prova a fare i conti con quel decennio tormentato, perché la penna batte dove il dente duole.
Un interessante pamphlet sulle mutazioni dell’editoria italiana attuale, sul futuro del libro e sulle potenzialità del digitale è I ferri dell’editore, scritto dal fondatore e guida delle edizioni e/o, Sandro Ferri.
Su IlSole24Ore un estratto del libro (che è uscito in anteprima digitale): L’ebook non soppianterà gli editori.
#FerriEditore è l’hashtag per intervenire nella discussione, per commentare il libro e per parlare del futuro dell’editoria.
Scritto il: 10 October 2011 | da: francesca | Categorie: Store | Tags: aldo cazzullo, buchmesse, ebook, enrico deaglio, fiera di Francoforte, finalndia, i ferri dell'editore, twitter | 0 Commenti »
Ieri mattina, come tutti noi, mi sono svegliata e ho letto la notizia della morte di Steve Jobs. Non un fulmine a ciel sereno, ma comunque una di quelle cose che ti stringono un po’ lo stomaco. Ho letto svariati articoli e naturalmente ho riguardato il video della conferenza di Stanford.
Non lo trovo un discorso particolarmente originale: la morte che spazza via il vecchio, la paura della morte come motore del cambiamento, il “romanticismo” di chi ti sprona a seguire i tuoi sogni non sono certo originali perle di saggezza (anche se sicuramente sono perle di saggezza).
Ma dette da Steve ti arrivano. E ti accorgi di quanto sei fortunato se fai un lavoro che ami e sei circondato da persone che stimi. Al punto da volere condividere la consapevolezza di questa fortuna, anche se in un momento diverso giudicheresti stucchevoli le stesse considerazioni e non ti basterebbero per consolarti.
La prima volta che ho desiderato un prodotto Apple è stato al primo anno di università. Non volevo perdermi una parola delle lezioni di Emanuele Severino e il mio registratore analogico non riusciva a isolare i rumori di fondo, rendendomi quasi impossibile trascrivere quelle lezioni. E dire che mia mamma lo aveva pagato caro, regalandomelo per inaugurare il percorso universitario.
Sulla cattedra, accanto al mio registratore, c’erano diversi iPod con microfono annesso. Frequentando i miei compagni mi è capitato di ascoltare le registrazioni delle lezioni da iPod: una rivoluzione. Non solo la qualità della registrazione era altissima, ma mi ritrovavo con file che potevo condividere facilmente, che non rischiavo di perdere, che potevo archiviare… Facilità dell’operazione e qualità del risultato.
Ho passato mesi su eBay (ma siamo sicuri che anche i prodotti Apple sottostiano alla legge di Moore?) aspettando l’occasione giusta per comprare il mio primo iPod di quarta generazione e il suo microfono.
Il mio ultimo prodotto Apple è un iPad. Prima che Steve Jobs si inventasse l’iPad, io non sapevo che cosa fosse un ebook. Ma me lo sarei inventata volentieri io, dopo un’operazione agli occhi andata male che mi ha reso inaffrontabili gli adorati libri di carta su cui passavo dodici ore al giorno. Su quelli non potete personalizzare la dimensione del carattere, ricordate?
Succedeva spesso così, con lui. Più che creare bisogni, riusciva a soddisfare le esigenze del consumatore prima che lo stesso consumatore fosse in grado di formularle.
Steve era un genio, un genio creativo e imprenditoriale. Certo, c’è anche chi lo considera un controverso capitalista (vedi hashtag #steveworkers), ma nessuno quanto e come lui è riuscito a dare una connotazione emotiva al nostro rapporto con la tecnologia. Gli utenti Apple sono letteralmente innamorati dei loro prodotti, tanto che spesso sono definiti “adepti” e considerati “una setta”.
Non è un caso.
Claudio Cerasa, in occasione del passaggio di testimone da Steve a Tim (Tim chi? Tim Cook), ha scritto su Il Foglio un interessante articolo dal titolo Se ne va il Cristo dei computer. Parla – non è il primo, certo - della costruzione simbolica della Apple come religione implicita.
Neanche tanto implicita, in realtà:
Una religione in cui i prodotti naturalmente diventano “oggetti di culto”, in cui i negozi diventano “cattedrali del consumo”, in cui le battaglie commerciali diventano pacifiche “guerre sante”, in cui la clientela diventa una “comunità di fedeli” e in cui lo stesso capo azienda si ritrova a essere paragonato ora a “un messia”, ora a “un profeta”, ora a “un salvatore”, ora a un “redentore”.
Il successo di questa straordinaria strategia di marketing è un’altra delle ragioni per cui molti di noi nutrono profonda stima nei confronto del genio di Steve Jobs.
You can’t just ask customers what they want and then try to give that to them. By the time you get it built, they’ll want something new.
(Interview with Inc. Magazine for its “The Entrepreneur of the Decade Award” – April 1, 1989)
Certo, oggi con l’abbattimento dei tempi e dei costi di produzione dell’editoria digitale, “the time to get it built” vuole dire un’altra cosa e non è del tutto impossibile pensare di poter soddisfare una domanda di mercato in tempo reale. Ma, almeno in parte, anche per questo dobbiamo dire grazie a lui.
Scritto il: 7 October 2011 | da: daria | Categorie: Marketing Jokes | Tags: apple, ipad, ipod, steve jobs | 3 Commenti »
Diciamo che nella scorsa settimana siete stati presi da altre cose e non ve ne siete accorti. Se così fosse…
BREAKING NEWS!
Amazon ha lanciato Kindle Fire: venerdì scorso (il 28 settembre) la rete era un florilegio di live streaming e – almeno sul mio monitor – di finestrelle di gtalk di amici, colleghi e simpatizzanti che commentavano in diretta l’evento di New York, quasi fosse la versione nerd della finale dei mondiali.
Diciamo anche che siete stati davvero indaffarati e non avete proprio avuto tempo di leggere nessuno degli innumerevoli post che vi ha raccontato in lungo e in largo tutti i segreti tecnici più piccanti e maliziosi sull’hardware di Bezos… non starò a raccontarveli di nuovo anche qui, confido nelle vostre capacità da detective. I commenti più interessanti sono quelli che si interrogano sulla portata dell’innovazione (senza sconfinare nel vaticinio). Per esempio.
Su The Guardian, John Naughton dice che sì, sul mercato c’erano altri tablet, ma Kindle Fire è l’unico che sembra in grado di intaccare la supremazia di Apple (letteralmente “until Wednesday, nothing had appeared that looked like being able to make a dent in Apple’s licence to print money.”). Il titolo del suo articolo è già un programma, Kindle Fire: the tablet that knows your next move, con buona pace di chi si chiede se sia un bene che Amazon sappia tante cose di noi. Jenny Webb, su O’Reilly Radar, mette l’accento sul prezzo: a $199 si abbassa la barriera di ingresso – per non parlare dei reader e-ink, che partono da $79. Anche questo titolo è interessante: Amazon vs barrier to entry, tanto per non sentire la solita musica di Amazon vs. Apple.
Amazon’s grip tightens on the entire book-publishing chain, tra tutti, centra il punto in pieno.
Librai ed editori si disperano, dicendo che un Golia aggressivo li sta tagliando fuori dal mercato. Ma alcuni autori che hanno firmato di recente accordi con Amazon Publishing dicono che l’azienda offre loro, semplicemente, un migliore e più onesto accordo rispetto all’editoria tradizionale.
e più avanti
“Amazon tratta i suoi autori come partner, non come mali necessari”, dice Konrath, “Con il mio precedente editore non avevo alcuna voce in capitolo sulle decisioni importanti. Amazon rispetta le mie decisioni [creative], [e] il suo potere di marketing è ineguagliabile.”
Eccolo, il punto. Amazon soddisfa i bisogni degli anelli più insoddisfatti e dimenticati della filiera: autori e lettori. Il sistema dell’editoria piange, accusa e si difende, ma in questo modo rischia di perdere di vista l’aspetto fondamentale del cambiamento in cui si trova immerso. Il digitale mette proprio nelle mani di autori e lettori potere e controllo: l’editore – e con lui gli altri attori del sistema – non può contare sull’indispensabilità della sua figura dal momento che le criticità che lo rendevano tale (costi di produzione e di distribuzione) diventano prossime allo zero. Autori e lettori possono saltare tutti i passaggi intermedi, oggi (vedi alla voce self publishing). E lo scuotere la testa, il parlare di decadimento culturale e gli sconfortati “dove stiamo portando la nostra cultura?” hanno il sapore di un luogo comune, di un “che roba, contessa“.
Usiamo la stessa domanda, allora – dove stiamo portando la nostra cultura? – per sfruttare le spinte positive e propulsive del cambiamento e provare a interpretarle come possibilità, anzi che come problemi. Proviamo – da editori – a considerare i lettori e gli autori come partner e a costruire un nuovo modo di fare editoria dando loro valore, anzi che cercare di incastrarli in un meccanismo che non può più funzionare agli stessi vecchi patti.
Ma l’innovazione non impatta solo sull’editoria. Riguarda il mondo dei media in generale, delle abitudini d’acquisto, dello studio del comportamento del cliente per costruire intorno a lui una rete di servizi e prodotti sempre più su misura.
Guardate Silk, per esempio: il browser Amazon che estenderà le capacità dell’algoritmo dello store online alla navigazione in rete. E se c’è chi si fa prendere dalle perplessità pensando “e la privacy? nessuno pensa alla privacy?”, mi sembra sensato ricordare che non ci sono ancora articoli della costituzione che impongono l’utilizzo di questi sistemi. Il tema della convenienza non passa in secondo piano né davanti alle esigenze di un’industria che non impara a cambiare né davanti allo spauracchio dei dati intrappolati da aziende senza scrupoli.
Certo, alla luce del fuoco non mancano zone d’ombra. Eoin Purcel ne evidenzia una interessante, a proposito dell’impatto sui media del tablet di Amazon. Come evolverà l’editoria in termini di prodotto se l’attenzione si sposta sui media in generale anzi che sul libro digitale tout court? Kindle era il dispositivo dedicato alla lettura quasi per eccellenza. Con un tablet tutto cambia. Di nuovo.
BONUS
- Altri articoli sul lancio di Kindle Fire su 40kbooks.com
- Avete notato che il sito dedicato a silk è sfacciatamente un wordpress.com? Meraviglioso!
Scritto il: 5 October 2011 | da: letizia | Categorie: Robe da smanettoni | Tags: amazon, kindle | 1 Commento »